La provvisorietà domina i cambiamenti politici in America Latina
Gli esiti di cruciali coincidenze sono destinati a influire sui rivolgimenti della politica latinoamericana e di un mondo, comunque, a tutt’oggi globalizzato e perciò soggetto all’effetto domino.
Le elezioni generali d’ottobre in Brasile e, a novembre, il voto di mid-term negli Stati Uniti, così come probabili svolte nelle guerre in Ucraina e in Medio Oriente, potrebbero perfino capovolgerne le dinamiche, che ultimamente hanno ampiamente favorito la destra più truce e impudente. Ne costituiscono, nondimeno, solo un fattore aggiuntivo, sia pure assai notevole.
A misurare definitivamente qualità e spessore, e pertanto la portata effettiva di quei cambiamenti, in ogni caso parziali, è la loro natura non autoctona, scaturita dal carattere dipendente del modello di sviluppo preminente a sud del Rio Bravo. La rivoluzione tecnologica che investe questi nostri tempi, con una rapidità che ce li fa vedere già obsoleti mentre ancora li stiamo vivendo, è, in conclusione, il dato generale che ne mantiene indefinito il carattere a ogni livello e latitudine. Tra digitale e analogico c’è stata una collisione, non un incontro. E, a breve, un’anarcoide irruzione dell’intelligenza artificiale nel nostro totale quotidiano potrà proiettarci tutti in una dimensione minacciosamente semisconosciuta.
Parimenti decisiva, nell’immediato dell’America Latina, è risultata l’ininterrotta accelerazione imposta dall’avvio del nuovo secolo nella competizione mondiale (occhio a Nick Land!) per chi riesce a produrre di più con il maggior valore aggiunto, ben oltre, quando non apertamente contro, le regole convenute. Da qui il declino del multipolarismo, a cominciare dalla sterilizzazione delle Nazioni Unite e dal ripudio degli Accordi di Parigi per la difesa del clima: scelte aggressive che, con i dazi di Trump, hanno investito tumultuosamente il commercio internazionale, incrementando scarti e costi di produzione, scaricati in gran parte sulle aree di minore sviluppo e con minore capacità di mantenere gli standard occupazionali, tanto nel pubblico quanto nel privato, di cui hanno favorito l’ulteriore espansione. Si tratta della stessa problematica che ha investito gli Stati Uniti e l’Europa, attraverso un’inedita concentrazione oligopolistica sui mercati finanziari. Con la falcidia d’interi settori produttivi (caso esemplare, la crisi Volkswagen nell’auto), l’erosione dei livelli occupazionali e del potere d’acquisto dei redditi fissi. Con la falcidia d’interi settori produttivi (caso esemplare, la crisi Volkswagen nell’auto), l’erosione dei livelli occupazionali e del potere d’acquisto dei redditi fissi, la conseguente emarginazione fisica dei meno protetti ha proceduto di pari passo con il loro abbandono della precedente appartenenza politica ed elettorale. È il nuovo soggettivismo passionale, che porta i risentimenti personali a sovrastare il senso politico e testimonia sbandamenti paralleli nel nuovo e nel vecchio mondo.
La Patria Grande è ormai appena un brandello di memoria dell’America australe militante. Ridotta a un’esile brezza, neppure la retorica riesce a farla garrire. Cuba castrista, che con il Che Guevara ne aveva fatto il vessillo di battaglia, ha dovuto ammainarla prima ancora d’essere aggredita dalla fame di sopravvivenza con cui adesso l’assediano gli Stati Uniti. Il volontarismo armato è un Moloch che si nutre preferibilmente di eroi, ma mastica di tutto.
Con la cattura e il sequestro del dispotico governante venezuelano Nicolás Maduro, nella sovranità da lui stesso resa quanto mai fragile della sua Caracas, il presidente Trump vuole imporsi come un Bolívar all’incontrario. I 21 paesi latinoamericani intende intrupparli tutti in una sola America sotto la bandiera a stelle e strisce, ispirato dal prepotente sentimento del possedere per sé e per gli interessi che sente vicini, nella sua nota attrazione per l’estetica verticalista, dai grattacieli ai tralicci per l’estrazione del petrolio (conservando all’intimità quella per la metafisica delle criptomonete), e ben disposto a lasciare in cambio al vicepresidente J. D. Vance, che pretende di succedergli, la cura ideologica degli Hobbes, Carlyle, De Maistre, Schmitt e d’ogni liberismo selvaggio teorizzato.
È andata appena un po’ meglio al variegato, spesso corrotto e sempre molto gerarchizzato riformismo distributista del populismo sinistrorso, dall’Argentina dei Kirchner al chavismo in Venezuela, e al forte risveglio dei popoli originari tra le Ande meno accessibili e il Pacifico, mai del tutto riassopito e tuttavia insufficiente a mantenere quel protagonismo tambureggiante che tanto aveva fatto sperare nel definitivo recupero dei ritardi imposti loro dalla conquista coloniale.
Dal punto di vista strutturale, il modello economico prevalente in America Latina è rimasto quello storicamente determinato dall’export di materie prime, che lascia ai paesi centrali la gran parte del plusvalore della trasformazione e, a ogni crisi – quella epocale che sta dilagando nell’intero Occidente ne costituisce l’ultima, comprovata e drammatica conferma –, è soggetto a pagarne il costo più alto.
A tale riformismo, che nondimeno ha espresso anche interpreti di grande respiro politico e coerenza individuale (ricordiamo, fra tutti, Raúl Alfonsín, Lula da Silva e Salvador Allende, che gli ha sacrificato la vita), va riconosciuto il valore di aver recuperato per i rispettivi popoli fondamentali diritti civili e più umane condizioni materiali di vita, riscattati alla ferocia di tutte le dittature militari e al cinismo sociale dei governi di destra.
D’altra parte, nessuno dei campioni di questa recente oleada di destra più o meno estrema ha vinto per knock-out! A cominciare, nel 2023, dall’antesignano Javier Milei, che in Argentina perse al primo turno e, per vincere al secondo, dovette intendersi con il miliardario Mauricio Macri, ex Presidente, a sua volta convinto che il conservatorismo moderato da lui rappresentato avrebbe risucchiato i voti del roboante alleato per condizionarlo dal Congresso.
Non aveva capito che l’inflazione alle stelle, la scarsa limpidezza dell’amministrazione pubblica e la prolungata inerzia dei governi precedenti, compreso il proprio, avevano creato un cortocircuito mortale tra elettori e politica. Quest’ultima, definita “la casta” dalla tagliente retorica del semisconosciuto candidato Milei, un economista di scuola anarco-capitalista fino ad allora consulente del maggior conglomerato economico nazionale (Techint, dell’italo-argentino Paolo Rocca: acciaio, idrocarburi, trasporti, banche), finì fulminata. E Macri con essa.
Ma dalla morte della concorrenza a riportare in vita il paese ci corre… E Milei era già con il fiatone… Per pagare le rate del gigantesco debito pubblico lasciato da Macri con il Fondo Monetario Internazionale (FMI), poteva solo indebitarsi ancor di più.
L’INDEC – equivalente all’italiano ISTAT – è l’Istituto statistico che misura l’indebitamento ufficiale argentino. I tagli spietati alla spesa pubblica della presidenza Milei l’hanno inizialmente ridotto in misura rilevante, così come l’inflazione. Ma, poiché oltre certi limiti la spesa pubblica è irriducibile, quest’anno il debito è tornato a subire un incremento notevolissimo, a cui va sommato l’indebitamento della Banca Centrale. Inoltre, il presidente dell’Ente, Claudio Lavagna, si è dimesso per contrasti con il governo sui criteri di calcolo.
Questa via obbligata, già seguita da più d’un suo predecessore, non si presentava tuttavia priva di ostacoli. L’immediato e maggiore ostacolo da rimuovere consisteva nell’insufficiente affidabilità dell’Argentina come debitore, visto il rovinoso precedente del default dei Tango bond nel 2001. Per recuperare solvibilità era indispensabile mostrare di saper tagliare senza pietà la spesa pubblica.
Milei fece ricorso alla sua spregiudicata teatralità e si armò di motosega, facendo credere che avrebbe triturato gli illeciti benefici d’una mai davvero identificata politica e non i già vacillanti livelli di vita della maggior parte della popolazione. Inevitabili la delusione e la rabbia.
Tant’è che, alla prima verifica elettorale, quella di mid-term dell’ottobre 2025, si presentarono alle urne ancor meno argentini (il 67% degli aventi diritto) rispetto a quasi due anni prima, e vistosamente ridotti furono i suffragi raccolti dal presidente della motosega. Vero è che gli elettori punirono comunque l’opposizione peronista, sconfitta però soprattutto dall’incapacità di presentarsi con un programma alternativo credibile, in effetti poco meno che onirico nelle condizioni generali di quell’economia e di fronte alla scelta reiterata di Milei in favore d’una dichiarata e totale subordinazione a Donald Trump.
Ciò nonostante, è stato un esempio da seguire per José Antonio Kast, in Cile, un paese ancora spaccato dal terrorismo scatenato con il colpo di Stato dell’11 settembre 1973, tanto che il governo ha scelto di ignorarne il recente anniversario, consapevole del vigore politico che ancora sostiene una modernizzazione con giustizia sociale.
Fatte salve alcune varianti d’ordine tattico imposte dai rapporti di forza locali, le politiche economiche della destra giunta quest’anno al potere in America Latina mostrano di guardare essenzialmente all’equilibrio fiscale, più che a migliorare livelli e sostenibilità di produzione e consumo, destinati a restare tali e quali. Appaiono scarsi o del tutto ignorati, finora, i programmi relativi a sanità, educazione, demografia, reindustrializzazione e mercato del lavoro. La massima attenzione è rivolta alle materie prime, quelle energetiche prima delle altre.
Più ambigua è quella riservata all’ammodernamento e allo sviluppo delle infrastrutture materiali: porti, aeroporti, viadotti, strade. Qui anche la destra si trova, in più d’una situazione, a giocare a rimpiattino tra Stati Uniti e Cina, tentando di confondere o, quanto meno, di non evidenziare ai primi i finanziamenti ricevuti dalla seconda, in quanto, pur non avendoli promossi, non le riesce affatto agevole rinunciarvi.
Accade, e ha dimensioni specialmente rilevanti, in Perù, con il gigantesco porto oceanico di Chancay, un’area intensamente attrezzata di 10 mila chilometri quadrati a nord della capitale, Lima, costata 1,3 miliardi di dollari, interamente anticipati da Pechino. A inaugurarlo con l’ex presidente Dina Boluarte è andato nientemeno che Xi Jinping in persona. Nessun segreto, dunque, in questo caso. Tanto meno lo è l’inquietudine suscitata in Donald Trump dal super tecnologizzato accesso commerciale cinese sul Pacifico americano.
Così come, sul fronte opposto, allarma l’opinione democratica dell’intero continente che Keiko Fujimori sia la nuova residente di Casa Pizarro, a 30 anni dal catastrofico governo del padre, Alberto, del quale è stata fervente seguace. Una conferma che la storia è infinita, quanto meno in America Latina. Fa però molta differenza che abbia ottenuto l’elezione per appena una manciata di voti, a tal punto da non aver potuto impedire che la maggioranza della Camera dei deputati sia rimasta nelle mani della sinistra. Per Keiko ciò significa dover patteggiare con l’opposizione la gran parte delle iniziative di governo.
Si spiega così l’estrema cautela con cui ha avviato la propria azione di capo di Stato e, forse, anche la ragione per cui non ha riservato all’ambasciatore di Washington il primo incontro con la diplomazia rappresentata a Lima.
Anche l’avvocato ultraconservatore Abelardo de la Espriella ha sconfitto in Colombia il filosofo progressista Iván Cepeda solo di stretta misura; però, all’opposto dell’erede Fujimori, sceglie di affrontare la ristrettezza del vantaggio elettorale estremizzando il carattere della sfida. Ha finora ignorato i nodi economico-sociali che intralciano lo sviluppo nazionale (razionalizzazione dell’agro, finanziamento agevolato della media e piccola impresa, persecuzione articolata dei cartelli della droga), per affermare la preminenza indiscriminata dell’impegno militare contro gruppi armati e narcotraffico, in stretta alleanza con il governo Trump nell’Escudo de las Americas, per combatterli con le armi invece che con l’isolamento politico-sociale, da decenni linea portante della strategia dei governi socialisteggianti, ma anche di quelli francamente liberali.
È la dicotomia che da decenni oppone frontalmente destra e sinistra in Colombia (ricordo di averne discusso già quasi 30 anni fa – separatamente – con l’allora presidente Andrés Pastrana, conservatore colto e illuminato, e con il capo delle FARC ancora unite e combattenti, Raúl Reyes, entrambi convinti della necessità di negoziare una pace, raggiunta tuttavia solo anni più tardi e che non fu totale per la dissidenza di gruppi narco-guerriglieri ancora oggi in armi).
È sull’asse Caracas-Bogotà, sulla diversa e però comune instabilità politico-istituzionale dei due grandi paesi sudamericani, mutilati nella loro enorme ricchezza di risorse naturali dalle fratture scomposte delle rispettive società civili, che Donald Trump gioca il primo tempo della sua partita per l’assoggettamento del subcontinente. Lo indispettiscono, senza apparentemente trattenerlo, le ripetute denunce del New York Times. Non corregge, infatti, la manipolazione dei dati relativi al crescente consumo di droghe negli Stati Uniti (in realtà frutto di uno stile di vita che solo una rivoluzione culturale potrebbe correggere), né fornisce le prove documentali che dovrebbero razionalizzare, se non giustificare, la guerra mai dichiarata in cui, dall’estate scorsa, missili made in USA hanno ammazzato 227 presunti trafficanti di narcotici, nell’affondamento di 68 imbarcazioni tra il Pacifico e il Mar dei Caraibi. Esibisce invece, come un sanguinoso trofeo di caccia grossa, un ciclopico ma sommario contratto energetico con il Venezuela (per la cessione di una quota compresa tra un quarto e un quinto delle sue riserve di petrolio, stimate in oltre 300 miliardi di barili), fin da subito corredato di consistenti strascichi giudiziari.
Il deus ex machina di quest’ultimo colpaccio del presidente degli Stati Uniti è una figura ben nota e più che controversa: l’impresario italo-venezuelano Alejandro Betancourt, 46 anni, da lungo tempo sotto inchiesta della Procura Generale spagnola per cospicui episodi di riciclaggio ed evasione fiscale, con altre incriminazioni non meno rilevanti avviate in Venezuela, Svizzera e Stati Uniti. Ma le relative investigazioni non procedono, impantanate da mesi in insondabili procedure burocratiche e nelle stanze dei Palazzi che contano a Caracas e a Washington.
L’accusato, tra l’altro, avrebbe fatto girare illecitamente 4 miliardi di dollari, presuntamente spariti dalle casse di PDVSA, l’ente petrolifero di Stato del Venezuela. E i cinque testimoni ritenuti fondamentali dalla pubblica accusa sono stati già processati e condannati negli Stati Uniti per una truffa realizzata con il medesimo schema, sempre a danno di PDVSA. Però sia la presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodríguez, sia Trump lo hanno difeso pubblicamente. «Non mi sottrarranno il più grande accordo petrolifero della storia mondiale», ha concluso quest’ultimo.
Il narcisistico agonismo di Trump rifugge le forme, giammai la sostanza. Un criterio che spiega la sua sprezzante disattenzione per le regole, che - notoriamente - detesta, sempre che non siano espressione di una forza strategicamente maggiore, come quella del Brasile (213 milioni d’abitanti e la macroeconomia meglio ordinata del continente, Stati Uniti compresi), nei confronti del quale i collaboratori più autorevoli non cessano di sollecitargli cautela. Poiché è qui che si vince o si perde la partita latinoamericana.
Ciò spiega lo stop-and-go del virulento pressing con cui pungola Brasilia: il ripetuto annuncio di dazi punitivi e, subito dopo, il negoziato sottobanco per ridurli; gli insulti personali a Lula, che però fa reiterare a Milei; la sostanziale neutralità mantenuta finora nello scandalo del Banco Master di San Paolo, che, prima di affossarlo in un buco di 9 miliardi di dollari, il finanziere Daniel Vorcaro aveva reso di prima grandezza e che adesso il ministro delle Finanze, Fernando Haddad, definisce la frode più grande mai compiuta in Brasile.
Ma tra i protagonisti del vorticoso crack bancario appaiono anche predicatori della Igreja Universal do Reino de Deus, famosi per le loro “estasi”. Tutti connessi con il mondo evangelico, la maggior parte del quale è un grande elettore della destra tanto in Brasile quanto negli Stati Uniti.