Dalla vulnerabilità all’agency: donne, pace e sicurezza nei contesti di crisi e fragilità.
A venticinque anni dall’adozione della risoluzione 1325 su “Donne, Pace e Sicurezza” (DPS), il suo valore e la sua attualità continuano a interpellare in modo diretto chi opera nei contesti di crisi. Nata per riconoscere il ruolo delle donne nei processi di pace e nella sicurezza internazionale, l’Agenda DPS si è progressivamente evoluta, intrecciandosi con le sfide complesse della violenza diffusa, della sicurezza umana, delle crisi protratte e dell’emergenza climatica.
Per gli operatori umanitari e per chi è impegnato per la riduzione della fragilità, dei conflitti e della violenza, la ris. 1325 non è (o non dovrebbe essere) un riferimento astratto di policy, ma una lente operativa per orientare priorità, approcci e modalità di intervento. La risoluzione ci insegna che non può esserci una risposta alle crisi efficace e un’adeguata lotta alla violenza di genere, inclusa quella sessuale, senza un aiuto umanitario e cooperazione allo sviluppo capace di affrontare le crisi internazionali attraverso una prospettiva di genere ed un’effettiva promozione della partecipazione equa delle donne nei processi decisionali in materia di pace e sicurezza.
Diversi studi evidenziano che alti livelli di disuguaglianza e violenza di genere in una società sono associati a una maggiore predisposizione alla guerra e alla violenza. D’altra parte esistono prove che quando le donne sono in grado di partecipare in modo significativo ai negoziati di pace, gli accordi risultanti tendono a durare più a lungo e c'è una maggiore soddisfazione: gli accordi di pace hanno una probabilità 20% più alta di durare almeno 2 anni in caso siano coinvolte le donne nel processo di pace; il 35% più alta che un accordo duri 15 anni. Nonostante ciò, nel 2023, le donne sono state solo il 9,3% dei negoziatori, il 13,7% dei mediatori, il 26,6% dei firmatari di accordi di pace e cessate il fuoco. [1] Inoltre, secondo i dati dell’OCSE DAC sui finanziamenti per l’aiuto pubblico allo sviluppo, i programmi di aiuto umanitario risultano fra i meno rispondenti alle esigenze di donne, ragazze e bambine: in media, meno del 20% dei programmi finanziati include componenti significative sull’uguaglianza di genere.[2]
Le sfide dell’integrazione dell’Agenda DPS nell’azione umanitaria
L’integrazione concreta dell’Agenda DPS nella risposta alle crisi rimane disomogenea. In molti contesti, le donne continuano a essere percepite principalmente come vittime da proteggere, più che come soggetti attivi nei processi decisionali, di ricostruzione sociale e creazione di società pacifiche. Le strategie umanitarie non sempre incorporano la protezione e prevenzione insieme all’emancipazione, partecipazione e leadership, che l’Agenda promuove; talvolta perfino i bisogni di base – come quello per un parto sicuro – non sono soddisfatti. L’Agenda DPS è spesso inclusa nei quadri programmatici della cooperazione e degli attori umanitari – dai Piani d’Azione Nazionali alle strategie d’intervento delle agenzie internazionali – ma fatica a permeare realmente l’implementazione sul terreno.
A venticinque anni dalla sua adozione, l’attuazione della ris. 1325 impone quindi una riflessione critica: come trasformare l’impianto strategico dell’Agenda DPS in una pratica quotidiana e coerente, soprattutto nei contesti di crisi umanitaria? Quali ostacoli permangono e quali strumenti possono rendere la risposta alle crisi più efficace, inclusiva e trasformativa?
Una delle conseguenze più evidenti di questa disconnessione è il ruolo marginale riservato alle donne locali nei processi decisionali. Spesso le donne sono le prime rispondenti all’emergenza, le principali custodi dei legami comunitari, eppure raramente siedono ai tavoli dove si definiscono priorità di intervento, allocazione delle risorse, o strategie di ricostruzione. Questo non è solo un limite etico, ma una perdita operativa: escludere le voci femminili significa ignorare competenze, bisogni e soluzioni che potrebbero migliorare la qualità e l’efficacia dell’azione umanitaria. Le barriere culturali, la mancanza di rappresentanza politica, e spesso anche le modalità con cui i donatori strutturano i partenariati, contribuiscono a mantenere questo squilibrio.
Dal punto di vista tecnico-operativo, è evidente che spesso manchi la capacità di analizzare il diverso impatto che le politiche e programmi possono avere sulle donne, ragazze e bambine, tanto quanto il valore aggiunto della loro partecipazione. In questo senso, è fondamentale promuovere sforzi di formazione e sensibilizzazione rivolta a tutti coloro che sono impegnati in tali contesti, e non solo per gli/le esperte/i di genere, per promuovere un cambiamento culturale che rimetta le donne al centro affinché i loro bisogni specifici vengano sempre presi in considerazione e non ignorati, come spesso avviene.
Un’altra sfida cruciale è rappresentata dalla difficoltà nel rendere il nesso tra donne, pace e sicurezza centrale nelle situazioni di crisi, dove la pressione a intervenire rapidamente porta spesso a ridurre l’attenzione a dinamiche strutturali. Nei contesti di conflitto attivo, sfollamento forzato o disastri naturali, l’Agenda DPS rischia di essere percepita come un’agenda “di nicchia” o rinviabile, da trattare eventualmente nella fase di post-crisi. I benefici immediati del coinvolgimento delle donne nei tavoli negoziali e nella programmazione della prima risposta vengono ancora sottovalutati, rischiando – tra l’altro – di programmare massicce azioni di risposta e ricostruzione che si costruiscono su sistemi discriminatori preesistenti e possono finanche impattare “negativamente” sulla vita di donne, ragazze e bambine. Al contrario, è proprio in questi contesti che i principi della ris. 1325 dovrebbero guidare un approccio più integrato e trasformativo, che non si limiti alla protezione fisica delle donne, ma promuova attivamente la loro agency, la prevenzione delle violenze di genere, inclusa quella sessuale, e la partecipazione effettiva a ogni fase della risposta.
Buone pratiche
L’integrazione dell’Agenda “Donne, Pace e Sicurezza” nella risposta alle crisi non è solo un obiettivo politico, ma una pratica già in atto in diversi contesti attraverso interventi concreti della cooperazione italiana. La Cooperazione Italiana allo sviluppo attuata dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS), in stretto coordinamento con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, riconosce la leadership delle donne e promuove un women voice approach, sostenendo programmi che danno voce alle donne non solo come beneficiarie, ma come attrici centrali nei processi di pace, sicurezza e ricostruzione.
Dal 2022, l’Italia sostiene il Women, Peace and Humanitarian Fund (WPHF), un meccanismo globale che finanzia direttamente organizzazioni di donne e per i diritti delle donne, con un approccio che integra protezione, empowerment e partecipazione politica. Il Fondo lavora per rafforzare la leadership femminile a livello comunitario e nazionale, sostenere le donne mediatrici e le difensore dei diritti umani e promuovere il loro accesso ai processi decisionali.
In Colombia, attraverso il progetto umanitario “Pace Buena”, realizzato attraverso OIKOS e CESVI nella municipalità di Buenaventura, sono stati sostenuti gli sforzi delle donne e giovani per il sostegno al processo di pace locale. L’iniziativa ha infatti promosso la partecipazione politica e civica femminile e giovanile, al fine di realizzare quattro programmi politici comunitari su pace, sicurezza, prevenzione della violenza di genere e diritti umani. Sono inoltre state realizzate campagne di sensibilizzazione per rafforzare un dialogo più inclusivo e consolidare il ruolo delle organizzazioni locali nella costruzione di una pace duratura.
Ulteriori esempi di buone pratiche emergono in Senegal e Mali, dove l’Italia collabora con UN Women per promuovere la leadership femminile nei contesti fragili. Qui, oltre a sostenere l’emancipazione economica delle donne e la prevenzione della violenza di genere e delle pratiche nefaste, sono condotte azioni volte a raddoppiare il numero di donne coinvolte nelle piattaforme di dialogo, come la piattaforma per la pace in Casamance e il Circolo della Pace in Mali.
In Sudan, attraverso un’iniziativa di cooperazione delegata finanziata dal Fondo Fiduciario di Emergenza dell’Unione Europea per l’Africa (EUTF) e implementata da AICS in partenariato con UN Women, si è lavorato per rafforzare l’autonomia economica femminile e il ruolo delle donne come attrici di stabilità e coesione sociale in un contesto di crisi protratta, attraverso formazione sulla leadership femminile nei contesti lavorativi e sui diritti delle donne in materia di lavoro e proprietà fondiaria, fino alla creazione di piccole imprese guidate da donne.
Nel loro insieme, queste esperienze – riprese qui a titolo esemplificativo - dimostrano come l’Agenda DPS possa tradursi in pratiche operative efficaci quando viene integrata in modo intenzionale e coerente nei programmi umanitari, di sviluppo e di pace. Mettere le donne al centro degli interventi non come destinatarie passive, ma come partner strategiche, rafforza la resilienza delle comunità, migliora la qualità della risposta alle crisi e contribuisce alla costruzione di processi di pace più inclusivi e duraturi.
Proposte per una cooperazione più trasformativa
Alla luce delle esperienze osservate sul campo, è evidente che per rendere realmente operativa l’Agenda “Donne, Pace e Sicurezza” nell’ambito umanitario servono interventi mirati su più livelli della cooperazione. La sfida non è solo “integrare il genere” nei progetti, ma trasformare le logiche stesse della programmazione, mettendo al centro la partecipazione delle donne ed il rafforzamento delle loro capacità di agency, anche nei contesti di crisi protratta.
Una prima leva fondamentale riguarda la pianificazione strategica e la gestione dei fondi. I bandi e i programmi della cooperazione italiana – inclusi quelli destinati alla società civile e alle organizzazioni multilaterali – devono esplicitare in modo chiaro la centralità del ruolo delle donne, ragazze e bambine – in linea con i principi della ris. 1325 - non solo richiedendo un’analisi di genere, ma prevedendo obiettivi, indicatori e budget dedicati per la promozione della partecipazione femminile, la prevenzione della violenza di genere e la costruzione della pace inclusiva.
Un secondo ambito di intervento riguarda il rafforzamento delle competenze: è necessario investire su formazione continua, strumenti pratici e momenti di confronto operativo sull’uguaglianza di genere, sull’Agenda DPS e sui benefici comunitari di un’azione trasformativa al genere. Non si tratta solo di migliorare la conoscenza teorica, ma di creare una cultura istituzionale che riconosca il genere come variabile strutturale, non accessoria, a tutti i livelli – incluso il top management. In questo senso, potrebbe essere utile promuovere percorsi di capacity building congiunti, anche coinvolgendo attori della società civile e donne leader nei Paesi partner.
Un terzo elemento riguarda la valutazione indipendente. Le attività formative, gli eventi di sensibilizzazione e l’introduzione di strumenti per l’uguaglianza di genere non devono rappresentare operazioni di “facciata” – promossi in particolare nei periodi annuali di maggiore attenzione mediatica sul tema. È importante monitorare e valutare in maniera indipendente la capacità di condurre politiche, programmi e progetti che effettivamente abbiano un impatto sensibile, reattivo e trasformativo al genere, fornendo raccomandazioni concrete per mettere in pratica i buoni propositi.
Quarto punto cruciale è il sostegno alle reti ed organizzazioni locali di donne, spesso sottorappresentate nei meccanismi internazionali e difficilmente accessibili dai canali tradizionali di finanziamento. È utile prevedere strumenti flessibili, micro-finanziamenti o canali semplificati per favorire l’accesso diretto delle attiviste e dei gruppi femminili, garantendo loro un ruolo reale nei processi decisionali e nella governance degli interventi. Ciò al fine di rafforzare le infrastrutture di pace locali in una prospettiva sostenibile.
Infine, è urgente lavorare a una maggiore coerenza e sinergia tra le dimensioni della cooperazione, della diplomazia e della sicurezza. L’agenda WPS non può essere relegata a una questione settoriale: deve diventare una prospettiva trasversale che guida le scelte politiche e operative nei contesti fragili. In un mondo dove i confini tra crisi umanitarie, ambientali, sociali e di sicurezza sono sempre più fluidi, la promozione della partecipazione femminile e della giustizia di genere è un prerequisito per ogni processo di pace duraturo.
Conclusione
A venticinque anni dalla sua adozione, l’Agenda “Donne, Pace e Sicurezza” continua a rappresentare non solo un impegno politico, ma anche una sfida operativa per chi lavora nei contesti di crisi. Integrarne i suoi principi nell’azione umanitaria, per lo sviluppo e la pace, significa ripensare l’efficacia stessa nei territori fragili, andando oltre la logica dell’emergenza e dell’assistenzialismo verso soggetti erroneamente considerati purtroppo ancora “vulnerabili” e rafforzando approcci che mettano al centro l’equità, la partecipazione e la trasformazione sociale.
In un momento in cui le crisi si moltiplicano e si cronicizzano, investire sulla partecipazione delle donne nei processi umanitari non è un lusso, ma una condizione necessaria per costruire risposte più giuste, inclusive e sostenibili. Il futuro dell’Agenda DPS dipenderà dalla volontà effettiva di un impegno concreto a tutti i livelli e dalla capacità di tutti gli attori – istituzionali, della società civile e locali – di passare dal simbolico al sistemico, rendendo i principi della 1325 parte integrante e irrinunciabile della risposta alle crisi e ai conflitti.
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