L’Agenda Donne, Pace e Sicurezza: dalle Nazioni Unite ai Piani d’Azione Nazionali, passando per l’Unione Europea e l’Italia
L’Agenda Donne, Pace e Sicurezza, adottata dalle Nazioni Unite nel 2000, esorta tutti gli stati membri a riconoscere l’impatto disproporzionato che i conflitti armati hanno sulle donne. L’Agenda, che ha compiuto 25 anni recentemente, è stata comunque integrata con altre risoluzioni nel corso degli anni, con lo scopo di rinvigorire gli obiettivi delineati nell’Agenda e renderla esauriente. Questi obiettivi si articolano di seguito in:
- Prevenire ogni forma di violenza verso le donne e le ragazze che vivono in Paesi in conflitto prevenzione;
- Proteggere le donne e le ragazze, e i loro diritti protezione;
- Rafforzare il ruolo delle donne nei processi di pace e in tutti i processi decisionali partecipazione;
- Includere le donne e le ragazze nei processi di riappacificazione e ricostruzione, specialmente tramite sostegno alle organizzazioni della società civile – soccorso e assistenza.
Ad un primo sguardo, appare chiaro che l’Agenda Donne, Pace e Sicurezza faccia riferimento a contesti di guerra e pertanto sia principalmente indirizzata, nella sua implementazione, ai governi che stanno vivendo una situazione di conflitto. Nonostante ciò, quasi tutti i Paesi “occidentali” ne hanno una versione nazionale. I PAN (Piani di Azione Nazionale) delineano l’approccio e le linee d’azione delle istituzioni nazionali per l’implementazione dell’Agenda DPS, definendo gli obiettivi e le attività che verranno intraprese, sia a livello nazionale che internazionale[1]. Possono essere considerati promotori di norme di genere, in quanto traducono i concetti dell’Agenda, provenienti dalla Risoluzione internazionale astratta e priva di valore giuridico vincolante, in elementi concreti del sistema giuridico nazionale[2].
Per quale motivo questi Stati adottano una strategia simile se non hanno dichiarato uno stato di guerra o una crisi?
Prima di tutto, l’uguaglianza di genere deve venire interpretata come un mandato, ossia una responsabilità comune a tutti i Paesi democratici dell’ordine liberale che riconosciamo oggi. Le Nazioni Unite fanno da buon esempio per le altre organizzazioni e governi internazionali che lo sottoscrivono. La NATO, l’OSCE, ma anche l’Unione Europea hanno la loro formula di Agenda DPS. A livello europeo, il PAN corrisponde al GAP, ovvero Gender Action Plan[3], il quale rientra nei principi della Politica di Sicurezza e Difesa Comune. Il GAP rappresenta l’impegno dell’Unione Europea nel promuovere l’uguaglianza di genere e l’empowerment femminile nelle sue azioni esterne. Tuttavia, l’UE vuole distinguersi aggiungendo il gender mainstreaming e il “dare l’esempio” tra le azioni concrete di implementazione dell’Agenda.
Così come per l’UE, i singoli Paesi hanno adottato la Risoluzione 1325 con lo scopo di mostrare un’immagine pacifica della propria società, senza i problemi descritti dall’Agenda, ma con soluzioni per gli altri stati che li stanno vivendo[4]. Questo contrasto tra “noi” e “gli altri” è presente nella maggior parte dei documenti dei Paesi attuatori. Questa dicotomia non fa altro che sottolineare una geografia che riflette persistenti gerarchie globali[5]. Infatti, molti Paesi “virtuosi” sulle strategie di parità di genere si trovano nella parte nord del mondo, ed offrono un supporto esperto nella cooperazione internazionale e nella definizione di un PAN nei Paesi a sud (Nord vs. Sud). Ulteriormente, gli obiettivi tendono a vittimizzare la donna, target principale delle violenze sessuali in contesti di guerra, e allo stesso tempo, pretendono che diventi modello nella mediazione, agente chiave nelle decisioni di pace.
Similmente, sebbene le linee guida per la parità di genere si siano diffuse e rafforzate internazionalmente, il rispetto per i diritti delle donne viene meno in molte regioni, anche nei Paesi “occidentali”. A questo si aggiungono la corrente di sfiducia nel principio del multilateralismo, le ondate anti-gender e uno scenario globale sfavorevole alla promozione dei diritti umani[6]. Ad esempio, l’Ungheria, l’unico stato membro europeo che non ha implementato l’Agenda a livello nazionale, non ha sviluppato un PAN perché non riconosce l’ideologia di genere, considerata una minaccia per i valori della famiglia tradizionale.
Tra gli stessi sostenitori dell’Agenda e dei PAN ci sono contrasti: alcuni sostengono il femminismo e la demilitarizzazione, mentre altri promuovono una maggiore integrazione delle donne nelle strutture militari e di sicurezza esistenti. Il divario si amplia con discussioni sulla natura della pace e sul senso della giustizia di genere, con il rischio che l’Agenda diventi un esercizio tecnocratico piuttosto che un progetto femminista[7]. Di conseguenza, molti esperti hanno suggerito di unire l’Agenda ad altre buone pratiche, come lo Humanitarian-Development-Peace Nexus[8] (meglio conosciuto come Triple Nexus) e i piani di politiche femministe estere. Tuttavia, agglomerare più agende potrebbe mettere troppa carne al fuoco e costringere i Paesi a definire delle priorità tra i vari obiettivi a cui stanziare parte del budget a disposizione.
Dove si colloca l’Italia nel dibattito su queste questioni etiche legate all’implementazione dell’Agenda?
L’Italia ha recentemente pubblicato il PAN per il periodo 2025-2029[9], il quinto dal suo primo mandato. Al contrario di alcuni Stati europei[10], dal documento italiano emerge una consapevolezza sulla posizionalità italiana e sulle proprie competenze. Il Piano viene implementato nella sua politica estera, per quanto riguarda i settori della cooperazione allo sviluppo, dell’aiuto umanitario e a livello multilaterale, i.e. promuovendo azioni di sensibilizzazione e la diffusione della conoscenza di settore.
L’evoluzione del PAN italiano passa dal focus sulla partecipazione militare delle donne nei primi due documenti, per poi introdurre un approccio multistakeholder ed infine, nell’ultimo Piano, adottare la teoria della human security. Questo approccio, già sviluppato nella teoria del peacekeeping delle Nazioni Unite negli anni ’90 e ripreso nel contesto dell’Agenda Donne, Pace e Sicurezza durante il NATO Summit di Madrid nel 2022, ribadisce la centralità dell’individuo nell’implementare questo tipo di risoluzioni. Rispetto ai precedenti piani, il nuovo mandato evidenzia la centralità della leadership femminile nelle risposte a crisi complesse, riconoscendo l’intersezionalità data anche dai cambiamenti climatici, l’insicurezza alimentare e la migrazione, per citarne alcune[11]. Inoltre, il quinto piano consolida gli obiettivi perseguiti basandosi su pratiche partecipative e di monitoraggio. Nonostante ciò, il suo impatto reale rimane legato alla volontà politica sostenuta, al coordinamento efficace tra le istituzioni e al coinvolgimento significativo della società civile[12].
La grande differenza dagli altri PAN si trova nell’ultima azione da intraprendere: consolidare la comunicazione, la formazione e la sensibilizzazione per aumentare la consapevolezza e coordinare l'azione dell'Italia nei forum internazionali pertinenti. Mentre i primi tre obiettivi sono in linea con i pilastri dell'Agenda internazionale WPS - ovvero il ruolo delle donne nei processi di pace e nei processi decisionali; la prospettiva di genere nelle operazioni di pace; l’empowerment delle donne, la parità di genere e la protezione dei diritti umani di donne e bambine/i in aree di conflitto e post-conflitto, - l’ultimo obiettivo sostiene attività di comunicazione, advocacy e formazione a tutti i livelli, sull’Agenda DPS e le questioni connesse, accrescendo al contempo le sinergie con la società civile[13].
In conclusione, l’Italia riconosce la necessità di promuovere, integrare e, usando il termine inglese, mainstream l’Agenda Donne, Pace e Sicurezza e lo fa attraverso il suo sostegno a reti come Women in International Security (WIIS) Italia e il Mediterranean Women Mediators Network (MWMN)[14]. Sebbene l’Italia abbia molto da migliorare per quanto riguarda la protezione dei diritti delle donne a livello nazionale, come ribadito nelle righe precedenti, l’implementazione dell’Ageda DPS sta proseguendo nella giusta direzione, considerando che il vero progresso dipende dal supporto alle donne e alle organizzazioni che stanno già lavorando sul campo in Paesi in conflitto.
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[1] Sterzi, F. (2022). La prospettiva di genere nelle missioni delle Forze Armate italiane: il ruolo dei Gender Advisors e dei Gender Focal Points. Osservatorio di Politica Internazionale - Approfondimenti per la Camera dei deputati nr. 189. A cura dell’Istituto Affari Internazionali (IAI)
[2] True, J. (2016). Explaining the global diffusion of the Women, Peace and Security agenda. International Political Science Review, 37(3), 307-323.
[3] European External Action Service (EEAS).
[4] Shepherd, L. J. (2016). Making war safe for women? National Action Plans and the militarisation of the Women, Peace and Security agenda. International Political Science Review, 37(3), 324-335.
[5] Tarnaala, E. and Solanas, M. (2025). Women, Peace and Security in a changing global order: rethinking participation, protection and mediation practice. Martti Ahtisaari Peace Foundation (CMI).
[6] ididem
[7] Shepherd, Laura J. (2008), Gender, Violence and Security. Discourse as Practice, London/New York, Zed Books
[8] Mesa, M. and Boschiero, E. (2025). The Women, Peace and Security Agenda in the Implementation of the Triple Nexus. In 'The Triple Humanitarian, Development and Peace Nexus: In Context and Everyday Perspective', edited by Marina Ferrero Baselga and Rodrigo Mena.
[9] Comitato Interministeriale per i Diritti Umani (CIDU). V PIANO D’AZIONE NAZIONALE SU DONNE, PACE E SICUREZZA (2025 – 2029). IN ATTUAZIONE DELLA RISOLUZIONE DEL CONSIGLIO DI SICUREZZA 1325 (2000)
[10] Emi-Tihana Barker, The WPS Agenda and the National Action Plans of France and Germany: Us ‘Over Here’ Helping Those ‘Over There’. Young Security Conference.
[11] Vavalà, I. (2025). Comitato Interministeriale per i Diritti Umani (CIDU): V Piano d’Azione Nazionale su Donne, Pace e Sicurezza (2025-2029). Centro di Ateneo per i Diritti Umani Antonio Papisca. Università degli studi di Padova.
[12] ibidem
[13] Comitato Interministeriale per i Diritti Umani (CIDU). V PIANO D’AZIONE NAZIONALE SU DONNE, PACE E SICUREZZA (2025 – 2029). IN ATTUAZIONE DELLA RISOLUZIONE DEL CONSIGLIO DI SICUREZZA 1325 (2000)
[14] Teodorescu, L. and Daga, G. (2025). FROM RESOLUTION TO PRACTICE 25 YEARS OF THE WOMEN, PEACE AND SECURITY AGENDA. THE ROLE OF THE MEDITERRANEAN WOMEN MEDIATORS NETWORK. Edizioni Nuova Cultura per Istituto Affari Internazionali (IAI)