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Politica

Il Labour di Starmer riuscirà a guadagnare la fiducia delle aziende?

20 Febbraio 2024
Mario Massungo

Se è vero che il partito laburista guidato da Keir Starmer mantiene nei sondaggi un vantaggio di ben 20 punti sul partito conservatore del Premier Rishi Sunak, mancano ancora 7 mesi alle elezioni politiche. È difficile immaginare un recupero dei Tories in questo lasso di tempo. Sebbene non impossibile, l'enorme volatilità elettorale degli ultimi anni ci ha abituati a tutto: ricordiamo, per esempio, le elezioni del 2017 indette da Theresa May, sicura di ampliare la sua maggioranza per poi rimanere disarcionata contro ogni aspettativa. Allo stesso tempo, la società britannica si interroga sul ritorno dei laburisti al governo dopo un'assenza di oltre 13 anni.

Uno dei dilemmi più significativi che ha per lungo tempo ostacolato il ritorno dei laburisti è il tema della loro credibilità come amministratori dell’economia, della loro capacità di ascoltare i ceti produttivi del paese e di adoperarsi per mantenere il Regno Unito come un paese dinamico e attrattivo per le aziende. Dall’uscita di scena di Gordon Brown nel 2010 l’economia è rimasta l’ossessione di tutti leader laburisti che si sono succeduti: in tutti i focus group emergeva sempre fuori la diffidenza dell’elettorato moderato verso i laburisti su quel fronte. 

Infatti, tutt'oggi alcuni osservatori indicano lo stallo del mercato immobiliare e il rallentamento degli investimenti come cause principali dell'aspettativa di un ritorno a Downing Street dei laburisti. È in questo contesto che vanno lette le recenti iniziative della segreteria di Keir Starmer e di Angela Rayner, vice-segretaria del Labour e Ministra delle Finanze ombra ("Shadow Chancellor"), come il "New Deal for working people", un piano per la crescita dell'economia e il rilancio della produttività. Perché è la stagnazione della produttività il vero dilemma dell’economia britannica e solo attirando più capitali dall’estero, creando un regime favorevole per gli imprenditori e formando lavoratori altamente qualificati che sarà possibile rilanciare la produttività e aumentare i salari, rompendo la precarietà salariale generata dai vari governi dei Tories. Il ‘New Deal’ si basa sull’estensione e la tutela dei diritti dei lavoratori – come l’abolizione del lavoro a cottimo (‘zero hours contracts’) e delle finte partite IVA, l’introduzione di un ‘living wage’ oltre al ‘minimum wage’, le restrizioni contro aziende che praticano il fire-rehire - rifacendosi a paesi come la Danimarca, la Germania e l’Olanda, economie con forti diritti dei lavoratori, alta produttività e salari elevati. Si tratta sicuramente di buone idee, oltre che giuste. Dopotutto le aziende hanno bisogno di stabilità per gli investimenti e di lavoratori motivati e formati. Ma le proposte economiche rimangono vaghe. Si, il Labour si prefigge di arrivare al tasso di crescita più alto delle economie del G7, ma come e con quali risorse? Ci sono una serie di proposte opportune come l’azzeramento dei ritardi dei pagamenti della PA verso le PMI o la creazione di un consiglio per la politica industriale composto da aziende. Ma ai laburisti serve fare di più, anche se il leader oggi si chiama Keir Starmer e cita ogni due per tre Tony Blair (un periodo quello in cui il mondo del business si sentiva perfettamente in sintonia con la rosa rossa). Un esempio: i paesi che la leadership laburista vuole emulare – appunto Danimarca, Germania e Olanda – sono economie virtuose (oggi la Germania un po’ meno) ma hanno anche un livello di tassazione e di cuneo fiscale ben superiore a quello britannico. Sarebbe meglio rassicurare il pubblico al più presto su questo punto per scongiurare qualsiasi malinteso, anche concedendo qualche aumento di imposta se necessario (dopo tutto è quello che hanno dovuto fare anche i Tories, annullando i tagli previsti della corporate tax, la nostra IRES, per far fronte alla crisi fiscale e all’incremento dei costi sul debito) ma serve fare chiarezza. Dopotutto, se è vero che i voti si contano, gli investimenti invece si pesano.