Senza donne non esiste sicurezza e futuro. Non esiste la Pace
In un mondo segnato da conflitti e da crescenti diseguaglianze e discriminazioni sociali, è il tempo di promuovere una riflessione e una reazione globale sullo stato dei diritti delle donne nel mondo. A trent’anni dalla Conferenza di Pechino e a venticinque anni dalla Risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è il tempo per una conferenza internazionale femminista per la pace e contro ogni forma di violenza.
Non possiamo dimenticare quanto le guerre che attraversano popoli e continenti colpiscano soprattutto i civili, con torture, violenze, stupri, a cui si aggiungono le atrocità dei campi profughi che vedono le donne vittime di azioni che minano la vita, il corpo, la possibilità stessa di esistere. Non possiamo ignorare l’affermazione dei nazionalismi populisti, di un neocolonialismo fondato sulla legge del più forte che annichilisce la ragione e il senso stesso dell’umanità unitamente ad una ideologia deterministica sui ruoli di genere dove il destino delle donne è rinchiuso nello spazio domestico e privato a procreare e garantire la riproduzione e la conservazione del corpo collettivo, mentre gli uomini occupano lo spazio pubblico ed esercitano ogni tipo di potere. Non possiamo, altresì, trascurare un modello di capitalismo pervasivo e vorace che si nutre dei diritti e dei corpi delle persone in condizione di fragilità, che in tutte le società sono senza una cittadinanza piena.
Siamo, dunque, come negli anni ‘40 del ‘900 in un tornante della storia: la piccola Europa delle nazioni prevale sull’Europa federale del manifesto di Ventotene; quell’Europa che grazie alle riflessioni di Ursula Hirschman vedeva nella presenza delle donne nelle istituzioni, nei luoghi delle decisioni, l’unica possibilità per esercitare una soggettività politica, per ottenere una cittadinanza piena e creativa ed avere una società equanime.
Il femminismo ci ha insegnato che alla radice della violenza maschile contro le donne c’è una logica arcaica e patriarcale, radicata nella disparità profonda tra i generi ed una volontà di dominio e sopraffazione. La guerra è la massima espressione di quella volontà di dominio, il cuore di un modello di oppressione: la guerra ha una matrice patriarcale, violenta, coloniale, razzista.
Virginia Woolf nel 1938, alla vigilia della Seconda guerra mondiale esplorava con Le tre Ghinee lo stretto legame tra visione patriarcale e militarismo. Perché la guerra replica ed amplifica un ordine fondato sulla separazione dei ruoli, sulla soggezione di un genere rispetto all’altro: in tempi di guerra gli uomini combattono, le donne stanno a casa, proteggono i bambini, curano i feriti negli ospedali. In guerra i corpi delle donne divengono terreno di conquista, lo stupro viene usato come arma di guerra. E allora, ci diceva, “ci vorrebbero tre ghinee, una per l’educazione delle donne, una per il lavoro delle donne, una per la libertà e i diritti di tutte”. Anche noi, come lei, vogliamo interrogarci sulla guerra a partire dalle relazioni tra uomini e donne, sui desideri e sulle modalità con le quali stiamo al mondo, partendo dallo sguardo di chi subisce la logica di oppressione. Il divampare di tutti i pezzi della guerra globale ci dice quanto non sia desiderabile “fare come gli uomini”. Carla Lonzi scrive: «La differenza femminile sono duemila anni di assenza dalla storia: approfittiamo dell’assenza», la stessa assenza che ha reso le donne estranee alla guerra di cui patiscono per prime gli orrori, come i bambine/i e la popolazione civile. La risposta “facile” ai conflitti che infiammano il mondo è quella della corsa al riarmo: per difendere la pace occorre riarmarsi secondo l’ossimoro che “se vuoi la pace prepara la guerra”, ma il femminismo indica un’altra strada, chiede il ribaltamento della logica di dominio, perché per fuoriuscire dalla subordinazione della logica patriarcale dobbiamo costruire relazioni paritarie improntate ai valori della libertà dell‘uguaglianza, del rispetto. “Il modo migliore per aiutarvi a prevenire la guerra non è ripetere le vostre parole e seguire i vostri metodi, ma trovare nuove parole inventando nuovi metodi” (Woolf).
L’intervento della prima Presidente donna del Consiglio, pronunciato alla Camera dei deputati durante le Comunicazioni del Governo in vista del Consiglio europeo (seduta n. 266), ha suscitato preoccupazione, in quanto il principio “se vuoi la pace, prepara la guerra” è stato accolto acriticamente. Da una tale carica ci si sarebbe potuti attendere un approccio più innovativo al tema della pace, mentre l’intervento ha ricalcato schemi tradizionali di matrice patriarcale. L’episodio mette in evidenza come la sola appartenenza di genere non costituisca una garanzia per politiche effettivamente orientate alla pace e alla parità, né per interventi significativi a favore delle donne e della società nel suo insieme.
La nostra scelta, invece, è sostenere e rilanciare la voce e l’azione di chi nei luoghi di conflitto, con incomparabili difficoltà, è in prima linea per dimostrare che la pacificazione e la convivenza sono possibili. Come Conferenza nazionale delle Donne Democratiche siamo al fianco delle donne che animano le piazze del mondo, che si impegnano per la pace e per la libertà. Siamo state e siamo al fianco delle nostre sorelle costrette in ogni angolo del pianeta a combattere ogni giorno per la propria sopravvivenza. Il movimento delle donne conosce il conflitto, lo ha praticato senza la pretesa di cancellare “l’altro”, realizzando attraverso di esso, la più profonda e pacifica rivoluzione del Novecento che ha cambiato le relazioni umane all’insegna della libertà e del rispetto reciproco.
Da Portavoce nazionale, da femminista, ma soprattutto da cittadina in un tempo che ci costringe a non girarci dall’altra parte sono fieramente consapevole che senza donne non esistono né pace né sicurezza, ma solo un simulacro di intenzioni smentite dal presente. Un presente in cui la guerra torna a essere proposta come “soluzione”, la deterrenza come unica grammatica possibile, la forza come misura della ragione. Un presente in cui avanzano appetiti feroci che annientano identità collettive non soltanto con le bombe, ma con la fame usata come arma, con la distruzione sistematica delle infrastrutture civili, con lo svuotamento dei diritti e del futuro. A volte la violenza non ha neppure bisogno di proclamarsi: basta che diventi normalità. Basta che le persone si abituino. Basta che l’indignazione venga archiviata come ingenuità e la pace ridotta a slogan.
E invece l’Agenda WPS ci costringe a una verità semplice, e proprio per questo intollerabile per chi fonda il potere sull’oppressione: la sicurezza non è sopravvivere oggi. La sicurezza è poter vivere domani. Con libertà, dignità, uguaglianza sostanziale. E la pace, se vuole durare, non può essere una parentesi tra due violenze: deve essere giusta, inclusiva, partecipata. Deve avere un volto umano. Deve avere un popolo dentro, non un calcolo sopra. Quando nel 2000 le Nazioni Unite approvarono la Risoluzione 1325, riconobbero formalmente un fatto che le donne avevano già imparato sulla propria pelle: i conflitti armati colpiscono donne e ragazze in modo specifico e sproporzionato, e la loro partecipazione piena ai processi decisionali è condizione concreta – non retorica – per la prevenzione dei conflitti, la gestione delle crisi, la ricostruzione. La 1325 fu il primo atto che legò esplicitamente sicurezza internazionale e uguaglianza di genere. Non come ornamento etico o morale, ma come criterio politico. Da allora, quell’impianto si è consolidato: la comunità internazionale ha riconosciuto, con risoluzioni successive, che la violenza sessuale può diventare tattica e arma di guerra, strumento di terrore e governo, metodo per “punire” comunità e riscrivere confini sociali. È nato così un corpus normativo e politico sempre più fitto, con richieste di indicatori, accountability, partecipazione significativa, protezione delle organizzazioni di donne. Non siamo in un territorio di buone pratiche gentili. Siamo nel cuore duro della legittimità. Nella materia stessa della responsabilità e del diritto. L’Agenda WPS è un ponte tra sicurezza e diritti umani. Dialoga con la Carta delle Nazioni Unite, con il diritto internazionale umanitario, con la Convenzione sul genocidio, con lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale che qualifica stupro, schiavitù sessuale e gravidanza forzata come crimini di guerra e contro l’umanità. Dialoga con la CEDAW e con quelle raccomandazioni che chiariscono il dovere degli Stati di prevenire e punire la violenza di genere anche in contesti di crisi e conflitto. È, in altre parole, un pezzo di “diritto vivente” che cerca di impedire che la storia torni a essere solo la cronaca della sopraffazione. I suoi pilastri – partecipazione, prevenzione, protezione, soccorso e ripresa – sono una vera architettura democratica della pace. Partecipazione significa potere, non presenza ornamentale. Prevenzione significa agire sulle cause strutturali – disuguaglianze, impunità, traffici, risorse, clima – e non soltanto inseguire gli effetti. Protezione significa diritto alla vita e alla libertà dal terrore, in particolare dalla violenza sessuale e di genere. Soccorso e ripresa significano ricostruire istituzioni e servizi, non soltanto strade e palazzi: sanità, scuola, welfare, lavoro, giustizia. La pace non è solo un orizzonte possibile. Non è il silenzio tra due esplosioni. La pace è un sistema che si costruisce giorno per giorno e si nutre di umanità e futuro. Oggi, però, siamo entrati in un’epoca in cui la guerra tende a diventare governance: ridisegna confini, decide accesso alle risorse, influenza migrazioni e gerarchie globali. Ma soprattutto produce una narrazione tossica, che si infila nel linguaggio come una sostanza lenta: la violenza sarebbe inevitabile, la pace ingenua, i diritti un lusso. L’Agenda WPS serve precisamente a spezzare questa narrazione, perché ci costringe a guardare l’impatto reale dei conflitti sul corpo sociale e sul corpo delle donne. Costringe la politica a fare i conti con ciò che spesso preferisce considerare un danno collaterale. In questa spirale, le donne diventano terreno di conquista simbolica e materiale. Eppure, proprio lì, nei contesti più estremi, le donne restano spesso le prime costruttrici di resilienza e di tessuto sociale: cura, protezione dei minori, reti solidali, mediazione informale, difesa dei diritti. Lo fanno senza riconoscimento, spesso senza protezione, troppe volte pagando un prezzo altissimo. È anche per questo che la WPS non è “il tema delle donne”, è la condizione necessaria perché le società possano ritrovarsi umane. L’attacco ai diritti riproduttivi e all’autodeterminazione delle donne, la criminalizzazione delle femministe, la repressione di chi difende i diritti umani, fino alla misoginia istituzionale che si traveste da “ordine” e “tradizione” sono aspetti che attraversano anche le democrazie più mature, dove il conflitto non è armato ma strisciante e il controllo delle donne diventa un indicatore dell’arretramento culturale e sociale, alimentando un clima ostile a uguaglianza e libertà.
In questo scenario, l’Unione europea e l’Italia non possono accontentarsi della retorica. La coerenza è oggi la principale vulnerabilità delle democrazie: perché ci sono contraddizioni che vanno nominate, non coperte. L’UE, nelle Conclusioni del Consiglio su Donne, Pace e Sicurezza del 2022, ha riaffermato l’impegno a una implementazione piena e integrata della WPS; l’articolo 21 del Trattato sull’Unione europea vincola l’azione esterna alla promozione di democrazia, Stato di diritto, universalità e indivisibilità dei diritti umani. Eppure, proprio quando sarebbe necessario un salto di qualità, vediamo tre contraddizioni che rischiano di svuotare la promessa politica della WPS. La prima è la corsa al riarmo come automatismo. Il femminismo non nega la complessità del mondo né la necessità della difesa, ma rifiuta l’idea che la militarizzazione sia l’unica risposta possibile. Una politica estera credibile non può ridursi a un incremento lineare di spesa militare mentre arretra la capacità di investimento in welfare, cooperazione, sviluppo sostenibile, protezione sociale. Non è idealismo: è realismo democratico. Perché una società che si militarizza mentre si impoverisce diventa fragile, impaurita, facilmente manipolabile. La seconda contraddizione è il commercio di armi. La pace non si costruisce mentre si alimentano conflitti. Il Trattato sul commercio delle armi impone di valutare, nelle esportazioni, anche il rischio che le armi facilitino gravi atti di violenza di genere; e la posizione comune UE stabilisce criteri su diritti umani e diritto umanitario nella destinazione finale. Senza applicazione rigorosa, la WPS rischia di trasformarsi in una retorica “riparativa”: prima si finanzia la guerra, poi si prova a medicarne le ferite. Ma le ferite, così, non finiscono mai. La terza contraddizione è l’esclusione delle donne dai negoziati. La sottorappresentazione femminile nei processi di pace non è un problema di “pari opportunità”, è un problema di efficacia. Gli accordi costruiti senza le donne sono più fragili, più esposti alla ripresa delle ostilità, più ciechi rispetto ai bisogni sociali. Escludere metà della società significa costruire orizzonti e scenari miopi.
In questo quadro si colloca l’adozione del V Piano d’Azione Nazionale italiano su Donne, Pace e Sicurezza (2025–2029), un passaggio importante che conferma continuità istituzionale e coordinamento. Ma un Piano è credibile solo se diventa azione misurabile, finanziata, verificabile. E soprattutto condivisa. La democrazia non vive di documenti, vive di controllo pubblico e responsabilità. Da una prospettiva progressista e femminista, le priorità devono essere concrete e leggibili. Serve un impegno su risorse, indicatori e accountability democratica: senza budget dedicati e indicatori pubblici, i Piani restano buone intenzioni. Servono monitoraggi indipendenti, consultazioni regolari, report pubblici comprensibili, per rendere verificabile “chi fa cosa”, con quali risorse, con quali risultati. La trasparenza è parte della sicurezza: riduce l’arbitrio, aumenta la fiducia, costruisce cittadinanza. Serve una diplomazia capace di incorporare competenze di genere e di valorizzare mediazione e negoziazione, sostenendo le “insider mediators” e garantendo donne come capi delegazione e negoziatrici nei processi che l’Italia e l’UE supportano. Partecipazione non significa “esserci”. Significa incidere. Significa contare. Serve protezione e giustizia: la lotta alla violenza sessuale nei conflitti va trattata come priorità di sicurezza, non come emergenza umanitaria residuale. Significa servizi di salute sessuale e riproduttiva nelle crisi, sostegno psicosociale, tutela di vittime e testimoni, contrasto alla tratta, formazione di operatori e forze di sicurezza sulla gestione del trauma. E significa anche lotta all’impunità: sostegno ai meccanismi investigativi ONU e alla giustizia internazionale. Non c’è pace se non c’è giustizia. E non c’è sicurezza se la violenza resta impunita. Serve prevenzione come politica pubblica: disarmo, controllo delle armi leggere, contrasto ai traffici, valutazione del rischio di violenza di genere nelle esportazioni, ma anche integrazione tra WPS e agenda climatica. Dove collassano risorse e sicurezza alimentare, cresce la violenza e le donne pagano per prime. Anche la dimensione digitale conta: propaganda, odio, reclutamento, disinformazione producono violenza “a distanza”, ma dagli effetti materiali. Infine, serve una WPS “di prossimità”, capace di attraversare le politiche interne: accoglienza dignitosa, protezione di rifugiate e richiedenti asilo, prevenzione della tratta, formazione del personale sanitario e sociale, tutela delle donne migranti che arrivano da contesti di guerra. Le conseguenze dei conflitti attraversano le città europee. La Pace non accade “altrove”. La Pace ci riguarda. Ci attraversa. Ci definisce. È in questa cornice che la Conferenza delle Donne Democratiche rivendica una parola spesso abusata, ma mai davvero praticata fino in fondo: coraggio politico. Perché l’Agenda Donne, Pace e Sicurezza non è un “tema delle donne”. È il cuore della sicurezza democratica.
Nella piattaforma politica che abbiamo costruito come Democratiche, affermiamo che la pace è un orizzonte politico concreto e che la sicurezza passa da diritti, welfare, lavoro, autodeterminazione, cooperazione: cioè dalla qualità democratica delle società. È lì che l’Agenda WPS rimette la politica davanti alla sua responsabilità più grande: ridare senso alla parola “sicurezza”, sottraendola alla sola logica delle armi e restituendola alla vita delle persone. Nel 2025 sono trascorsi 50 anni dagli accordi di Helsinki il senso di quello straordinario atto di pace, di coesistenza, di disarmo, di affermazione di diritti umani di cui fu capace la politica mondiale va rilanciato dal basso. In questo mondo così tragicamente instabile rievocare quel significato è oggi più che il faro che ci deve guidare. È questa l’’Europa che vogliamo: progressista, sociale, verde, giusta, democratica. Un progetto politico fondato sulla pace e la solidarietà, sul rifiuto di ogni forma di discriminazione, sulla parità tra donne e uomini. “La libertà delle donne sta cambiando il mondo. Le donne si collocano al centro del ripensamento profondo che è in atto e che riguarda i modi in cui si sviluppano le società umane” si legge nel Manifesto dei valori che ispira l’agire della Comunità democratica e che rende la Conferenza delle Donne Democratiche un presidio di democrazia paritaria. Sulla base di questo orientamento e di questo impegno vogliamo promuovere una Conferenza internazionale delle donne per la Pace, che costruisca e riannodi relazioni con altre donne, con tutte le donne e le ragazze del mondo per contribuire a rendere inevitabile la pace. AVANTI TUTTE!