Come ampiamente raccontato nei giorni scorsi, alla veneranda età di 104 anni è da poco scomparso Edgar Morin, importantissima figura intellettuale del XX secolo e del nostro tempo.
Comunemente definito filosofo e sociologo, Morin ha attraversato con il suo pensiero scientifico, la sua visione etica e la sua tensione politica la storia sociale, culturale ed epistemologica della contemporaneità. Socialista, partigiano nella Francia occupata, intellettuale impegnato, cineasta, accademico e studioso, ha affrontato temi epocali, interdisciplinari, fondativi e complessi (quali la natura umana, la cultura, la civiltà, la conoscenza, il rapporto individui-società-specie), intrecciando insieme nelle sue numerosissime opere problematiche globali, sensibilità etico-politiche ed ecologiche, principi metodologici ed epistemologici, vicende personali, traiettorie individuali, analisi storiche e proiezioni di futuro.
Un vero “maestro di pensiero e di vita”, come è stato da più parti definito, a cui si deve anche il merito di esser stato uno dei grandi teorizzatori della complessità, il costruttore di una visione della società e di un paradigma scientifico-epistemologico anti-deterministico, aperto alle interazioni inaspettate e alle incertezze, interdisciplinare, integrato e olistico. In breve, caratterizzato dalla consapevolezza della complessità delle realtà umane. Complessità non unicamente intesa come caratteristica precipua del mondo, ma anche come ottica necessaria ai processi di conoscenza che cercano di comprenderlo, processi conoscitivi che devono sviluppare collegamenti e contaminazioni tra discipline diverse, ricomponendo la tradizionale divisione tra saperi scientifici e saperi umanistici, in nome dell’integrazione dei diversi punti di vista.
Nell’ambito della enorme eredità intellettuale, scientifica e politica lasciata da Morin - così ricca da consentire a tutti un dialogo con il suo pensiero - per chi, come noi, è quotidianamente impegnato a studiare, indagare e interpretare fenomeni e problematiche contemporanee, il suo lascito appare particolarmente prezioso e vicino.
La sua visione della complessità risuona nei nostri approcci, connotati, almeno nelle intenzioni, da uno sguardo stratificato e plurisituato, dall’utilizzo di conoscenze provenienti da diverse discipline, da tentativi di ascoltare diverse voci e prospettive. È ciò che si cerca di fare all’interno degli Osservatori del CeSPI o in iniziative quali Mondòpoli, spazi nei quali convivono saperi differenti, diversità percettive e posizionamenti plurimi rispetto ai temi in oggetto. Anche se sovente le circostanze della ricerca, i sui tempi e le sue possibilità di realizzazione impongono inevitabili, e a volte drastiche, riduzioni della complessità - tipiche d’altronde di qualsiasi operazione conoscitiva – la sola consapevolezza autoriflessiva della propria operazione semplificante sul proprio oggetto di studio può costituire un atto di devozione all’idea superiore della complessità, dell’incompletezza e dell’incertezza del reale, una garanzia anti-riduzionista.
Si tratta dunque per noi di un patrimonio irrinunciabile, anche quando le sue condizioni di uso sono ristrette, condizionate dalla domanda, amputate del dubbio, delle contraddizioni e, per riprendere Morin, dell’”inatteso”, come spesso purtroppo richiede il mercato dei bandi pubblici e privati a cui partecipiamo. Anche in queste occasioni, tuttavia, la consapevolezza che la complessità del reale eccede la sua semplificazione operazionale deve continuare ad essere strumento di conoscenza e riflessione, anche se non può esserlo compiutamente sul piano dell’azione progettuale e di policy.
Infine, Morin aveva cara l’educazione alla comprensione dell’altro, tanto da designarla come “compito per il futuro”, e la democrazia come forma di connessione e “reciproco controllo tra individuo e società”, a cui aggiungeva una terza dimensione, quella di specie, assegnando alla coscienza di questa realtà triadica dell’uomo “il compimento dell’Umanità come comunità planetaria”.
In questi tempi orribili di divisioni e violenze per popolazioni stabili e migranti, Morin ci spinge a continuare a cercare, da qualche parte, le strade per raggiungere e realizzare “la cittadinanza terrestre”.
Morin, noi e la resistenza dello spirito
Come ampiamente raccontato nei giorni scorsi, alla veneranda età di 104 anni è da poco scomparso Edgar Morin, importantissima figura intellettuale del XX secolo e del nostro tempo.
Comunemente definito filosofo e sociologo, Morin ha attraversato con il suo pensiero scientifico, la sua visione etica e la sua tensione politica la storia sociale, culturale ed epistemologica della contemporaneità. Socialista, partigiano nella Francia occupata, intellettuale impegnato, cineasta, accademico e studioso, ha affrontato temi epocali, interdisciplinari, fondativi e complessi (quali la natura umana, la cultura, la civiltà, la conoscenza, il rapporto individui-società-specie), intrecciando insieme nelle sue numerosissime opere problematiche globali, sensibilità etico-politiche ed ecologiche, principi metodologici ed epistemologici, vicende personali, traiettorie individuali, analisi storiche e proiezioni di futuro.
Un vero “maestro di pensiero e di vita”, come è stato da più parti definito, a cui si deve anche il merito di esser stato uno dei grandi teorizzatori della complessità, il costruttore di una visione della società e di un paradigma scientifico-epistemologico anti-deterministico, aperto alle interazioni inaspettate e alle incertezze, interdisciplinare, integrato e olistico. In breve, caratterizzato dalla consapevolezza della complessità delle realtà umane. Complessità non unicamente intesa come caratteristica precipua del mondo, ma anche come ottica necessaria ai processi di conoscenza che cercano di comprenderlo, processi conoscitivi che devono sviluppare collegamenti e contaminazioni tra discipline diverse, ricomponendo la tradizionale divisione tra saperi scientifici e saperi umanistici, in nome dell’integrazione dei diversi punti di vista.
Nell’ambito della enorme eredità intellettuale, scientifica e politica lasciata da Morin - così ricca da consentire a tutti un dialogo con il suo pensiero - per chi, come noi, è quotidianamente impegnato a studiare, indagare e interpretare fenomeni e problematiche contemporanee, il suo lascito appare particolarmente prezioso e vicino.
La sua visione della complessità risuona nei nostri approcci, connotati, almeno nelle intenzioni, da uno sguardo stratificato e plurisituato, dall’utilizzo di conoscenze provenienti da diverse discipline, da tentativi di ascoltare diverse voci e prospettive. È ciò che si cerca di fare all’interno degli Osservatori del CeSPI o in iniziative quali Mondòpoli, spazi nei quali convivono saperi differenti, diversità percettive e posizionamenti plurimi rispetto ai temi in oggetto. Anche se sovente le circostanze della ricerca, i sui tempi e le sue possibilità di realizzazione impongono inevitabili, e a volte drastiche, riduzioni della complessità - tipiche d’altronde di qualsiasi operazione conoscitiva – la sola consapevolezza autoriflessiva della propria operazione semplificante sul proprio oggetto di studio può costituire un atto di devozione all’idea superiore della complessità, dell’incompletezza e dell’incertezza del reale, una garanzia anti-riduzionista.
Si tratta dunque per noi di un patrimonio irrinunciabile, anche quando le sue condizioni di uso sono ristrette, condizionate dalla domanda, amputate del dubbio, delle contraddizioni e, per riprendere Morin, dell’”inatteso”, come spesso purtroppo richiede il mercato dei bandi pubblici e privati a cui partecipiamo. Anche in queste occasioni, tuttavia, la consapevolezza che la complessità del reale eccede la sua semplificazione operazionale deve continuare ad essere strumento di conoscenza e riflessione, anche se non può esserlo compiutamente sul piano dell’azione progettuale e di policy.
Infine, Morin aveva cara l’educazione alla comprensione dell’altro, tanto da designarla come “compito per il futuro”, e la democrazia come forma di connessione e “reciproco controllo tra individuo e società”, a cui aggiungeva una terza dimensione, quella di specie, assegnando alla coscienza di questa realtà triadica dell’uomo “il compimento dell’Umanità come comunità planetaria”.
In questi tempi orribili di divisioni e violenze per popolazioni stabili e migranti, Morin ci spinge a continuare a cercare, da qualche parte, le strade per raggiungere e realizzare “la cittadinanza terrestre”.