Articolo di Roberto Castaldi

Verso un rinnovato europeismo?

Pubblichiamo l'articolo con cui Roberto Castaldi interloquisce con la riflessione di  Marco Piantini intitolata  "Quale europeismo? Sette domande in attesa di risposta" (pubblicato su questo sito il 3 luglio ) . Roberto Castaldi è Direttore ricerche del Centro Studi, formazione, comunicazione e progettazione sull'Unione Europea e la global governance, Prof. Associato di Filosofia politica, Direttore del Centro di Ricerca sui processi di integrazione e governance multi-livello dell’Università eCampus, Presidente del Centro regionale Toscano del Movimento Federalista Europeo, Co-Editor of Perspectives on Federalism.

Ringrazio Marco Piantini, che ha posto delle domande fondamentali per provare a pensare un nuovo e più efficace europeismo. Spero che il suo contributo possa suscitare un dibattito fecondo, in grado di rilanciare la riflessione e la posizione europeista in Italia.

L’europeismo italiano ha avuto storicamente una forte connotazione federalista, legata essenzialmente ad Altiero Spinelli e alla sua profonda e ramificata influenza sulla classe politica e più in generale sulla classe dirigente italiana. Con la sua attività politica (con la fondazione del Movimento Federalista Europeo e l’interlocuzione prima con il Partito d’Azione, la DC, e poi con il PSI e il PCI per portarli sulla linea europeista, fino agli incarichi di Commissario e poi di parlamentare europeo), culturale e di ricerca (con la fondazione dell’Istituto Affari Internazionali, del Mulino, e la spinta alla nascita dell’Istituto Universitario Europeo), e gli interventi nel dibattito pubblico e sui media, Spinelli ha influenzato trasversalmente la classe dirigente e l’opinione pubblica italiana. Molte delle figure politiche legate all’europeismo hanno avuto rapporti diretti e importanti con Spinelli. Dopo di lui nessun federalista è riuscito ad avere un ruolo e ad esercitare un’influenza analoga. Ciò ha contribuito alla perdita di consapevolezza nelle classi dirigenti italiane sia della fragilità dell’Unione, che del fatto che la prospettiva europea sia indispensabile per la stabilità italiana, per il nostro progresso civile e per far fronte ad alcune debolezze strutturali che ci portiamo dietro da decenni.

Vale la pena ricordare che il Manifesto di Ventotene si apre con l’analisi della crisi della civiltà europea e dello stato nazionale. In “Machiavelli nel secolo XX”, un saggio poco noto scritto sempre a Ventotene, Spinelli osserva che le civiltà si fondano su leadership politiche che perseguono determinati valori e li realizzano almeno parzialmente attraverso istituzioni idonee. Lo Stato nazionale a sovranità assoluta non era idoneo al consolidamento della democrazia, e infatti nel periodo tra le due guerre vari regimi democratici erano stati soppiantati da regime autoritari o addirittura totalitari. Il successo del processo di integrazione europea nel garantire pace, stabilità e benessere ha in un certo senso “salvato lo Stato nazionale” come sostiene Alan Milward.  Questo ha permesso a molti di illudersi che la democrazia liberale e lo stato di diritto siano conquiste irreversibili, che possono essere consolidate anche solo a livello nazionale. Ciò che accade in Ungheria, Polonia - e in alcune uscite del Ministro Salvini anche in Italia – ci mostra che non è così.

La civiltà europea moderna ha imparato una serie di lezioni nel modo peggiore, attraverso guerre, genocidi, crimini contro l’umanità. Il risultato è stato che l’Europa ha un livello di tutela dei diritti umani e di sviluppo dello stato sociale più avanzato delle altre aree del mondo. Oggi assistiamo a una regressione. La riflessione di Norbert Elias sui processi di civilizzazione e de-civilizzazione è quanto mai attuale. I secondi si manifestano spesso in unità politiche ancora forti ma in declino, che cercano in tal modo di mantenere o recuperare un ruolo di grande potenza nel sistema internazionale. Nel mondo ormai contano solo gli Stati di dimensione continentale. Perciò negli Stati nazionali europei si diffonde la percezione di un declino inevitabile e irreversibile e si guarda ad un passato idealizzato invece che al futuro, producendo quelle che Zygmunt Bauman ha chiamato “retrotopie”.

Oggi la scelta per gli europei è unirsi o perire. Arnold Toynbee ricordava che le civiltà ellenica e del Rinascimento si sono trovate nella stessa situazione di fronte all’ascesa dell’Impero macedone e di quello romano, e dei primi Stati europei moderni. Non hanno saputo superare le loro vecchie identità culturali e sono morte. Questa è la posta in gioca del processo di unificazione europea: la sopravvivenza della civiltà europea moderna, portatrice di alcuni valori e di un modello di condivisione della sovranità e di costruzione di istituzioni sovranazionali che potrebbe essere di grande utilità per il mondo alle prese con sfide globali. Se l’Europa non si unisce, il declino sarà irreversibile. E dato che gli ordini politici storicamente si diffondo quando hanno successo, per emulazione o per conquista, sul piano mondiale rimarrà solo il modello della politica di potenza portato avanti sia dalla Cina che dagli USA. 

Rispetto al tema della narrazione europeista credo sia necessario riconoscere la necessità di fondere quella dell’Europa-risorsa con quella dell’Europa-progetto. L’europeismo istituzionale parla dell’Europa come risorsa, mette in luce i successi e i benefici dell’Unione e delle sue politiche. Ma quando la disoccupazione è al 20% l’utilità dell’Erasmus o delle soglie per l’inquinamento da polvere sottili non fanno breccia. Il federalismo europeo parla dell’Europa come progetto, ancora incompiuto e da realizzare, criticando i limiti dell’Unione attuale. Ma così facendo non ne valorizza il ruolo e i successi oggettivi. Sottovaluta il fatto che con la nascita dell’Unione Europea e dell’euro per la maggior parte dei cittadini l’Europa c’è, ed è quella esistente. La narrazione federalista è necessaria perché riconoscendo i limiti dell’UE attuale può entrare in sintonia con la percezione sociale diffusa. E perché è in grado di spiegare le responsabilità degli Stati nazionali nelle presunte mancanze dell’Unione. Ma ha bisogno di valorizzare maggiormente i successi dell’Unione per poter essere convincente rispetto al fatto che una maggiore integrazione sia la condizione di possibilità per affrontare efficacemente i grandi problemi contemporanei: sviluppo economico sostenibile da un punto di vista sociale e ambientale, crisi geopolitiche e stabilizzazione dell’area di vicinato, e quindi gestione dei flussi migratori.

Si tratta di un compito difficile, anche perché la comunicazione pubblica è dominata dal nazionalismo metodologico, giustamente criticato da Ulrich Beck. Qualunque cosa è considerata solo da un punto di vista nazionale, anche quando quel punto di vista impedisce di coglierne il senso e le dinamiche. Ma questo è il frutto della mancanza di consapevolezza delle classi dirigenti politiche, economiche e culturali, e delle loro scelte. Che hanno trovato comodo per decenni scaricare sull’Europa la responsabilità di riforme indispensabili e nell’interesse di lungo periodo del Paese, per non dover pagare un costo elettorale nel breve periodo o doversi far carico di spiegare il senso e il beneficio di quelle riforme. La politica ha abdicato al ruolo di guida: i leader politici seguono i sondaggi e diventano “followers” delle pulsioni spontanee dell’opinione pubblica, rinunciando a guidarla. 

L’esempio più lampante è l’Euro. La moneta unica ha portato immensi benefici all’Italia, in termini di abbassamento dei tassi di interesse e quindi di riduzione del costo del debito pubblico, ma anche di rilancio degli investimenti. E ci ha protetto dallo shock petrolifero seguito all’attacco alle Torri Gemelle. Ma i cittadini si siano accorti della moneta unica non alla sua nascita il 1 gennaio 1999, ma solo all’avvio della sua circolazione fisica il 1 gennaio 2002, cioè subito dopo l’11 settembre, mentre il greggio volava da 18 fino a oltre 140 dollari al barile, provocando un enorme aumento di costi di produzione e trasporto e quindi dei prezzi di tutti i beni. Che i cittadini hanno erroneamente attribuito alla nuova moneta. Una concomitanza nefasta ha rovinato la percezione sociale dall’euro, anche perché i media non hanno spiegato che di una mera concomitanza si trattava. In Italia poi si è aggiunto il fatto che il Governo Berlusconi entrato in carica nel 2001 ha abolito l’obbligo del doppio prezzo e gli osservatori sul change over, scegliendo deliberatamente di usare l’avvio della circolazione fisica della moneta come strumento di redistribuzione massiccia del reddito nazionale a danno di dipendenti e pensionati e a favore di commercianti, industriali, partite iva - che potevano variare i prezzi – e che considerava il suo elettorato di riferimento. Eppure ancora oggi Berlusconi blandisce i pensionati attaccando l’euro che ha fatto aumentare i prezzi, sebbene si sia trattato di una sua scelta deliberata.

Al contempo il significato profondo dell’Euro non è stato compreso dalla classe dirigente italiana. Carlo Azeglio Ciampi dal Quirinale ha cercato di far comprendere le implicazioni dell’euro, purtroppo inascoltato. L’ingresso nella moneta unica era l’iscrizione alla corsa, dava la possibilità di partecipare alla gara, che da quel momento in poi si sarebbe svolta attraverso l’aumento della competitività mediante le riforme, e bisognava correre. Noi abbiamo vissuto l’ingresso nella moneta unica come la vittoria della gara. Al termine della quale si gode il meritato riposo e si incassano i frutti: i benefici dell’euro sopra menzionati. Questo atteggiamento è una delle ragioni del fatto che in Italia la produttività non sia aumentata negli ultimi decenni, che è il problema economico più grave, e da cui discendono gli altri di cui soffriamo.

Un elemento di debolezza dell’europeismo – purtroppo comune in tutta Europa – è la sua frammentazione. Anche negli ultimi anni sono nati ovunque movimenti e gruppi europeisti in risposta alla rinascita del nazionalismo. Ma manca la capacità di coordinarsi efficacemente tra loro per fare massa critica. Da questo punto di vista il maggiore successo è stata la Marcia per l’Europa in occasione delle celebrazioni dei 60 anni dei Trattati di Roma, che ha visto in particolare il Movimento Federalista Europeo al centro di un’ampia rete.

Un secondo elemento di debolezza è anagrafico. I campioni del nazionalismo sono relativamente giovani – pensiamo a Salvini e Meloni – quelli dell’Europeismo no. Con pochissime eccezioni gli europeisti visibili sono anziani e i leader politici più giovani non sono associati all’europeismo, con l’eccezione di Enrico Letta, che ora sta a Parigi. Questo dà l’assurda idea che l’Europa sia un progetto del passato e il nazionalismo del futuro. In realtà tutti i sondaggi mostrano che i giovani sono più europeisti, ed esiste un gran numero di europeisti giovani nel mondo della cultura e dell’associazionismo. Ma la competenza non va più di moda nella comunicazione, e nei talk show si vedono solo politici e giornalisti, mentre le voci europeiste non sembrano essere benvenute. I nazionalisti hanno anche avuto l’accortezza di reclutare e mandare in TV persone, come Bagnai o Borghi, con idee strampalate, ma in grado di argomentarle, che si trovavano spesso di fronte parlamentari nazionali con scarsissime competenze in materia europea.    

Ciò è anche dovuto ad un paradosso politico-comunicativo: le leggi si fanno al Parlamento europeo. E i parlamentari europei il lunedì mattina partono per Bruxelles o Strasburgo, per tornare il giovedì notte o il venerdì, secondo il calendario dei lavori di quella settimana. In sostanza non sono disponibili a Roma per le TV nei giorni in cui si svolge la maggior parte delle trasmissioni di approfondimento politico. Nel Parlamento italiano tutte le leggi importanti passano con maxi-emendamento e fiducia sui testi governativi. I parlamentari hanno dunque tutto il tempo di andare in TV. I media ci dicono tutto di quel che succede nel Parlamento italiano, dove non si decide quasi nulla; e nulla di quel che accade nel Parlamento europeo, dove si decide molto di più in termini legislativi.

D’altronde il modo in cui si fa politica e comunicazione politica oggi in Italia è sgradevole. Non c’è una riflessione ed un’elaborazione culturale. Il gioco è a chi urla di più, a chi la spara più grossa. Le organizzazioni europeiste non sono state in grado di accettare la necessità di trasformare il loro modo di fare politica per far fronte a questo degrado. Né di modificare le priorità della loro azione in termini di target. In passato la stragrande maggioranza dei cittadini era europeista, ovvero c’era un europeismo diffuso. Ciò permetteva all’europeismo organizzato di concentrare la sua attività sulla classe politica. Oggi non è più così. È necessario trovare modi efficaci di parlare ai cittadini e all’opinione pubblica, oltre che alla classe dirigente. Il che implica di affiancare all’elaborazione politica e culturale anche la capacità di comunicare nel contesto contemporaneo e in modo nuovo.

Non mancano le sperimentazioni in tal senso: ad esempio Daniela Martinelli e Francesco Pigozzo hanno creato un musical sull’Unione Europea, che realizzato nel quadro di molti progetti europei e seguito da un dibattito razionale con il pubblico in sala ha coinvolto decine di migliaia di giovani negli ultimi anni, suscitando entusiasmo e avvicinando il pubblico anche emotivamente al processo di unificazione europea. Il musical offre peraltro una narrazione innovativa non solo per l’uso della musica e dell’arte, ma proprio per la prospettiva sovranazionale che propone. Ed è stato trasmesso con successo in televisione in Toscana e da Rai 5 e Rai Scuola. Ma in assenza di adeguate sponde istituzionali anche queste innovazioni di successo non riescono a divenire strutturali e capillari.

In un certo senso il problema di leadership politica che affligge l’Europa in termini di debolezza dei Capi di Stato e di governo, si manifesta anche nel campo dell’europeismo, che dopo Spinelli non ha saputo trovare una leadership in grado di coordinare la variegata galassia europeista.

Questo si manifesta anche nella ridotta capacità di individuare in anticipo le grandi tendenze del processo e di facilitarne l’esito. L’UE è ormai un sistema di governo multi-livello quasi-federale, seppure schizofrenico. Nel senso che su alcune materie ha mantenuto una governance intergovernativa fondata sull’unanimità – difesa, fiscalità, bilancio, riforma dei Trattati - o comunque sul veto per i Paesi più grandi, come nel Meccanismo Europeo di Stabilità, dove l’hanno Francia e Germania. Su altre – mercato unico, moneta, ambiente, commercio e in misura ridotta giustizia e affari interni – ha una governance sovranazionale con un legislativo bi-camerale (Parlamento e Consiglio dell’UE), un giudiziario federale (la Corte di Giustizia) e una Banca Centrale federale (la Banca Centrale Europea), ma mantiene un esecutivo bi-cefalo diviso tra Commissione e Consiglio Europeo. Molti europeisti ritengono che la forma di governo ideale per un’Europa federale sia quella parlamentare, con il rafforzamento ulteriore del processo degli Spitzenkandidaten e della Commissione. Al contempo però il modo più rapido per arrivare al rafforzamento dell’esecutivo europeo sarebbe probabilmente la forma presidenziale con la fusione delle Presidenze della Commissione e del Consiglio Europeo in un Presidente dell’Unione eletto direttamente dai cittadini europei, preferibilmente a doppio turno. Questa opzione darebbe una forte legittimità democratica all’esecutivo europeo e obbligherebbe i partiti europei a strutturarsi in modo più efficace e omogeneo. Se anche una simile figura avesse inizialmente solo i poteri delle attuali Presidenze, la sua legittimità democratica ne permetterebbe il progressivo rafforzamento, come avvenuto per il Parlamento dopo la sua elezione diretta.

È evidente però che entrambe le opzioni implicano che sia l’UE il quadro dell’avanzamento istituzionale. Se si ritiene che questo sia possibile solo nel quadro dell’Eurozona, non si può che rivolgersi alla proposta di un Ministro del Tesoro dell’Eurozona (anche vice-presidente della Commissione), incaricato di gestire un bilancio fondato su una capacità fiscale e di prestito, che rafforzerebbe la prospettiva di un governo parlamentare.

L’elezione diretta di un Presidente dell’Unione sarebbe invece la scorciatoia istituzionale per superare rapidamente sia i confini nazionali della lotta politica che la discrasia attuale per cui le politiche vengono decise a livello europeo, ma la lotta politica resta nazionale. È questa dicotomia che sta contribuendo ad erodere le democrazie nazionali, e ad alimentare il nazionalismo sovranista in salsa populista.

Ma aldilà della visione dell’Europa futura, vi è una scadenza più immediata che diventerà inevitabilmente lo scontro tra le forze europeiste e quelle nazionaliste: le elezioni europee del 2019. Inevitabilmente esse diventeranno il momento dello scontro tra il nazionalismo in salsa populista e la prospettiva europeista. I partiti se-dicenti europeisti disponevano di una larga maggioranza nel Parlamento Europeo. Ma non sfruttano l’attuale posizione di forza per riformare l’Unione, sfruttando il potere di iniziativa di una riforma dei Trattati finalmente concesso al Parlamento dal Trattato di Lisbona. Sono paralizzati dalla paura che alle prossime europee vincano i sovranisti. Così danno l’idea che l’Unione sia irriformabile. In parte il problema dell’europeismo tradizionale è che in passato poteva sostenere piccoli passi che non comportassero la creazione di una vera sovranità europea – era asintotico rispetto alla Federazione europea: ci tendeva senza raggiungerla mai. Ormai il processo di unificazione è andato talmente avanti, e le sfide economiche e geopolitiche di fronte a noi sono talmente gravi, che o l’europeismo diviene federalismo europeo o non ha senso.

Molti, giustamente, notano che il freno è venuto soprattutto dal Partito Popolare Europeo, che si ostina a tenere al suo interno partiti come Fidesz di Orban e altre forze ormai con posizioni nazionaliste e di estrema destra: un po’ nell’illusione di poterle così controllare e ammorbidire, un po’ per evitare che vadano a rafforzare numericamente i gruppi esplicitamente anti-europei, un po’ per rimanere il primo gruppo al Parlamento Europeo con tutti i vantaggi che ne derivano. Ma non vanno sottovalutate le resistenze presenti anche nel gruppo Socialista e Democratico, in quello Liberal-democratico e nei Verdi, in cui pure sono presenti partiti nazionali sostanzialmente sovranisti.

Tutto ciò potrebbe aprire la strada ad un accordo tra Socialisti e Democratici da un lato e Liberal-democratici dall’altro – e forse i Verdi - con l’apporto di Macron e con un/a candidato/a comune alla Presidenza della Commissione europea su una piattaforma fondata un europeismo radicale, che potrebbe permettere di battere il candidato popolare per la Presidenza della Commissione. Sarebbe anche una scelta coerente con il fatto che i grandi gruppi politici in realtà tendono a votare insieme al Parlamento Europeo su testi lungamente negoziati tra loro. Le resistenze vengono a livello nazionale dove spesso le componenti nazionali dei Gruppi europei sono invece in lotta tra loro, come nel caso dei Ciudadanos (che fa parte del Gruppo liberal-democratico) e dei Socialisti spagnoli, o dei socialisti francesi (quasi scomparsi in Francia, ma presenti al Parlamento Europeo) rispetto a En Marche di Macron.

Una simile alleanza potrebbe farsi portavoce delle riforme necessarie ad un’Europa solidale e che protegge dal punto di vista dello sviluppo economico, dell’occupazione, del modello sociale europea, della lotta alla diseguaglianze, valorizzando l’azione europea contro l’evasione e l’elusione fiscale ad opera delle multi-nazionali, piuttosto che le proposte per una carbon tax, una tassa sulle transazioni finanziarie speculative, un’armonizzazione della base imponibile per le aziende, uno strumento europeo contro la disoccupazione, ecc. Se prevarrà la linea Merkel i Popolari europei potrebbero avere una linea pro-europea soprattutto sul tema della difesa e della sicurezza, rimanendo sulle attuali timide posizioni sul resto. Potrebbe essere questo lo schema per le forze europeiste per contrastare i sovranisti di destra e di sinistra, che marciano divisi per colpire uniti l’Unione Europea: la proliferazione di rosso-bruni in Europa è impressionante e mette a rischio la democrazia liberale, lo stato di diritto e lo stato sociale.

Ma nonostante tutti i limiti e le difficoltà, questa può essere “the finest hour” dell’Europeismo. Secondo William Riker storicamente le federazioni per integrazione si sono formate solo di fronte a gravi minacce sul piano della sicurezza. L’Unione è circondata da crisi geopolitiche, da est a sud, e dalle conseguenze in termini di flussi migratori e di rifugiati. La minaccia del terrorismo e del cyber warfare incombe. Gli attacchi di Trump all’UE sono pressoché quotidiani ed è palese che gli USA non garantiscono più la sicurezza europea. Un nuovo ordine mondiale si sta plasmando in cui contano solo gli Stati di dimensioni continentali. Modelli alternativi alla democrazia liberale si stanno proponendo dentro e fuori l’Europa. Dall’unità politica dell’Europa dipende il futuro della democrazia nel continente, il superamento della crisi economico-sociale, la stabilizzazione dell’area di vicinato e il ruolo degli europei nel mondo: se non ora quando?