Articolo di Massimiliano Tarantino

Fare memoria, fare futuro: l’Europa che ancora non c’è

Massimiliano Tarantino, Segretario generale della Fondazione Feltrinelli,i nterviene al dibattito sul futuro della UE e dell'europeismo.

Nella stagione politica definita dal club di Steve Bannon denominato The Movement e dalle trasformazioni carsiche delle tradizionali istanze della sinistra viene da chiedersi cos’è l’Europa che sottoponiamo all’ennesima tornata elettorale la prossima primavera: un insieme di territori, di economie, di culture e ambizioni o nulla di tutto questo? Quale ruolo può giocare il contesto che chiamiamo Europa per determinare un futuro migliore per chi verrà dopo di noi, nel solco degli intendimenti più autentici dei nostri padri fondatori?

Dalla consapevolezza che sapremo maturare rispetto alle nostre difficoltà discendono anche il tenore e la qualità delle risposte che saremo in grado di mettere in campo come cittadini europei.

Quale demos evochiamo quando parliamo di cittadini europei? Possiamo davvero dire quel demos al singolare o, come suggeriscono studiosi come Richard Bellamy o Kalypso Nicolaïdis, dobbiamo parlare di demoi: di una pluralità di popoli che non trovano una sintesi sovranazionale, ma si danno formule di governo comuni?

Per alludere all’Europa parliamo spesso di “civiltà europea”. Sono in molti a utilizzare questa espressione, ma non tutti vi ricollegano le stesse immagini e non tutti alludono con questo termine allo stesso contenuto.

In un momento – il nostro – di grandi trasformazioni, questa stratificazione e coabitazione di significati sconfessa ogni pretesa di possesso unilaterale della verità. Ci dispone, piuttosto, a cogliere ciò che costituisce da sempre il fattore di fragilità e insieme di ricchezza dell’Europa: la sua diversità. Come cittadini europei, eredi di un passato policentrico e polifonico, questo dovrebbe indurci a riconoscere che la storia d’Europa è da sempre contaminata, alterata, dislocata. Una vicenda, sempre incompiuta e talvolta conflittuale, di continua ibridazione, che coincide con il compito che il filosofo Jacques Derrida ha attributo all’Europa: “farsi avanti verso ciò che essa non è”, intendendo così il progetto europeo non come un destino inesorabile, ma come un compito da realizzare attivamente, sporgendosi anche sul tempo “a venire”.

Eppure, oggi, contrariamente a quanto auspicato da chi si attendeva la diffusione di forme identitarie sovranazionali, si assiste a un rafforzamento delle identità nazionali e regionali: un arretramento verso sovranismi e “piccole patrie” in cui si dissolve il sogno moderno dell’apertura cosmopolitica.

Che ne è dell’idea di Europa nata dal sentimento di inadeguatezza dello stato nazionale sovrano che, troviamo scritto nel Manifesto di Ventotene, da «tutelatore della libertà dei cittadini, si è trasformato in padrone di sudditi, tenuti a servirlo con tutte le facoltà per rendere massima l’efficienza bellica»? Possiamo dire che quell’idea aperta di Europa sembra essere oggi appassita, tornando a rappresentare, per molti, lo spazio geografico della paura, il luogo sinistro del sospetto. Non un orizzonte di possibilità, ma lo sfondo su cui riversare ansie, indicare capri espiatori, riconoscere le cause del proprio malessere.

Non è l’anti-Europa. E’ l’altra Europa, o meglio un’altra idea di Europa che ha tradizione, cultura e radici nel cuore profondo del Vecchio continente. Non è un estraneo che si presenta per la prima volta tra noi: evoca scene, immagini, simboli di una storia lunga dell’Europa, che ha trovato nuova linfa nella visione dello scontro di civiltà, e che oggi, con diffidenza, legge lo spazio europeo come espressione di un vuoto culturale. Come ha scritto Zygmunt Bauman in Retroptopia – l’ultimo libro prima della morte – il mondo, non potendo pensare il futuro, preferisce immaginare il passato.

Questa condizione nostalgica riporta al centro la percezione di una assenza di identità dell’Europa, solo apparentemente risolta all’inizio dell’avventura Europea. Nel momento dell’avvio della UE ci fu la tentazione di dare all’Europa un principio fondamentale che testimoniasse della comune identità. Quel termine – “origine giudaico-cristiane dell’Europa” – all’inizio dell’avventura europea fu respinto. Oggi forse, nel retropensiero e nelle inquietudini dei molti che invocano un’Europa omogenea, è destinato a tornare al centro della discussione.

È un ritorno significativo che ci chiama a una riflessione: prima ancora delle molte cose che tace o che “inventa”, è interessante per l’ansia che tenta di placare, per l’assenza cui intende rimediare, per il malessere che esprime e che pare dato, come ha scritto lo storico Pierre Chaunu, dalla “mancanza di un nemico identificabile”.

Quell’espressione – quel bisogno di recuperare un’origine perduta – corrisponde a un “bisogno politico” che consiste nel “fare memoria”. Ma cosa vuol dire “fare memoria” per un continente che, come ha detto più volte Lucien Febvre, si tiene sull’idea di panico? Per un continente che oggi riscopre la paura, che guarda con apprensione alle ondate migratorie, all’inasprirsi delle disuguaglianze economiche, alle spinte disgregative e alla perdita di prerogative? Il panico – prosegue Febvre – non ha mai voluto dire chiusura, ma il tentativo, spesso di successo, di trovare vie per governare le paure, contenerle, indirizzarle, placarle. Un serbatoio di energie progressiste se la paura si trasforma in sollecitudine per il bene comune.

Un tentativo che oggi potremmo intraprendere tentando due strade. Da un lato, stare nelle faglie del presente. Abitare le sue contraddizioni più stridenti per cercarne soluzioni e via di fuga. Prendere non solo sul serio ma anche in carico timori, apprensioni e affanni per offrire loro risposte lucide, autentiche e lungimiranti. È qui che si apre il terreno della politica nel senso più radicale del termine: la possibilità di guardare e vivere il conflitto nella sua funzione costituente.

Perché se è vero che ad oggi non esiste un popolo europeo è vero che esso può costituirsi proprio a partire da istanze, interessi, bisogni che sono espressione – trasversale ai tanti stati europei – di chi oggi chiede condizioni di vita più degne, eque retribuzioni, tutele sociali, salvaguardia della salute e dell’ambiente.

Di cittadini e cittadine che si mobilitano e si aggregano, prendono parola, istituiscono un confronto critico e dialettico con le istituzioni. Non si tratta (solo) di trattati o convenzioni, ma dell’integrazione che può emergere dai vissuti e dalle attese, dalle urgenze e dalle necessità di chi, proprio nel reclamare diritti e giustizia sociale e nell’indicare alternative possibili, immette polpa e densità in quel lemma, altrimenti vuoto, di “popolo europeo”.

E in secondo luogo, se come ha scritto Marc Crépon, “l’identità europea è da principio costituita dall’insieme delle relazioni complesse che essa ha intrattenuto (…) con ciò che essa ha scoperto, sperimentato, pensato e perfino costruito come alterità”, si rende necessario un movimento di rimemorazione che non insegue un’essenza sovra-storica.

“Fare memoria” come gesto fertile e creativo di riappropriazione. Cosa pensiamo quando diciamo “Europa”? Che cosa contiene questo lemma e a quali valori allude? Più precisamente quale storia evoca? In questo senso, si potrebbero considerare alcuni simboli con cui abbiamo pensato l’Europa come “civiltà europea” e su quelli lavorare. Ne propongo alcuni:

  • Invenzione della stampa: allude all’innovazione che entra in gioco con la libertà di stampa e soprattutto al momento fondante del confronto tra opinioni che circolano e dunque come risposta ai poteri oscurantisti di censura;
  • Canale di Suez: pone il tema dell’“accorciamento del mondo” e dunque del processo di globalizzazione; ma soprattutto pone il problema di una visione del Mediterraneo non come lago chiuso;
  • Encyclopédie: allude alla costruzione di un vocabolario condiviso che significa lotta alla superstizione, costruzione di un sapere libero;
  • Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino: con tutti i distinguo che pure pone Hannah Arendt ne Le origini del totalitarismo, questa potrebbe essere un simbolo su cui riparametrare un’idea di identità europea come memoria della lotta all’autoritarismo e come riconoscimento della dignità di ciascuno.

Ognuna di queste immagini evoca un momento della storia europea, ma tutte indicano un processo di allargamento, di estensione e di emancipazione individuale e collettiva dell’Europa, non un elemento di conservazione, di barriera.

Non è detto che siano le uniche. Ma è bene pensarci e forse anche proporre un’ipotesi. Se noi oggi dovessimo decidere una data, un luogo, un oggetto fondativi dell’idea di Europa, noi – uomini e donne d’Europa che vogliamo un continente aperto e democratico e quindi inevitabilmente agonico e plurale – che cosa sceglieremmo? Dove metteremmo quel confine? E’ importante e anche necessario avere delle risposte, indicare dei punti di snodo. Diversamente saranno altri a segnare quel confine dando un volto identitario, marcatamente sovranista all’idea di Europa.