La prima sezione propone una mappatura prospettica della propensione migratoria in uscita, costruita a partire da un set integrato di indicatori relativi a conflitti armati, repressione politica, vulnerabilità climatica, pressioni economico-occupazionali e reti diasporiche, con l’obiettivo di identificare Paesi e contesti a maggiore criticità. L’analisi distingue tra situazioni in cui la mobilità resta prevalentemente una scelta economica e contesti in cui la migrazione si configura come strategia di sopravvivenza, con implicazioni rilevanti in termini di protezione internazionale, rischi e strumenti di policy.

La seconda sezione affronta la migrazione del personale sanitario nei Paesi europei dell’OCSE, evidenziandone il carattere strutturale e il legame con le carenze generate da dinamiche interne ai sistemi di welfare. L’analisi mette in luce i dilemmi etici e di sostenibilità connessi al reclutamento internazionale, sottolineando come l’attrazione di personale qualificato possa produrre effetti di indebolimento nei sistemi sanitari dei Paesi di origine.

La terza sezione è dedicata al Sudan, dove il conflitto si è trasformato in collasso statale e umanitario. Fame, malattia e sottofinanziamento degli aiuti agiscono come potenti fattori di espulsione, alimentando mobilità forzata, saturazione dei Paesi di primo asilo e ricorso a rotte sempre più rischiose. La leva più efficace per prevenire ulteriori movimenti e ridurre mortalità e instabilità non è l’inseguimento a valle dei flussi, ma il rafforzamento della protezione e dei servizi essenziali all’interno del Sudan – quando l’accesso lo consente – e nei Paesi di primo asilo. Serve un approccio basato su diritti fondamentali – cibo, acqua, salute, sicurezza – e su obblighi chiari degli attori coinvolti. Per l’agenda italiana ed europea, questo punto è decisivo: lega in modo non ideologico politica estera, finanziamento umanitario, stabilizzazione regionale e gestione ordinata della mobilità nel Mediterraneo.

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