L’America Latina all’epoca delle estreme destre e della dottrina “Donroe”: una svolta geopolitica?
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Una svolta duratura?
Negli ultimi anni l’avvento di governi di estrema destra ha riconfigurato le dinamiche politiche e le prospettive geopolitiche dell’America Latina e con esse anche i rapporti interamericani. Nell'enfasi sull'aggettivo "nuove" che spesso è accostato a "destre latinoamericane" è contenuto un giudizio sul quale politologi ed esperti sostanzialmente convergono. Sorti globalmente come una risposta all'incapacità delle democrazie e dei progressisti di risolvere i problemi strutturali dei diversi paesi, questi movimenti ambiscono a ridefinire in profondità le basi su cui essi si fondano.
Assistiamo sempre con maggiore forza al tentativo, per lo meno sul piano discorsivo, di una rifondazione in senso neoliberista o neoconservatrice dello Stato a suon di tagli orizzontali alla spesa pubblica, sulla spinta verso un estremo individualismo e una retorica anticomunista e antiprogressista e con esse anche ad un attacco senza eguali al multilateralismo. Nella retorica di questi movimenti appare sempre con maggiore insistenza la necessità di archiviare il cosiddetto “Stato presente” e le politiche sociali, e lasciare che la mano invisibile del mercato regoli l’economia e i rapporti tra lavoratori e imprenditori.
Nel volgere di pochi anni l’America Latina, spesso oggetto di attenzioni e speranze fuori dai suoi confini per fenomeni come la “marea rosa”, gli alterni esiti della Izquierda del Siglo XXI e le proteste sociali, oggi è associata alla motosega del presidente argentino Javier Milei, al mega carcere costruito da Nayib Bukele a El Salvador. Questo cambio così evidente e repentino è parte di un fenomeno al tempo stesso transnazionale e locale: transnazionale perché esiste un coordinamento tra i leader di estrema destra dell’Europa, gli Stati Uniti e l’America Latina, e locale perché essi si innestano sulle dinamiche politiche e le peculiarità delle diverse società in cui operano.
In molti si stanno interrogando sulla probabile durata di questi fenomeni: sono essi una parentesi nel cammino che le democrazie post-dittature degli anni Settanta-Ottanta stanno attraversando oppure costituiscono un fenomeno col quale avremo a che fare per i prossimi anni o addirittura decenni?
È più che legittimo domandarsi se l’America Latina si trovi di fronte a una nuova svolta della sua storia politica e se – come abbiamo visto a partire dalla seconda presidenza di Trump, la regione rientrerà sotto la tutela degli Stati Uniti in nome della dottrina “Donroe” – crasi tra l’ottocentesca dottrina Monroe e quella di Trump – dopo oltre vent’anni in cui Cina, Russia, l’Unione Europea e la cooperazione Sud-Sud sembravano poter essere una alternativa alla vistosa presenza statunitense nel sub-continente.
Quattro questioni aperte
A partire da questo quadro, l’Osservatorio America Latina e Caraibi propone una riflessione attorno alle ragioni e ai limiti di questa svolta. Abbiamo formulato quattro questioni sulle quali richiediamo il contributo di studiose e studiosi, esperti di temi latinoamericani, di storia, di economia, relazioni internazionali e scienze politiche.
1. In primo luogo intendiamo stimolare riflessioni rispetto alla nuova politica nei confronti dell’America Latina inaugurata da Trump. A partire dall’intervento militare col quale è stato catturato e condotto negli Usa il presidente Nicolás Maduro si è aperta una fase nella quale gli Stati Uniti sono tornati a reclamare un loro primato nelle Americhe. Ne è testimone la pubblicazione del National Security Strategy col quale nel dicembre del 2025 gli Usa hanno affermato nero su bianco la volontà di perseguire i propri interessi nelle Americhe anche a scapito della sovranità di nazioni come Cuba e Panama, oggetto di pesanti pressioni.
In che termini la dottrina “Donroe” che si richiama in maniera cristallina alla Monroe di due secoli fa, può essere letta come il tentativo di affermare la supremazia Usa soprattutto nei confronti di competitor come Cina e Russia? Dopo trent’anni di diminuzione dell’influenza Usa nella regione, la dottrina “Donroe” è un tentativo di riequilibrare la presenza di Cina e Russia a seguito di un lungo disimpegno statunitense? L’aggiornamento della dottrina Usa e il superamento della centralità dei diritti umani, della democrazia e dell’autodeterminazione dei paesi aprono le porte ad una alleanza tra leader tendenzialmente sempre più autocratici e gli Stati Uniti nel nome di interessi politici ed economici.
Ci domandiamo, in questo senso, se il vigoroso ritorno degli Usa negli affari latinoamericani è legato solamente alla presidenza Trump oppure se sarà un elemento strutturale della politica statunitense verso il sub-continente. L’alleanza tra Trump e i leader delle nuove destre di paesi come Argentina, Cile, El Salvador e Colombia, contribuirà a una accelerazione della politica di potenza degli Stati Uniti? L’azione di forza verso il Venezuela e le pressioni su Cuba e Panama costituiscono la fine del diritto internazionale così come lo conoscevamo? La nuova politica statunitense è volta al ridimensionamento di Russia e Cina, ma quale sarà il posto riservato all'Unione Europea? L'accordo Ue-Mercosur potrà offrire alla regione una sponda alternativa e il sostegno a un diverso modello di sviluppo, o è destinato a soccombere alla pressione di Washington?
2. In secondo luogo vorremmo riflettere a proposito del ruolo che le nuove destre latinoamericane occupano nel contesto di questo capovolgimento dei rapporti di forza nella regione. Così come diversi autori hanno sottolineato, la retorica che spesso accompagna i leader che aderiscono a queste formazioni non è seguita da azioni di governo concrete. Sta di fatto che, dopo l’intervento statunitense in Venezuela la maggior parte dei leader, come Milei, Kast o Bukele hanno applaudito l’azione Usa. Anche le minacce rivolte verso il regime cubano e la sovranità di Panama sul suo canale o del Messico non incontrano l’opposizione di quei presidenti latinoamericani che sembrano del tutto d’accordo con l’agenda del segretario di Stato Marco Rubio. A prima vista sembrerebbe che la vicinanza ideologica tra nuove destre, Trump e il movimento Maga (Make America Great Again) contribuisca a un sostanziale allineamento latinoamericano al nuovo corollario statunitense, una novità in termini geopolitici dalla fine della Guerra fredda.
Ci chiediamo se l’allineamento tra Trump e i leader latinoamericani che si riconoscono nelle diverse varianti del Maga potrà porre le basi per una ridefinizione dei rapporti interamericani. Questo ritrovato affiatamento potrebbe rappresentare l’inizio di una fase contraddistinta da un estrattivismo di marca statunitense nella regione? Nella misura in cui l'alleanza tra Washington e i diversi paesi dell'America Latina si rinsalderà, quale spazio potranno giocare attori tradizionalmente avversi agli Usa come i progressisti e i movimenti populisti di sinistra? E quale ruolo potrà svolgere il Brasile di Lula che, isolato tra governi allineati a Washington e bersaglio delle pressioni tariffarie statunitensi e dell’ostilità dei governi di destra, resta il principale contrappeso regionale e la porta d'accesso dei Brics nel subcontinente?
3. I temi precedenti aprono alla terza questione sulla quale vorremmo aprire una discussione, ovvero il sistematico attacco al multilateralismo. Dalla seconda presidenza di Trump si assiste ad un’affermazione dell’idea di una sovranità nazionale pensata strettamente in termini di antagonismo al sistema multilaterale. La dottrina “Donroe”, le minacce in merito alla Groenlandia e la guerra con l’Iran sono tessere che formano parte di un mosaico nel quale non sembra trovare spazio la politica di accordo, ma solo quella di potenza.
In questo senso, pare condivisa la necessità di superare il sistema internazionale e di imporne uno sulla base della mera forza militare. Non è un caso che tanto i leader delle nuove destre latinoamericane come Trump a più riprese abbiano dichiarato che l’Onu sarebbe una istituzione “inutile” o come una “perdita di tempo”, così come l’Organizzazione Mondiale della Salute e gli Accordi di Parigi, inaspettatamente finiti sul loro banco degli imputati. Milei, ma anche l’ex presidente Jair Bolsonaro o Bukele condividono con Trump l’idea secondo cui tali organismi internazionali siano stati conquistati dal “marxismo culturale” e siano parte di una non ben precisata cospirazione contro la sovranità dei loro paesi. È parte di questa ostilità nei confronti della politica concertata, catalizzata nella demonizzazione dell’Agenda 2030, che i leader di quella costellazione hanno provato a dar vita a un multilateralismo alternativo in cui il “Board of Peace” rappresenta l’esperimento più esplicito.
In un quadro che testimonia un nuovo disordine mondiale ci domandiamo se il ricorso alla politica di potenza e all’unilateralismo possano rappresentare la “nuova” maniera attraverso cui verrà amministrata la politica internazionale. Sarà possibile affrontare le sfide del cambiamento climatico, della crescita delle disuguaglianze e dello sviluppo diseguale in America Latina prescindendo dal concerto delle nazioni? In che misura l’istituzionalità più o meno consolidata delle liberal democrazie potrà reggere il peso di una offensiva che sembra eroderle giorno dopo giorno? Per ultimo, in che misura i discorsi contro la democrazia parlamentare, la “casta politica” e l'establishment, rischiano di far scivolare quelle democrazie verso democrature autoritarie?
4. La quarta e ultima questione sulla quale intendiamo aprire una discussione si rivolge alle motivazioni profonde della svolta politica che affronta l’America Latina attuale e, nello specifico, sulle responsabilità che i governi progressisti hanno avuto nel preparare il terreno a questa generale riconfigurazione. Non è un mistero che, al di là delle strategie comunicative efficaci messe in campo dalle nuove destre, che spesso hanno attirato con successo giovani e settori popolari, una parte del loro trionfo si può leggere come il fallimento dei governi progressisti precedenti.
Tanto la “marea rosa” come la Izquierda del siglo XXI a conti fatti non hanno potuto risolvere i problemi strutturali delle principali economie latinoamericane. Così diseguaglianze, insicurezza, lavoro informale e aspettative frustrate delle classi medie hanno gettato le basi per una involuzione politica senza precedenti. Anche le ricette economiche dei governi progressisti hanno contribuito a lasciare irrisolte le debolezze strutturali dell'economia latinoamericana, prima fra tutte la dipendenza dall'esportazione delle materie prime. È così che ad ogni sobbalzo del prezzo delle materie prime le economie dei principali paesi della regione hanno sofferto. La questione delle materie prime, della soia, del grano, ma anche del litio, delle terre rare e del petrolio inseriscono la disputa per il controllo dell’America Latina in un quadro più ampio in cui Stati Uniti, Cina e Russia si disputano l’egemonia nell’area.
In un quadro complesso, nel quale la politica di potenza comprime gli spazi di azione dei singoli paesi, in che modo questi ultimi potranno muoversi e dare risposte ai tanti problemi delle proprie economie? In che misura la fase discendente del progressismo latinoamericano può essere letta in relazione all’evoluzione della macroeconomia e del commercio con l’estero? Quali interessi economici globali sono in ballo in America Latina e per quale motivo nel giro di pochi anni questa regione del mondo è finita al centro degli appetiti delle principali potenze? Di fronte ai limiti evidenti delle politiche economiche praticate dai governi progressisti, verso quale modello di sviluppo proiettano la regione le nuove destre con la loro idea di uno Stato dimesso?
Il CeSPI, attraverso il suo Osservatorio America Latina e Caraibi sta da tempo monitorando queste questioni. Ne è testimonianza il Quaderno n. 3, curato da Dario Conato del 2020 dal titolo “America Latina: un continente in fermento”, edito da Donzelli, recentemente il ciclo di webinar dal titolo L’America Latina Oggi, all’interno del quale diversi relatori e relatrici internazionali si sono misurati coi temi che intendiamo sviluppare e la pubblicazione a cadenza quindicinale del Taccuino latinoamericano.
Invitiamo le/i partecipanti a riflettere sugli spunti proposti nel testo introduttivo e a contribuire al dibattito con analisi, riflessioni e proposte sulle trasformazioni politiche e geopolitiche che stanno interessando l'America Latina