Il caleidoscopio dell’integrazione

Rodolfo Mesaroli
Direttore scientifico CivicoZero Onlus

Il tema dell’integrazione è, oggi più che mai, al centro del dibattito pubblico, con tutte le sue molteplici e talvolta contraddittorie sfumature: basti pensare alla diatriba ideologica e terminologica che contrappone il concetto di inclusione a quello di integrazione o all’utilizzo strumentale da parte di chi confonde le complesse derive marginalizzanti con una mancata volontà da parte dei migranti o, peggio ancora, con un’attitudine culturalmente predeterminata.

A ciò si aggiungono le poliedriche e proficue riflessioni che guardano all’integrazione attraverso una lettura “meta” e che mettono spesso in discussione paradigmi interpretativi socialmente condivisi. Vi è poi un'altra prospettiva che, in riferimento all’attuale dibattito, si rivela quanto mai imprescindibile: un punto di vista che guarda, anzi che parte dall’esperienza, dalla percezione e dalle aspettative dei migranti stessi. In tal senso, l’esperienza di CivicoZero, nel suo lavoro quotidiano al fianco dei minori stranieri non accompagnati e neomaggiorenni presenti sul territorio di Roma, gode senza dubbio di un punto d’osservazione privilegiato, attraverso il quale è possibile accedere alla componente più concreta e autentica di questo processo.

Di fatto, parlando di integrazione, non si può prescindere né dalla dimensione soggettiva né tantomeno da una serie di fattori contingenti, temporali, ambientali e contestuali, che incidono notevolmente sull’esito di questi percorsi. Non mi soffermo su questi ultimi aspetti, poiché già ampiamente e accuratamente dibattuti nell’ambito di questo forum. Piuttosto, vorrei condividere alcuni spunti di riflessione in merito a quegli aspetti che afferiscono alla sfera individuale dei migranti e che condizionano, nel bene o nel male, il loro approccio al tema stesso dell’integrazione.

Dunque, chiunque operi al fine di favorire processi di integrazione non può esimersi dal misurarsi, attraverso un approccio dialogico, con tale complessità. In tal senso, può essere utile adottare una modalità “esplorativa”, lasciandosi orientare da una serie di interrogativi, a cui seguono infinite risposte. Partendo dal livello più concreto, la prima domanda che sarebbe opportuno porsi è: nella sua scala delle priorità, che posto occupa per il migrante la sua effettiva e piena integrazione? E ancora, come quest’ultimo valuta e misura il suo livello di integrazione? C’è un momento o un tempo “ideale” per integrarsi?

E’ evidente che, in risposta a queste domande, vi sono innumerevoli possibilità e infinite sfumature, tuttavia vale la pena soffermarsi su alcune considerazioni: in primis, spesso l’immaginario del migrante o meglio, la rappresentazione che egli da di se stesso, è intriso di un pragmatismo che lascia poco spazio ad un tema come quello dell’integrazione, sovente vissuta come aleatoria e avulsa dalla sua quotidianità. Di contro, spesso capita di assistere a dei percorsi di vera e propria integrazione, che quasi sempre sono più agiti che pensati dagli stessi migranti.

Ciò che appare come una contraddizione, in realtà rivela configurazioni estremamente complesse, determinate da infiniti fattori ed aspetti dicotomici, impossibili o quasi da “controllare”.

In primo luogo vi è una dimensione interna e una esterna: se da un lato l’integrazione del migrante può essere favorita o ostacolata dal tessuto sociale e dai contesti nei quali è inserito, dall’altro dipende anche da quanto egli stesso è riuscito ad integrare parti di sé, della propria esperienza e della propria identità. Sappiamo quanto, di per sé, l’esperienza migratoria ponga l’individuo di fronte ad un pervasivo senso di discontinuità; se oltre a ciò, consideriamo che i minori stranieri non accompagnati sono quasi sempre degli adolescenti alle prese con una sfida evolutiva fatta di molteplici transizioni, è evidente quanto questo sforzo possa risultare ancor più ostico.

Tuttavia, come tutti gli adolescenti, i giovani migranti dispongono di una “vitalità” e di un potenziale generativo che è in grado di innescare quei processi di resilienza che, non di rado, sospingono l’individuo verso un graduale percorso di integrazione. E dunque, alla luce di tutto ciò, qual è il compito del sistema di accoglienza e protezione che opera a favore dei minori stranieri non accompagnati? Anche in questo caso, è impossibile trovare una risposta univoca, tuttavia è opportuno sottolineare che più gli attori che compongono questo articolato sistema, riescono ad incardinare ed armonizzare il proprio intervento all’interno di questa complessa configurazione, più si ottengono autorevolezza e legittimazione da parte del giovane migrante. E’ proprio nelle trame di questa significatività che nasce la possibilità di accompagnare il minore nella ridefinizione della sua identità, delle proprie aspirazioni e priorità. Dunque, il compito del sistema è quello di riuscire a “governare” il rapporto tra figura e sfondo, promuovendo dinamiche inclusive a livello comunitario e, al contempo, supportando l’individuo nel ridefinire il suo approccio rispetto ad un reale processo di autodeterminazione e poi di integrazione, intesa come interazione simmetrica con la comunità di cui fa parte.

E’ attraverso la relazione con l’altro, che il migrante trova uno spazio nel/sul quale concedersi la possibilità di riflettere – nella duplice accezione del termine – sui/i suoi vissuti più intimi relativi al suo bisogno di “appartenere”.

In effetti proprio questo è uno degli aspetti cruciali: appartenere, inteso come «essere/far parte di ….».

Spesso il concetto di integrazione viene assimilato a quello di “autonomia”, pertanto se un migrante ha casa, lavoro, patente e un mezzo di locomozione proprio, vuol dire che è sufficientemente integrato. Euristiche come questa possono condizionare in maniera significativa sia le politiche sociali che le azioni progettuali volte a promuovere percorsi di inclusione. Tuttavia, è sufficiente una messa a fuoco più accurata sull’esperienza quotidiana dei migranti per realizzare, “banalmente”, che si può vivere in un appartamento (in affitto o persino di proprietà) senza poter vantare un buon vicinato; si può avere un impiego stabile e regolare, senza tuttavia sentirsi parte di un gruppo di lavoro. In tal senso, integrazione significa molto di più: vuol dire appartenenza, vuol dire avere uno o più ruoli per ogni interazione con l’altro.

Spingendoci ancora più in là, il concetto di integrazione ha persino a che fare con il benessere e con la qualità della vita dell’individuo, in relazione alla comunità di cui fa parte.

Immaginiamo di condividere questa riflessione con un giovane migrante; ora proviamo ad immaginare lo sguardo del nostro interlocutore.

Ebbene, l’integrazione è possibile solo nella misura in cui, prima ancora che apparire realizzabile ai nostri occhi, risulti plausibile agli occhi del migrante stesso.                       

26 Gennaio 2021
di
Sebastiano Ceschi