Donroe non è Monroe, ma non è neppure il corollario Roosevelt
Il “cortile di casa” degli Stati Uniti
Le ingerenze nell’America Latina sono state una costante della politica estera degli Stati Uniti fin da prima della enunciazione della dottrina Monroe il 2 dicembre 1823. Per esempio, con un mese di anticipo su quella data, l’ex presidente Thomas Jefferson aveva incoraggiato le rivendicazioni su Cuba, definendo l’isola caraibica come “la più interessante aggiunta che mai potrebbe essere fatta al nostro sistema di Stati”[1]. Del resto, in precedenza, gli Stati Uniti avevano già iniziato a espandersi verso Sud: nel 1819 avevano annesso la Florida, che la Spagna era stata costretta a vendere proprio al presidente James Monroe.
Il pregresso
Nell’intromettersi nelle questioni latino-americane, per secoli gli Stati Uniti non hanno mancato di nascondere i loro interessi economici e politici sotto una patina di idealismo. Così la dottrina Monroe non serviva solo a garantire l’accesso ai mercati delle ex colonie di Madrid nell’America meridionale, che assorbivano il 13% delle esportazioni statunitensi nel 1821 rispetto all’8% dell’ultimo anno della sovranità spagnola[2], ma intendeva pure salvaguardare l’autodeterminazione dei popoli della regione da interventi delle potenze europee. Il corollario di Theodore Roosevelt del 1904 non si limitava a procurare opportunità di investimenti finanziari agli Stati Uniti, come avvenne nella Repubblica Dominicana nel 1905, ponendo le premesse della “diplomazia del dollaro”, sviluppata dal suo successore William H. Taft. Voleva anche proteggere la sovranità dei Paesi dell’emisfero occidentale, evitando che la loro insolvenza debitoria provocasse rappresaglie militari di nazioni europee a tutela delle banche creditrici, come era accaduto in risposta al default del Venezuela nel 1901. L’“esercizio di un’azione di polizia internazionale”, quindi, non si configurava soltanto come la rivendicazione del primato emisferico di Washington[3]. Per Roosevelt, costituiva pure una maniera per accogliere le istanze della dottrina Drago del 1902, che aveva contestato gli interventi armati per la riscossione dei debiti, e un modo per assicurare la stabilità in questa regione in nome dell’appartenenza degli Stati Uniti a una comunità internazionale in cui il presidente si proponeva di mantenere l’ordine. Durante la guerra fredda, il rovesciamento di governi progressisti o il tentativo di abbatterli non comportò unicamente difendere gli affari delle multinazionali statunitensi, come nel caso della United Fruit Company in Guatemala nel 1954, ma si propose anche di “salvare” i loro cittadini da supposte derive totalitarie di matrice comunista o presunta tale. Perfino nella fase più efferata dell’espansione continentale degli Stati Uniti, la guerra di aggressione combattuta tra il 1846 e il 1948 contro il Messico per stappargli le regioni settentrionali e ottenere i porti californiani di San Diego e San Francisco indispensabili per i rapporti commerciali con la Cina, l’obiettivo dichiarato era diffondere la democrazia e la libertà tra gli abitanti di queste aree portandoli sotto la sovranità di Washington, in base alla teoria del “destino manifesto” di John O’Sullivan[4]. Queste giustificazioni erano molto spesso meri pretesti. Nondimeno, la narrazione ufficiale cercava comunque di conciliare l’imperialismo con un sistema valoriale, secondo la formula di Jefferson per cui gli Stati Uniti erano “l’impero della libertà”[5].
La visione trumpiana
Oggi, con la seconda presidenza di Donald J. Trump, la dimensione idealistica del coinvolgimento degli Stati Uniti nell’America Latina è andata perduta perfino nelle sue articolazioni di mera facciata. La National Security Strategy (NSS) del 2025 ha ridefinito in modo ufficiale il concetto di interesse del Paese in termini esclusivamente economici e di sicurezza nazionale[6]. Ha finito così per trasformare in una inutile dispersione di risorse ed energie sia i contributi al consolidamento del sistema della sicurezza collettiva, sia la promozione di diritti umani, libertà e democrazia, obiettivi che in precedenza erano invece rientrati – almeno in teoria – tra i propositi dell’internazionalismo degli Stati Uniti. In particolare, è andata oltre la reiterazione della tradizionale politica di potenza, riportata in auge nella precedente versione del documento risalente al 2017[7], e ha esternato in maniera palese la connotazione “predatoria” – per citare Stephen M. Walt[8] – della politica estera statunitense, smentendo l’illusione che Trump sia un presidente neoisolazionista e propenso ad avallare l’arretramento degli Stati Uniti in campo internazionale[9]. Pur accantonando l’ambizione di ergersi a guida morale del pianeta, Washington non rinuncia a esercitare una egemonia globale, a partire dall’emisfero occidentale, dove le finalità sono state indicate nel “ripristinare la preminenza statunitense” e nel garantire l’“accesso a tutte le aree della regione” e alle loro risorse, ricorrendo anche a coercizione e intimidazione quali strumenti di negoziazione. È questa la sostanza del corollario Trump (ribattezzato dottrina Donroe) alla dottrina Monroe. Il fatto che quest’ultima sia menzionata per ben quattro volte nella NSS del 2025, sebbene sia stata da tempo stigmatizzata come un sinonimo delle prevaricazioni di Washington in America Latina, dimostra l’assenza di pudore da parte dell’amministrazione Trump nel ricorrere a una terminologia associata da tempo alla volontà statunitense di sopraffazione nell’emisfero occidentale.
Panama
Un’anticipazione di questo approccio alla politica estera era già emersa tra la vittoria elettorale il 5 novembre 2024 e l’insediamento alla presidenza il 20 gennaio 2025. Trump, infatti, rivendicò il ritorno del canale di Panama, scavato dal genio militare statunitense tra il 1904 e il 1914, sotto il controllo di Washington. In tale ambito, riesumò una vecchia argomentazione dell’opposizione repubblicana ai trattati Carter-Torijos che nel 1977 avevano stabilito il passaggio del canale sotto la sovranità panamense a decorrere dal 31 dicembre 1999 (“lo abbiamo costruito noi, ce lo siamo pagato, è nostro e ce lo terremo”[10]). L’esternazione di Trump, però, non si richiamò solo al nazionalismo e all’orgoglio statunitensi, ma espresse pure la volontà di allontanare l’influenza della Repubblica Popolare Cinese dall’America Latina. Qui Pechino aveva investito quasi 150 miliardi di dollari tra il 2005 e il 2022, mentre nel maggio del 2025 il presidente Xi Jinping avrebbe annunciato l’apertura di una linea di credito di altri 9 miliari di dollari per la regione[11]. Nel 2017 Panama era stato il primo Stato dell’emisfero ad aderire alla Belt and Road Initiative (BRI) di Pechino. Inoltre, era una società di Hong Kong, la CK Hutchison, a gestire i porti di accesso al canale – Balboa e Cristóbal, teste di ponte degli investimenti cinesi nelle infrastrutture nella regione – applicando, a detta di Trump, tariffe di transito discriminatorie a scapito degli armatori statunitensi. Nel caso di Panama, però, a Trump è bastato minacciare di non escludere l’impiego della forza militare allo scopo di riprendere il canale[12] per ottenere la fuoruscita di Panama dalla BRI già nel febbraio del 2025, la successiva revoca della concessione alla CK Hutchinson e l’ingresso della società statunitense BlackRock nel nuovo consorzio affidatario dei porti.
Il Venezuela
L’arrendevolezza del presidente conservatore panamense, José Raúl Mulino, non ha trovato un riscontro in Venezuela, fintanto è rimasto al potere Nicolás Maduro, erede della strategia anti-statunitense del proprio predecessore, Hugo Chávez, che ha avuto la sua principale espressione nel 2004 con il varo dell’Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América, un progetto di cooperazione economica, politica e sociale nell’emisfero occidentale alternativa all’integrazione dei mercati voluta da Washington. È stato proprio in Venezuela che la politica estera “predatoria” di Trump, ormai svincolata da finalità idealistiche, ha avuto la sua prima applicazione completa. In nome della protezione della propria sicurezza interna, Washington ha prima cercato di destabilizzare il regime di Maduro per mezzo di attacchi mirati contro natanti venezuelani sospettati di alimentare una rete transnazionale per l’importazione di fentanyl negli Stati Uniti. Poi, in aperta violazione del diritto internazionale e della sovranità di Caracas, lo scorso 3 gennaio Trump, con una magistrale azione militare, l’operazione Absolute Resolve, ha fatto catturare Maduro in territorio venezuelano per imprigionarlo in una struttura detentiva a New York in attesa di un processo per narcotraffico. L’obiettivo dell’intervento statunitense non è stato il ripristino della democrazia in Venezuela, bensì il controllo dei giacimenti di greggio del Paese. A fronte della sostituzione di Maduro con la sua vice, Delcy Rodriguez, come presidente ad interim e della scarcerazione di alcuni prigionieri politici, Trump ha permesso che la gerarchica del regime chavista e il suo monopolio del potere rimanessero inalterati. Per esempio, Diosdado Cabello, l’uomo forte del governo di Maduro, ha mantenuto il dicastero dell’Interno, della Giustizia e della Pace, dal quale ha condotto per anni la repressione del dissenso politico con intimidazioni, violenze, detenzioni arbitrarie e forse anche omicidi. Inoltre, Trump ha escluso sia l’indizione di libere elezioni in Venezuela in tempi rapidi, sia che la leader dell’opposizione, la conservatrice María Corina Machado, insignita del Nobel per la pace nel 2025, potesse subentrare a Maduro al posto di Rodríguez. Secondo Trump, Machado sarebbe stata priva del “rispetto” necessario per governare il Paese, nonostante avesse trionfato nelle primarie della coalizione degli oppositori di Maduro nel 2023 e fosse stata bandita dalle elezioni presidenziali del 2024 proprio perché considerata la sicura vincitrice[13]. L’esautorazione della vecchia guardia chavista pareva un salto nel vuoto e un fattore di instabilità interna che avrebbe potuto interferire con lo sfruttamento del petrolio venezuelano da parte degli Stati Uniti. Fin dalla conferenza stampa con cui ha annunciato la cattura di Maduro[14], per Trump i problemi del Venezuela sono sembrati non tanto l’assenza di libertà e democrazia, quanto l’obsolescenza degli impianti per l’estrazione del greggio, che rallentava la produzione, e l’esclusione delle aziende statunitensi da questo ricco settore, fatta eccezione per la Chevron. Tuttavia, grazie all’accondiscendenza di Rodríguez, Trump ha potuto portare a compimento il suo piano per accaparrarsi un’ampia porzione delle fonti energetiche del Venezuela. Ha, infatti, ottenuto un accordo che consente a una società, con il 35% delle azioni nelle mani del Pentagono e un consiglio di amministrazione formato in maggioranza da cittadini statunitensi, lo sfruttamento per un secolo di 17 giacimenti venezuelani di greggio che contengono circa un quinto delle riserve venezuelane di petrolio.
Oltre il Venezuela
La cattura di Maduro si è connotata anche come una forma di intimidazione dei governi dell’America Latina non allineati sulle posizioni statunitensi, in quanto ha inteso dimostrare che la Repubblica Popolare Cinese non è in grado di proteggere i propri alleati nella regione e che, se questi ultimi non avessero preso le distanze da Pechino, avrebbero rischiato di fare la stessa fine del presidente venezuelano. Non a caso, dopo l’adesione della Colombia alla BRI il 14 maggio 2025, Trump iniziò ad accusare anche il presidente di questo Paese, il progressista Gustavo Petro, di essere un narcotrafficante e, dopo l’operazione Absolute Resolve, lo avvertì di “guardarsi il culo”[14]. La strumentalità delle imputazioni era attestata dal fatto che Trump ha sempre declinato la lotta al narcotraffico in funzione degli orientamenti politici. Ad esempio, un mese prima di ordinare la cattura di Maduro, aveva concesso la grazia a Juan Orlando Hernández, l’ex presidente conservatore dell’Honduras, che stava scontando una condanna a 45 anni in un carcere statunitense per reati connessi al traffico internazionale di stupefacenti. In ogni caso, l’avvio del ritiro della Colombia dalla BRI, intrapreso da Abelardo de la Espriella, il successore conservatore di Petro, ha lasciato Cuba come prossimo bersaglio nel mirino dell’interventismo trumpiano in America Latina. La resa dei conti con il regime dell’Avana, a oggi perseguita con un inasprimento senza precedenti delle sanzioni economiche allo scopo di prendere l’isola letteralmente per fame, sembra essere stata rinviata solo a causa dell’impegno militare statunitense contro l’Iran. Riguardo a Cuba, il rovesciamento del regime non si configurerebbe solo come un successo propagandistico contro uno storico antagonista ideologico di Washington, ma rappresenterebbe anche l’occasione di lanciare un ulteriore monito alle nazioni latino-americane affinché si schierino con gli Stati Uniti e fornirebbe pure l’opportunità di tornare ai fasti del lucroso volume di affari sull’isola dei decenni precedenti la rivoluzione castrista. Inoltre, nella ricerca dell’accesso alle risorse dell’emisfero, Trump sta fomentando altri elementi di instabilità. Per esempio, il suo annuncio di una revisione della neutralità di Washington nella disputa tra Londra e Buenos Aires riguardo al possesso delle Falklands ha incoraggiato il presidente argentino Javier Milei, alleato di Trump, ad avanzare nuove rivendicazioni sull’arcipelago e sui suoi giacimenti di greggio[15]. Si tratta insomma di una politica lontana dalle intenzioni di Roosevelt che, ancorché a parole, esprimeva il desiderio degli Stati Uniti di “vedere le nazioni vicine stabili, ordinate e prospere”[16].
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[1] Lettera a James Monroe, 23 ottobre 1823, in The Writings of Thomas Jefferson, a cura di H.A. Washington, vol. VII, Philadelphia, Lippincott, 1871, p. 316.
[2] Jason W. Davidson, America’s Entangling Alliances, 1778 to the Present, Washington, DC, Georgetown University Press, 2020, p. 41.
[3] Fourth Annual Message, in The Works of Theodore Roosevelt, a cura di Herman Hagedorn, New York, Scribner’s Sons, 1926, vol. XV, p. 257.
[4] John O’Sullivan, “Annexation”, United States Magazine and Democratic Review 17, no. 85, luglio-agosto 1845, pp. 5-10.
[5] Lettera a James Madison, 27 aprile 1809, in The Writings of Thomas Jefferson, cit., vol. V, 1853, p. 444.
[6] National Security Strategy of the United States of America, dicembre 2025,
[7] National Security Strategy of the United States of America, dicembre 2017,
[8] Stephen M. Walt, “The Predatory Hegemon. How Trump Wields American Power”, Foreign Affairs, 105, 2, marzo-aprile 2026, pp. 8-23.
[9] Per una iniziale elaborazione di questa ipotesi, cfr. Ivo H. Daalder e James M. Lindsay, The Empty Throne. America’s Abdication of Global Leadership, New York, PublicAffairs, 2018.
[10] Cit. in Adam Clymer, Drawing the Line at the Big Ditch. The Panama Canal Treaties and the Rise of the Right, Lawrence, University of Kansas Press, 2008, p. 23.
[11] Diana Roy, China’s Growing Influence in Latin America, Council on Foreign Relations, 6 giugno 2025.
[12] David E. Sanger e Michael D. Shear, “Trump Floats Using Force to Take Greenland and the Panama Canal”, New York Times, 7 gennaio 2025.
[13] Victoria Bisset et al., “Venezuela’s Machado Gushes over Trump while Calling for New Elections”, Washington Post, 6 gennaio 2026.
[14] Karen Tumulty, “Toppling Maduro Is Likely To Be the Easy Part for Trump”, Washington Post, 3 gennaio 2026.
[15] Qasim Nauman, “Argentina Is Ramping Up Its Claim to the Falkland”, New York Times, 6 settembre 2026.
[16] Fourth Annual Message, cit., p. 257.