Negli ultimi anni la globalizzazione ha inciso sui sistemi nazionali e locali di welfare in vari modi. Il più noto e ampiamente dibattuto, è il rafforzamento dei vincoli alla capacità di spesa pubblica degli Stati e degli enti sub-nazionali, con la conseguente riduzione e “razionalizzazione” delle loro attività sociali. Questa riduzione della spesa, insieme all’aumento della mobilità dei lavoratori, ha permesso e stimolato il ricorso massiccio a lavoro “importato” nel settore della cura. Il ricorso ai lavoratori stranieri si è talmente istituzionalizzato in Italia che ora si propone perfino di togliere qualsiasi limite numerico agli ingressi per lavoro nel settore della cura. La spinta internazionalizzazione del lavoro di cura, però, ha significative implicazioni per i sistemi di welfare in tutti i paesi coinvolte.
Il ricorso su vastissima scala al lavoro immigrato da parte delle famiglie italiane ha rappresentato, in questi anni, una vera e propria manna sociale ed economica, di cui il sistema di welfare italiano ha ampiamente beneficiato. La forte dipendenza del nostro welfare dal lavoro di cura straniero è in gran parte dimostrato dalla proposta di legge – ancora in discussione al parlamento – volta a togliere qualsiasi limite numerico agli ingressi per lavoro nel settore della cura.
In previsione di una probabile, ulteriore crescita del flusso di manodopera straniera di cura (anche in virtù del progressivo invecchiamento della popolazione e del venir meno di norme restrittive sulla circolazione), c’è tuttavia da chiedersi che margine di sostenibilità sul medio e lungo periodo avrà questa internazionalizzazione non regolata del welfare (in termini economici, sociali e umani) e quale impatto produrrà (e sta già producendo) sui paesi di origine.
Finora l’attenzione è stata posta sulle donne lavoratrici e sulle loro famiglie; le istituzioni intorno sono state considerate soprattutto come sfruttatrici e ostacoli al benessere delle donne e le loro famiglie. Raramente è stato analizzato l’impatto che queste migrazioni hanno sui contesti istituzionali, soprattutto nel settore del welfare, ovvero l’influenza reciproca tra emigrata e sistema di welfare. Esistono grandi lacune nella conoscenza di come il welfare si riorganizza per rispondere a esigenze di tipo nuovo create dalla stessa partenza delle donne.
È probabile infatti che il ricorso a manodopera di cura, col tempo farà emergere nuove problematiche costringendo il nostro sistema di welfare a mobilitarsi per trovare nuove risposte. I lavoratori stranieri che si inseriscono nel settore della cura sono infatti sia fornitori di servizi al welfare, che portatori di domanda di welfare nel paese di arrivo (si pensi alle nuove difficoltà di integrazione sociale poste dalle lavoratrici di cura o dalle loro famiglia; o al problema dell’immissione di una fascia di lavoratrici straniere non più giovani o addirittura prossime all’età della pensione sul mercato del lavoro italiano). In secondo luogo è naturale che, entro certi limiti, gli enti pubblici, nazionali e sub-nazionali, dei paesi di destinazione, si pongano il problema del se e del come integrare l’offerta di welfare privato nei sistemi di welfare pubblico, ma si scontrano con la difficoltà di gestire questo settore ancora fortemente sommerso. Ci si può del resto chiedere cosa succederà quando i principali bacini da cui attingiamo manodopera di cura (si tratta principalmente dei paesi dell’Est che sperimentano un calo demografico dovuto al forte invecchiamento della popolazione e alla riduzione del tasso di natalità) si esauriranno, da quali altri flussi migratori verranno rimpiazzati e con quale effetto sui paesi di destinazione. Sono queste solo alcune delle problematiche che in parte già si stanno presentando e che meritano una riflessione più approfondita.
Per quanto riguarda i paesi di origine, esistono diversi studi che analizzano l’impatto delle migrazioni di cura sugli individui e sulle loro famiglie. La ricaduta negativa della globalizzazione in termini di “sfruttamento del lavoro riproduttivo” su scala internazionale e drenaggio di accudimento e cura dai contesti di origine e, sul fronte opposto, la capacità della donna migrante di contrastare questi aspetti negativi attraverso nuove strategie personali e familiari sono gli aspetti trattati con maggior frequenza. Raramente è stato invece analizzato l’impatto di queste migrazioni sui contesti istituzionali, soprattutto nel settore del welfare, ovvero l’influenza reciproca tra emigrazione e sistema di welfare. Esistono grandi lacune nella conoscenza di come il welfare si riorganizza per rispondere a esigenze di tipo nuovo create dalla stessa partenza delle donne.
L’accresciuta mobilità internazionale e in particolare la migrazione femminile ha un impatto sui sistemi sociali di partenza non solo positivamente attraverso le rimesse, ma anche negativamente, in quanto genera fenomeni di carenza localizzata di risorse di cura (care shortages). Entro certi limiti, tali carenze inducono aggiustamenti nel sistema dei ruoli sociali ed economici (valorizzazione dei padri e dei nonni; sviluppo di un mercato privato dell’assistenza), che possono anche avere valenze positive. Le soluzioni private, però, sono insufficienti quando i care shortages assumono un’ampiezza e un’intensità tali da dare luogo a problemi sociali seri e del tutto inediti, in paesi spesso poco attrezzati per affrontarli.
I fenomeni a cui abbiamo fatto rapidamente cenno (emigrazione femminile, impiego sociale delle rimesse, care shortages, etc.) si manifestano ovviamente in forme diverse a seconda dei contesti. Diversità socio-culturali (in merito, per esempio, al ruolo sociale ed economico della donna e alle relazioni di genere) e politico-istituzionali (relative, per esempio, alla presenza e alle caratteristiche del welfare pubblico) generano contesti generali in cui l’emigrazione femminile assume caratteristiche e genera conseguenze anche molto diverse.
L’obbligo di risposta dei sistemi di welfare è a prescindere dalla nazionalità delle lavoratrici e dei lavoratori stranieri coinvolti. Tuttavia, le variazioni culturali tra strategie delle singole famiglie e le specificità dei sistemi di welfare nei vari paesi di origine suggeriscono l’utilità di una riflessione comparativa e di approcci differenziati, anche sul terreno delle politiche.
Questa convinzione sorregge il progetto che qui viene presentato. L’analisi che qui proponiamo verrà condotta sull’America Latina, in particolare la dorsale andina, e sull’Europa orientale e sud-orientale, essendo questi importantissime fonti di flussi migratori di cura diretti soprattutto all’Europa meridionale (Spagna e Italia) in particolare.
Da un punto di vista metodologico, il progetto che qui proponiamo intende affrontare le questioni sopra richiamate in una chiave innovativa. L’approccio proposto, già sperimentato con successo dal CeSPI in numerose occasioni, combina
a) ricerca empirica di taglio socio-antropologico condotta in modo multi-situato nei territori di origine e in quelli di destinazione di specifiche flussi migratori di cura; La ricerca empirica sarà svolta in parte attraverso raccolta di documentazione e interviste a rappresentanti di istituzioni nazionali condotte da Antenne locali in ognuno dei paesi di origine oggetto dell’esame; in parte attraverso interviste qualitative e in profondità registrate e condotte da ricercatori del cespi in collaborazione con mediatori locali. Le interviste saranno sbobinate e schedate al fine di consentire un migliore uso comparativo; si ricorrerà inoltre a focus group con donne emigrate in Italia e con i loro familiari nella terra di origine. Al fine di agevolare lo scambio di informazioni e di accrescere il livello di conoscenza e fiducia reciproca, le interviste con le comunità migranti e con i loro familiari in patria saranno svolte nella lingua-madre del soggetto intervistato;
b) policy analysis in una dimensione transnazionale sull’impatto delle migrazioni di cura sui contesti politico-istituzionali di partenza e di arrivo e sulle principali strategie di gestione dei flussi;
c) comparazione tra contesti nazionali e locali diversi (in America Latina e in Europa Orientale), sia sul diverso impatto dell’emigrazione femminile di cura sui contesti di origine, sia sul rapporto tra lo stato e l’evoluzione delle politiche sociali nei paesi di origine e i processi di mobilità internazionale;
d) promozione di un confronto scientifico e politico, sugli scenari di medio-lungo periodo sulle forme e le strategie di internazionalizzazione del welfare italiano ed europeo. Per promuovere questo confronto ricorreremo alla creazione di un Delphi group con 20 partecipanti svolto su tre distinti round.
Obiettivo generale Individuare gli elementi di un modello sostenibile, equo ed
efficiente di governo delle migrazioni di cura, funzionale alle esigenze di
medio e lungo periodo del welfare italiano, e attento all’impatto sulla coesione
sociale e le politiche sociali nei paesi di origine.
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