Riflettendo sulla Catalogna

di: 
Piero Fassino
Le vicende della Catalogna si prestano a più di una riflessione.
La prima riguarda naturalmente il cuore del problema: se il diritto all’autodeterminazione possa essere esercitato in modo unilaterale o debba essere frutto di un accordo. Se si guarda all’esperienza più recente la risposta è inequivoca. La Cecoslovacchia si è dissolta per lasciare il posto a due Stati sovrani e indipendenti - Repubblica Ceca e Slovacchia - sulla base di un accordo di separazione realizzato in modo pacifico e consensuale. Viceversa la dissoluzione della Federazione Jugoslava avvenuta sulla base di decisioni unilaterali - sostenute anche allora da referendum - ha aperto le porte a cinque anni di guerre che hanno ferocemente insanguinato i Balcani. Insomma la creazione per separazione di un nuovo Stato non può che essere consensuale. Altrimenti provoca conflitti insolubili. 
E la vicenda catalana ne è una conferma: la decisione delle autorità di Barcellona di procedere unilateralmente e con l’esplicita contrarietà del governo spagnolo non poteva che suscitare un conflitto frontale. Peraltro la Costituzione spagnola non prevede il diritto al recesso di uno dei suoi territori. Tant’è che in Spagna il rapporto tra autorità centrale e autorità regionali è stato ed è regolato da statuti di autonomia entro un quadro costituzionale unitario.
Naturalmente non sfuggono a nessuno le ragioni dell’aspirazione indipendentista catalana: una storia secolare di autonomia dei territori del Regno di Aragona, di cui la Catalogna ha fatto parte dal 1137 e per sei secoli; la feconda originalità della cultura occitana e della Linguadoca; l’eredità della guerra civile che vide Barcellona essere il cuore della resistenza della Repubblica al golpe di Franco. E nei decenni più recenti il forte sviluppo economico e sociale conosciuto dalla Catalogna.
A queste “ragioni indipendentiste”, il fronte “unionista” ne contrappone altre non meno rilevanti: fu proprio l’unificazione dei Regni di Aragona e Castiglia a far nascere la Spagna; quasi la metà della attuale popolazione catalana non ha origini catalane, essendo lì immigrata per ragioni economiche da tutta la Penisola iberica; l’indipendenza catalana priverebbe la Spagna della sua regione economica più forte con negative conseguenze sullo sviluppo dell’intera nazione; una secessione della Catalogna innescherebbe un domino che solleciterebbe altre regioni a mettersi sulla stessa strada, esponendo la Spagna al rischio della dissoluzione; alla indipendenza catalana peraltro non seguirebbe l’ingresso nell’Unione Europea che richiede il consenso unanime dei Paesi membri, a partire dalla Spagna. E la stessa Unione Europea guarda con preoccupazione a una secessione che solleciterebbe analoghi processi in altri Paesi europei.
Come si vede si tratta di una vicenda complessa e non facilmente risolubile. Da molte parti si è invocato l’apertura di un dialogo. E anzi la brutalità con cui la polizia spagnola è intervenuta a ostacolare lo svolgimento del referendum, ha ulteriormente spinto tanti - sia in Spagna, sia sulla scena internazionale - a chiedere alle parti di aprirsi a un confronto. Appello metodologicamente giusto perché gli strumenti della democrazia sono la parola, la ragione, il dialogo, la ricerca di soluzioni condivise. Ma in questo caso appello anche di difficile realizzazione stante le posizioni nettamente opposte: Barcellona vuole l’indipendenza, Madrid non intende concederla. E mentre uno statuto di autonomia può essere oggetto di un negoziato per definirne i vari gradi e ambiti, nel caso dell’ indipendenza non c’è gradualità o mediazione: o c’è o non c’è. E lo si vede nell’impasse in cui si trovano le parti. Tant’è che l’esito del conflitto è stato la proclamazione dell’indipendenza da parte catalana a cui il governo spagnolo ha risposto con lo scioglimento del Parlamento Catalano e l’indizione di nuove elezioni.
Ma c’è anche un’altra riflessione a cui dedicare attenzione. Viviamo nel tempo della globalizzazione e della sovranazionalità che ogni giorno di più rendono evidente quanto la sola dimensione statuale nazionale non sia in grado di governare le tante sfide di un mondo grande e interdipendente. Tant’è che non vi è continente nel quale non siano stati avviati processi di integrazione sovranazionale. E il luogo dove tale scelta è sorta per prima ed oggi è allo stadio più avanzato è l’Europa, che tuttavia si trova oggi di fronte a un bivio: accontentarsi di essere una Unione Europea intergovernativa o realizzare un salto in avanti verso una integrazione sempre più piena?  Scelta che ha molto a che vedere con vicende come quella della catalogna la cui aspirazione a vedere riconosciuta la propria storia e identità può trovare soluzioni diverse a seconda del profilo che assumerà l’Unione Europea. Perché in un’Europa che si configuri come una Unione intergovernativa ci può anche stare uno Stato in più. Mentre in un’Europa a più alto grado di integrazione il riconoscimento dei territori e delle loro specificità può e deve essere ritrovato in un nuovo e forte regionalismo.
Anzi, il superamento della intergovernatività, che oggi spesso frena una piena integrazione europea, passa per un “doppio movimento”: un’ Unione Europea pienamente integrata - verso gli Stati Uniti d’Europa - e un forte autonomismo regionale che rappresenti l’articolazione istituzionale dell’Unione, dando voce e rappresentando le aspirazioni di ogni territorio e dei suoi cittadini. E, dunque, l’Europa più che di nuovi Stati - e di nuovi conflitti - ha bisogno di un forte autonomismo regionale su cui fondare una nuova e più intensa stagione di integrazione europea.