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Politica

America 2022

18 Gennaio 2022
Francesco Olivieri

Protagonista di questi anni, a cominciare da quello trascorso, è evidentemente Biden e il suo “team”, composto di quanto di meglio ha da offrire la parte Democratica della politica, col mandato di rovesciare il passato recente del paese. Avrà successo, e sarà in grado di assicurare la continuità di questo corso?

 

E’ trascorso solo un anno dal fallito putsch contro la democrazia americana, che si è rivelata più vulnerabile di quanto quattro anni di iconoclastico governo ci avessero già portato a sospettare. Il 6 gennaio 2021 avrebbe potuto svolgersi diversamente, ed evitare questo straordinario episodio nella storia della nazione americana. Quando Tocqueville, un paio di secoli fa, scrisse il suo capolavoro dedicato a questa giovane democrazia in azione, poteva ancora avere nelle orecchie la risposta di Franklin alla cittadina che lo interrogava al termine dei lavori sulla costituzione, per sapere come si sarebbe configurato il nuovo paese: “Una repubblica”, rispose Franklin, aggiungendo “…se saprete conservarla”, una battuta che oggi appare preveggente.

Alla guida dell’America, Biden dovrà affrontare il giudizio del paese tra dieci mesi, al termine dei quali le elezioni di “mezzo termine” del Congresso ci diranno se avrà conservato abbastanza fiducia da poter governare efficacemente per il biennio che resta prima dell’elezione di un nuovo Presidente. Questo novembre l’esito delle elezioni congressuali dipenderà certo anche dal valore e dalle campagne dei singoli candidati, ma l’insieme resta un giudizio sul partito al potere e sul suo Presidente. La tradizione indica che di solito dopo un biennio il partito al potere perde seggi, e, se così accadrà, governare per Biden rischia di ridursi al residuo potere di amministrare.

I temi del presente politico americano sono infiniti, ma quattro -interconnessi- primeggiano: il sogno di una fondamentale intesa nazionale, da cui discenderebbe la governabilità del paese; la protezione del sistema elettorale contro il reale rischio di abusi e distorsioni; l’economia, coi suoi timori -finora tenuti a bada- di recessione o di inflazione; la gestione della pandemia, col suo sottofondo di reazione irrazionale. Quanto allo scenario internazionale, nonostante la sua importanza, raramente pesa a favore dei governi in carica: il successo dell’America nella politica estera tende qui ad essere semplicemente presunto, e perciò è piuttosto la sua eventuale mancanza che sottrae consensi elettorali ai Presidenti in carica. All’estremo, già una disavventura come Kabul, alla vigilia di una elezione, può affondare una presidenza.

Su questo sfondo, in partenza il clima politico è perfido, non solo cattivo. Mentre il governo stenta a far approvare in Congresso i propri programmi, il suo partito si batte sia a livello degli Stati che a livello federale per mettere in sicurezza le regole elettorali che l’opposizione cerca di riscrivere a proprio vantaggio, e scopre che il suo primo nemico è il partito stesso, che comprende alcuni dissidenti – pochi, ma abbastanza da annullare la tenue maggioranza di Biden in Congresso. Chi non vive il quotidiano dei “media” di qui, può stentare a credere che gli americani siano oggi divisi al punto di discutere apertamente del possibile rischio di una sollevazione armata. Purtroppo, in un paese dove le armi da fuoco in mano ai privati superano di una volta e mezza il numero dei cittadini, anche chiacchiere oziose in una birreria possono in un baleno diventare reali. Perciò quest’anno la difesa della democrazia americana sarà, magari in filigrana, il centro dell’attenzione nella vita della nazione.

Le due componenti di questa vicenda sono il procedere della giustizia e la perdurante fede in Trump dei suoi seguaci.

 A Washington si sta cercando di arrivare a una sanzione giudiziaria dell’operato di Trump e dei suoi seguaci nel processo elettorale del 2020, e nel suo culmine col fallito “golpe” dello scorso gennaio. Ci si scontra su questo con la decisione della leadership del partito Repubblicano (GOP) di tener duro sulla linea dell’ex-Presidente. Ciò non può stupire, perché Il GOP oggi non ha più abbastanza seguito in ciò che resta del suo antico elettorato centrista (ormai minoritario in seno al partito) per mantenere il proprio tradizionale ruolo di colonna portante dell’establishment conservatore americano. Per restare nel futuro un’opzione reale della politica nazionale ha assoluto bisogno di altri voti, e li ha trovati nella frangia populista: inevitabilmente, e -forse pure alcuni di loro malvolentieri- i conservatori americani per necessità si aggrappano oggi a Trump, che ha dimostrato di averli in pugno. Un risultato appariscente è la fragilità della maggioranza Democratica in Congresso, che rende oggi più difficile ogni iniziativa legislativa di qualche spessore, e complica anche l’inchiesta sui fatti del 6 gennaio – che dovrebbe vedere entrambi i partiti uniti a difesa della Costituzione; ma è passato un anno da quando si erano scandalizzati anche i leader Repubblicani, quando -per un istante- avevano creduto di potersi distanziare del loro ex-leader.

Se la politica parlamentare non appare promettente, sarà probabilmente invece l’anno dei tribunali: si avvicina il momento della verità, in senso letterale, per Trump che dovrà rispondere sia come cittadino (New York, sotto scrutinio per varie ipotesi di reati finanziari e fiscali) che come ex-Capo dello Stato, tenuto a rispondere della sua condotta sia nel periodo elettorale -culminata in una serie di tentativi di falsificare il risultato delle elezioni- che per la sua responsabilità specifica nell’episodio del 6 gennaio. Il dipartimento della Giustizia americano, quietamente diretto da un giurista di grande sobrietà e competenza (è stato tra l’altro il procuratore del processo sul terrorismo interno che ha seguito l’attentato di Oklahoma City nel 1995)  sembra intento a concretare sistematicamente i capi di indagine che vorrà portare in aula.

Non sarà facile in un anno elettorale, ma la resa dei conti giudiziaria non può essere dilazionata ulteriormente. Mentre a fine anno le elezioni congressuali, se portassero ad un rovesciamento della maggioranza parlamentare, potrebbero porre fine alle inchieste parlamentari, non avrebbero effetto immediato nelle aule della giurisdizione ordinaria; ma la minaccia di una reazione violenta dei seguaci estremisti di Trump sarebbe invece un serio fattore di preoccupazione.

Alle radici di questa contrapposizione estrema si confrontano anche due diverse concezioni dello stato, che si scontrano attorno alle idee di solidarietà e di individualismo. I grandi cambiamenti indotti dall’evoluzione tecnologica e dalla globalizzazione hanno marciato di pari passo, forzando profondi cambiamenti nella società; gestire il cambiamento non è facile né senza costo, e le ricette dei due partiti sono contrapposte. I rimedi della sinistra sono visti con allarme da metà della nazione, e a sua volta la destra non offre soluzioni per tutti.

Gli ingredienti di una divisione che può dar fuoco alla miccia non sono nascosti. Nel 2016, l’elezione di Trump aveva già messo in evidenza una frattura troppo a lungo ignorata in seno al paese, e questa ha prodotto la vittoria di un candidato che alla vigilia appariva improbabile, cementando una inattesa alleanza tra America rurale, cristiana, lavoratrice, sostanzialmente proletaria, patriottica e pronta a dare la vita, con un personaggio che incarna l’esatto opposto di questa immagine. Il fatto che questa alleanza si sia formata è una macchia sul ceto politico del paese, poco attento a quelle che parevano frange trascurabili della cittadinanza, lontane dalla vista delle grandi città. Come risultato, è ormai evidente nella realtà americana una consistente massa di cittadini offesi di sentirsi al margine, trascurati dall’attenzione del governo che appare loro essere volta a vantaggio di altre componenti della società. Questo popolo ha visto in Trump il modo di affermarsi contro una America urbana, meglio educata ed economicamente più sicura; la sua sconfitta nel 2020 -da loro mai accettata- non ha intaccato la loro fede. Trascurata, l’America rurale e quella delle città industriali ridotte ormai letteralmente alla rovina dalle nuove tecnologie e dalla concorrenza internazionale non può conciliare la sua sorte reale con l’immagine popolare della superiorità innata della nazione, e cerca un colpevole, ed un difensore.  Eredi di generazioni che avevano vissuto una vita di lavoro duro ma redditizio, hanno oggi perduto di vista la dignità di un modo di vita che ritenevano di aver guadagnato. L’universo del carbone, alimento della potenza industriale americana, ancora nel 1985 impiegava circa 180,000 minatori; ora ne restano 40,000, spesso precari pagati a ore. Solo il 2%, cioè 800 di loro, sono oggi sindacalizzati, contro 70,000 nel passato. Trump, con qualche promessa, vinse la West Virginia col 68.5% dei voti...

L’esito di questa crescente tensione si avrà in novembre, ma intanto gli americani non sono tranquilli, e guardano al governo in carica per guida e rassicurazione, preoccupati dai segni di debolezza parlamentare. Uno sprazzo di vigore si è visto quando Biden, abbandonando la veste del bonario pater familias ha preso la parola il 6 gennaio per commemorare il fallimento del putsch dello scorso anno, ed è apparso un Biden diverso. Ha usato parole dure, pronunciate con forza, additando Trump come l’istigatore e il primo responsabile dell’offesa alla costituzione. E’ una chiamata a raccolta del popolo della democrazia americana, ed era tempo. Per ora l’indice di gradimento del Presidente rimane intorno al 40-44%, non gran che (ma nel 2018 Trump era al 30%), e i sondaggi mostrano che se le elezioni congressuali del prossimo novembre si tenessero oggi, vedrebbero un generico vantaggio per il partito repubblicano.

Come sempre, il successo o il fallimento di questa amministrazione dipenderà molto dall’andamento dell’economia. Per ora le cifre sono buone nell’insieme, ma ci si può chiedere se si possono ancora applicare i metri di misura abituali quando si attraversa una tempesta come quella provocata dalla pandemia, che ha sconvolto il mondo del lavoro e della produzione. Le statistiche indicano una forte offerta di posti di lavoro – ma è una buona notizia avere un eccesso-record di posti vacanti rispetto al numero di domande di impiego? Queste settimane hanno visto grandi numeri di lavoratori lasciare l’impiego, anche se un numero importante lo ha fatto, parrebbe, per lanciare iniziative indipendenti, facilitate dall’esplosione degli strumenti di telelavoro; ma occorre preoccuparsi che sia anche un effetto del “richiamo materno” per questi lavoratori, più spesso lavoratrici, che hanno dovuto lasciare il lavoro per tornare a badare ai figli le cui scuole sono chiuse. Punte di scarsità per l’energia e per taluni generi di largo consumo hanno gonfiato gli indici dei prezzi, e l’inflazione ha toccato di recente il 7%; segnali non ancora di allarme, ma segnali, e la Banca Centrale è intervenuta sul tasso di interesse.

Per l’avvenire, preoccupa soprattutto l’incapacità del governo di passare la legislazione scritta dalla Casa Bianca, cominciando da quella che si proponeva di rilanciare non solo l’infrastruttura ma anche un vasto programma di misure sociali, attese giustamente dagli americani, e l’attesa legge a tutela della libertà di voto. Al Senato non è stato possibile finora giungere all’approvazione per l’opposizione di un paio di senatori democratici, franchi tiratori che -sfruttando una particolarità dei regolamenti senatoriali- si sono uniti all’opposizione ed impediscono la formazione della maggioranza necessaria.

Se Biden avesse successo nel superare questo ostacolo procedurale, come oramai appare difficile, avrebbe non solo gli strumenti per realizzare un coerente programma economico, ma potrebbe anche far passare l’importantissima e attesa legge per la tutela del voto -da cui potrà dipendere l’integrità del processo elettorale- in risposta alla pioggia di provvedimenti locali adottati dai Governatori repubblicani di vari Stati, diretti a discriminare gli elettori considerati più favorevoli al partito Democratico (leggasi, minoranze razziali).  

L’autorità del governo americano, davanti all’incertezza sulla sua capacità di legiferare, avrà bisogno di affermarsi prima di essere convincente. Anche in America, gli elettori non badano alle buone intenzioni, ma solo ai buoni risultati; se l’opposizione, noncurante del danno inflitto al paese con la sua politica della terra bruciata, provocasse il fallimento della presidenza di Biden, lo farebbe portando al potere il frutto di un patto di alleanza tra una cultura conservatrice ed una populista, una miscela che in Europa abbiamo già sperimentato con effetti rovinosi.