“Seconde generazioni”: specchio dell’integrazione?

Giuseppina Tumminelli
Sociologa, Dipartimento di Scienze Politiche e relazioni internazionali, Università degli Studi di Palermo

Cosa accade quando affrontiamo il tema dell’integrazione facendo riferimento alle “seconde generazioni”? È possibile ipotizzare che le “seconde generazioni”, le “terze generazioni”, … siano lo “specchio” dell’avvenuto processo di integrazione dei migranti nella società?

I processi migratori delineano situazioni di eterogeneità nei territori, caratterizzate da tante e numerose dinamiche anche diverse tra di loro, ma nelle quali è possibile rintracciare elementi di connessione, ad esempio con le dinamiche insediative, con la rilevanza che la comunità etnica esercita, con il tempo di arrivo e il tempo di stabilizzazione.

Se affrontare le migrazioni come “costruzioni sociali complesse” (Ambrosini 2005) è alquanto articolato, lo stesso vale per il tema proposto in ragione delle molteplicità, sfaccettature, differenziazioni, che è possibile individuare e che rimandano a ulteriori aspetti da approfondire. Già l’uso dell’espressione “seconde generazioni” è strettamente collegato a un processo di categorizzazione che sembra rivolgere l’attenzione soprattutto alle origini del giovane (Colombo, Domaneschi, Marchetti, 2009), mentre emerge uno scenario che è composto da “insiemi di seconde generazioni” in ragione del fatto che l’espressione “seconde generazioni” ingloba diverse realtà, come i minori nati in Italia, i minori stranieri non accompagnati, i minori ricongiunti, i minori arrivati per adozione internazionale, i figli di coppie miste (Ambrosini, 2005).

L’adozione di categorie, come è possibile immaginare, dà origine a dei confini che necessitano di essere problematizzati per evitare di incorrere nella riduzione di una biografia alla cultura d’origine e di considerare straniero chi è nato in Italia e non vi è emigrato da nessun posto, è un “migrante senza migrazione”.

A monte, è necessario precisare che le categorie sociali, che sono il risultato di una costruzione teorica che raggruppa in unità sociali individui con (supposte) caratteristiche comuni, in questo caso specifico rimandano alla nostra incapacità di evitare semplificazioni che unificano sotto lo stesso termine una molteplicità di situazioni e persone che meriterebbero un’attenzione più specifica e circostanziata.  

Parlare di seconde generazioni, perciò, offre la possibilità di discutere della nostra società, delle caratteristiche e delle forme di coesione sociale che vengono messe in campo, e della presenza di identità composite che spesso innescano paure perché sembrano poter minacciare la cultura nazionale.

Il tema delle seconde generazioni è centrale per riflettere sulle capacità della società d’arrivo di mettere in campo, attraverso interventi legislativi e non solo, azioni di inclusione realmente calibrati sui processi e sulle caratteristiche reali dei soggetti coinvolti.

Approfondire il tema significa anche interrogarsi sul significato che il percorso migratorio dei genitori ha avuto e, perciò, comporta un cambio di prospettiva anche nella lettura delle migrazioni, assumendo, come ricorda Santagati (2009), lo sguardo dei figli. I giovani di seconda generazione, in tal senso, da una parte potrebbero leggere la scelta genitoriale di migrare come un’esperienza, un’eredità e un ethos familiare, e dall’altro sono, a differenza delle prime generazioni, l’interfaccia culturale “che pone il soggetto non più semplicemente all’interno di un confronto tra la propria cultura di appartenenza e quella del Paese ospitante, bensì di fronte a vere e proprie scelte con un impegno di elaborazione personale rilevante” (Besozzi 2009: 16). Se la prima generazione, infatti, è impegnata nel trovare una collocazione all’interno della società e da questa essere “vista” e riconosciuta, per le seconde le sfide si moltiplicano non soltanto per rispondere alle aspettative dei genitori, ma anche per la costruzione di un progetto individuale che tenga conto delle risorse personali in termine di capitale culturale, sociale e relazionale. A questo punto, si presenta il tema della continuità-discontinuità (Tumminelli 2019), che si ripropone in forme diverse. Si pensi all’interiorizzazione dei valori, norme, simboli, codici, nel rapporto tra culture diverse; al confronto con gli autoctoni coetanei in diversi contesti come la scuola, l’università, il gruppo dei pari, i media, il mercato del lavoro; al ruolo che i figli assumono come mediatori tra i genitori e la società d’arrivo; all’affrontare le fasi dello sviluppo evolutivo nel rapporto tra culture diverse.

La riflessione, pertanto, si sposta sul piano del rapporto tra il soggetto e il contesto. Contesti più aperti al confronto e alla relazione creano occasioni di inclusione e di valorizzazione delle differenze che non emergono in contesti chiusi. Il processo di inclusione, pertanto, deve fare i conti con la relazione tra il livello micro, riconducibile alla dimensione soggettiva, e con il livello macro, ossia la dimensione societaria.

Le nuove generazioni hanno in sé una moltitudine di condizioni e di situazioni, ma manifestano anche somiglianze con gli autoctoni proprio perché sono accomunati da un processo di crescita in una società che presenta, però, delle complessità e delle contraddittorietà. Nelle difficoltà che le seconde generazioni incontrano possono nascere strategie di exit e di voice (Hirschman, 1982) che si potrebbero manifestare in forme e modalità diverse: dalla marginalizzazione, con ricadute negative sulle relazionali personali (si pensi ai Neet di origine straniera ossia ai giovani che non studiano e non lavorano o ai giovani che vivono nelle periferie delle città sperimentando marginalità, povertà economica e educativa e difficoltà nell’accedere al mercato del lavoro); all’avvio di percorsi positivi di inclusione sociale nel territorio, come ad esempio forme di partecipazione politica, associativa o creazione di attività autonome (come nel caso del CoNNGi, ossia il “Coordinamento Nuove Generazioni Italiane o della “Rete G2 – Seconde Generazioni”).

Dalle ricerche empiriche condotte emerge un aspetto comune ai giovani, ossia il sentirsi in un “crocevia”, al centro di un incrocio. Una metafora che, in maniera efficace, delinea lo stare su un confine simbolico tra le diverse appartenenze e che spinge verso il riconoscimento da una parte del “diritto alla somiglianza” con i coetanei autoctoni e dall’altra al riconoscimento della propria diversità come risorsa.

Come emerge da una ricerca sul tema (Macaluso, Siino, Tumminelli 2020), la posizione dei giovani con background migratorio oscilla tra l’assimilazione selettiva, che comporta il successo scolastico, la crescita economica, il mantenimento di legami con la propria comunità e l’adozione di codici culturali distinti, l’assimilazione illusoria che li conduce ad acquisire stili di vita occidentali ai quali, però, non corrispondono standard di consumi adeguati, e l’acculturazione selettiva, dove l’apprendimento delle abilità necessarie per inserirsi nel nuovo contesto non è in conflitto con il mantenimento di legami e di riferimenti identitari.

Naturalmente, in questi posizionamenti tipologie di scelta influiscono fattori quali la percezione pubblica negativa della migrazione e le disposizioni in chiaroscuro da parte della popolazione italiana (come documentato nel 32° Rapporto Italia di Eurispes 2020), a cui si accompagnano processi di discriminazione (in particolare nel lavoro e nell’accesso ai servizi) che coinvolgono anche le seconde generazioni e vengono chiaramente percepiti dagli stessi interessati, come emerge dalla seconda survey realizzata dall’European Union Agency for Fundamental Rights (2017), sui 28 Paesi dell’Unione

Questi lavori di ricerca confermano la perdurante associazione tra la provenienza dei migranti e l’inserimento in nicchie di mercato a bassa qualificazione e mostrano come tale correlazione si proietti anche sui loro figli, come se l’integrazione subalterna fosse l’unica forma di integrazione possibile anche per i giovani con background migratorio. Le difficoltà che incontrano nell’accedere al mercato del lavoro, dovrebbe, di contro, farci ricordare quello che Piore (1979) già aveva osservato, ossia  la necessità che il mercato del lavoro assicuri canali di mobilità ascendenti alle seconda generazione.

Detto ciò, è difficile immaginare un processo d’integrazione lineare e ricorrente proprio per l’esistenza di forti differenze presenti anche a livello territoriale.

Non appare possibile, di conseguenza, rispondere alla domanda posta in apertura, ossia se le seconde generazioni siano lo “specchio” dell’avvenuto processo di integrazione nella società, poiché risulterebbe limitativa di un processo che è in corso e che presenta sfaccettature differenti che sono collegati alla responsabilità della società ricevente.

Pertanto, per affrontare il tema, è fondamentale sciogliere alcuni nodi che vanno dal livello definitorio, ossia l’uso di categorie nelle quali i protagonisti si riconoscano; all’individuazione delle specificità legate a situazioni differenti tra di loro (es. minori stranieri non accompagnati, figli di coppie miste, …); all’influenza del genere, dell’età, della religione sui processi di integrazione; all’analisi degli impatti che le politiche determinano nella relazione tra migranti con background migratorio e settori specifici quali, ad esempio, istruzione e formazione, e mercato del lavoro.

Tutto questo, cosa ci dice su di noi e sull’Italia? Ci ricorda che il Paese è eterogeneo e diversificato dal punto di vista culturale, che è in ritardo rispetto ad altri Stati dell’Ue nell’avvio di percorsi di inte(g)razione, che la categoria “noi” deve includere anche “loro” e che, infine, è necessario dotarsi di nuovi approcci e schemi che ci aiutino a comprendere la nuova realtà sociale, sicuramente più complessa di quanto possiamo immaginare.

26 Gennaio 2021
di
Sebastiano Ceschi