Le armi e la politica. Il nodo della sovranità

di 
Piero Fassino

Ogni qualvolta  scoppia un conflitto armato, la diplomazia internazionale, per dare forza alla propria iniziativa di mediazione, ammonisce: “non c’è soluzione militare, la soluzione deve essere politica”. Naturalmente non si può che essere d’accordo. E tuttavia se guardiamo a quel che succede nella realtà, quella affermazione appare assai meno scontata.

Da nove anni la Siria è scossa da una guerra civile sanguinosa che ha prodotto migliaia di vittime, distruzioni di intere città, milioni di profughi e sfollati. E nonostante le Nazioni Unite abbiano perseguito una soluzione fondata su negoziati tra le parti in conflitto, l’epilogo verso cui ci si avvia non sarà figlio dei colloqui di Ginevra, ma delle conquiste militari sul campo: con le armi Assad ha riconquistato il controllo di gran parte del territorio siriano; con le armi gli avversari di Assad cercano di non farsi reprimere; con le armi i curdi hanno sconfitto l’Isis e hanno difeso la loro autonomia da Assad; con le armi i turchi hanno occupato l’enclave di Afrin.

Così in Libia, dove le soluzioni faticosamente negoziate vengono ogni volta travolte dal ricorso alle armi di questa o quella fazione. E con la decisione del generale Haftar di lanciare un’offensiva militare per occupare Tripoli e la dura resistenza delle milizie fedeli a Serraj, oggi il destino libico appare sempre più affidato alle armi e non al negoziato tra le parti.

Analoghe dinamiche si manifestano in Yemen scosso da una violenta guerra civile che nessun negoziato è stato finora in grado di fermare. E mentre colloqui tra israeliani e palestinesi sono interrotti ormai da anni, in quella terra torna a raccogliere consenso e a mobilitare energie la convinzione - illusoria -  che l’uso della forza  possa  dare esito ad un conflitto che si trascina da settant’anni senza che la soluzione negoziata a Oslo e sancita a Washington sia riuscita fino ad oggi a imporsi.

D’altra parte il Kossovo ha conquistato la sua indipendenza dalla Serbia non con un negoziato, ma con le armi e il sostegno militare della NATO. E mentre l’applicazione degli accordi di Minsk langue, sono le armi che delineano la demarcazione tra il territorio sotto l’autorità di Kiev e le regioni controllate dalle milizie separatiste sostenute da Mosca.

Insomma, a dispetto della ragione, le armi vincono sulla politica. Sarebbe naturalmente un drammatico errore rassegnarsi all’ineluttabilità dell’uso della forza come soluzione dei conflitti. Ma se non si vuole che accada, occorre sciogliere con coraggio un nodo: l’intangibilità della sovranità statale non può essere un totem assoluto in nome del quale si accetta qualsiasi scenario e qualsiasi conseguenza. Là dove crepitano le armi, popolazioni inermi subiscono sofferenze enormi e unica legge è la sopraffazione, occorre riconoscere a un’autorità terza - le Nazioni Unite o un’istituzione internazionale o una coalizione di nazioni avallata dalle istituzioni internazionali -  la potestà di agire per fermare il ricorso alle armi e restituire la parola al dialogo e al negoziato.

So benissimo che non è facile, che la sovranità statale è per ogni nazione intoccabile e che peraltro garantirne il rispetto è anche regola per assicurare ordine internazionale. Tuttavia quello è il nodo. 

Ne è specchio la fragilità di tutte le organizzazioni sovranazionali, la cui debolezza non è un fattore intrinseco, ma conseguenza della “gelosia delle nazioni” che con grande difficoltà accettano di trasferire quote di sovranità. Se in Siria l’Onu non può andare oltre la contrattazione di brevi tregue per sfollare la popolazione civile è perché il Consiglio di Sicurezza è paralizzato dalle opposte posizioni dei suoi Stati membri. Se di fronte alla crisi libica l’Unione europea non riesce ad andare al di là di generiche dichiarazioni è perché alcuni Stati membri hanno scelto di percorre la via solitaria di una propria iniziativa nazionale. E questo nervo è oggi ancor più scoperto per effetto dell’indebolimento del multilateralismo, di cui sono responsabili i principali grandi paesi, Stati Uniti e Russia in testa.

D’altra parte il tema della sovranità è un nervo scoperto non solo nelle aree di crisi. Proprio questo è il principale nodo non risolto della globalizzazione: viviamo in un mondo in cui tutte le dimensioni - produzione, consumi, trasferimento di tecnologie e merci, circolazione delle persone, comunicazione - sono sempre più globali, ma che continua a essere governato da autorità statali, nessuna delle quali peraltro in grado di esercitare da sola una sovranità globale.

Nonostante tutto ciò il tema di costruire sedi e regole di governance sopranazionale si fa strada. Di fronte al climate change la comunità internazionale si è data prima i protocolli di Kyoto e poi gli Accordi di Parigi. Di fronte a crimini che hanno perpetrato massacri di inermi - dal Bosnia al Rwanda - si sono istituiti tribunali internazionali. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo è strumento prezioso per l’affermazione e la tutela di diritti fondamentali nei 47 paesi del continente europeo. E peraltro tutto il dibattito sulle prospettive dell’Unione Europea ruota intorno al tema delle relazioni fra integrazione sovranazionale e sovranità dei paesi membri. Certo sono primi passi in un cammino lungo e irto di ostacoli. Se è così complesso costruire una sovranità europea tra 28 paesi, si può ben capire l’enorme difficoltà di costruire sedi di sovranità sovranazionali riconosciute dai 185 paesi del pianeta! Ma pensare che il mondo sia governabile ripiegando sulle sole politiche nazionali è una pericolosissima illusione che ci consegnerà un mondo più ingovernabile, meno sicuro e esposto a ogni rischio e conflitto. Non si tratta di dissolvere le sovranità nazionali, che sono espressione di identità, storie, culture. Ma occorre essere consapevoli che le sole sovranità nazionali, da sole, non sono in grado di governare un mondo grande e interdipendente che ha bisogno di multilateralismo, sopranazionalità e sedi di governance globale. Prima ci si metterà su questa strada, meglio sarà.