Leggere le nuove destre latinoamericane attraverso le migrazioni

Antonio Ricci
Centro Studi e Ricerche IDOS

Un tassello mancante nel mosaico

Il testo di Camillo Robertini ricostruisce con precisione la svolta a destra dell’America Latina e la sua saldatura con la nuova dottrina di potenza statunitense, la cosiddetta “Donroe”. Quattro questioni aperte, tutte legittime, tutte urgenti. Vi è però una dimensione spesso sottovalutata, ovvero quella della mobilità umana, quasi sempre interpretata come effetto collaterale della grande politica e solo raramente assunta come sua chiave di lettura. Vorrei provare, però, a invertire la prospettiva. Non “cosa succede ai migranti quando cambiano gli equilibri geopolitici”, ma “cosa ci dice il governo delle migrazioni sulla natura di questi nuovi equilibri”.

La mia tesi è semplice e la enuncio subito: la dottrina “Donroe” non è soltanto una dottrina di sicurezza, commercio e materie prime. È anche, e forse soprattutto, una dottrina migratoria. Il controllo dei corpi che si spostano (dal Centro America verso gli Stati Uniti, dal Venezuela verso i paesi vicini, dall’America Latina verso l’Europa) è diventato uno degli strumenti con cui Washington negozia la nuova subordinazione della regione e con cui le destre latinoamericane costruiscono il proprio consenso interno. Se questo è vero, allora le quattro domande di Robertini si arricchiscono di una quinta dimensione, trasversale alle altre: come cambia il governo delle migrazioni quando la politica di potenza sostituisce la politica dei diritti?

Dalla cooperazione ai ricatti: la migrazione come merce di scambio

Chi si occupa di migrazioni verso l’Europa riconosce immediatamente uno schema che l’America Latina sta sperimentando oggi su scala continentale. È lo schema dell’esternalizzazione delle frontiere, applicato per anni dall’Unione Europea con la Libia, la Tunisia, la Turchia: pagare, armare o semplicemente tollerare governi terzi affinché trattengano chi vuole partire, in cambio di stabilità politica, sostegno diplomatico o semplice silenzio sulle violazioni dei diritti umani. Quello che sta emergendo tra Washington e i governi delle nuove destre latinoamericane è una variante interamericana dello stesso meccanismo, ma con un elemento in più: qui non si tratta solo di trattenere chi vuole partire verso gli Stati Uniti, ma anche di riportare indietro, con voli charter e accordi bilaterali, chi è già arrivato o transitato. Il mega-carcere di Nayib Bukele in El Salvador non è soltanto un simbolo della svolta punitiva interna: è diventato, nei fatti, un luogo di detenzione anche per persone migranti espulse da altri paesi, in un esperimento di esternalizzazione della pena che l’Europa osserva con interesse crescente[1].

Questo scambio ha un prezzo preciso, anche se raramente dichiarato nei comunicati ufficiali: sostegno politico a Washington nei forum internazionali, allineamento nelle politiche commerciali, silenzio sulle derive autoritarie interne. La gestione dei flussi migratori diventa così merce di scambio in un mercato geopolitico più ampio, esattamente come accade da tempo nel Mediterraneo. La differenza è che nel continente americano il ricatto può essere ancora più diretto, perché la vicinanza geografica e la storia comune rendono la minaccia della chiusura delle frontiere uno strumento di pressione immediato, quasi quotidiano.

L’immigrazione come collante ideologico delle nuove destre

È stato giustamente notato che la retorica delle nuove destre latinoamericane raramente si traduce in azioni di governo coerenti. Sull’immigrazione, però, l’incoerenza si riduce: qui la retorica produce effetti concreti e in tempi rapidi. L’etichetta di “marxismo culturale” appiccicata alle organizzazioni internazionali si estende con naturalezza alla narrazione sui migranti irregolari, dipinti come minaccia alla sicurezza, all’identità nazionale, alla coesione sociale. È lo stesso repertorio retorico che conosciamo bene in Europa, semplicemente tradotto in un contesto in cui, paradossalmente, quasi tutti i paesi coinvolti sono stati storicamente terre di partenza più che di arrivo.

Qui si annida una contraddizione che meriterebbe più attenzione. L’America Latina è, per definizione, un continente costruito sulle migrazioni: quelle interne al continente, quelle storiche da e verso l’Europa e gli Stati Uniti, quelle di ritorno. Le nuove destre, per costruire consenso, devono quindi rimuovere o riscrivere questa memoria, presentando la mobilità umana attuale – quella verso nord, quella dei venezuelani in fuga dalla crisi economica e politica, quella centroamericana – come un fenomeno radicalmente diverso, patologico, da contenere con la forza[2]. Non è un caso che la cattura di Maduro e l’intervento in Venezuela vengano presentati anche come misure “umanitarie” contro l’esodo migratorio, quando in realtà rischiano di produrne uno nuovo, forse più ampio del precedente. La storia recente della regione, dal Piano Condor alle dittature militari, ci ha insegnato che i grandi rivolgimenti politici producono sempre nuove ondate di partenze, indipendentemente dalle intenzioni dichiarate di chi li promuove.

Estrattivismo, sviluppo diseguale e migrazioni forzate

La quarta questione sollevata da Robertini riguarda i fallimenti dei governi progressisti e la dipendenza strutturale dalle materie prime. È qui, a mio avviso, che si trova il nesso più solido con le migrazioni, un nesso che la letteratura scientifica su ambiente e mobilità umana conosce bene ma che il dibattito pubblico fatica ancora a mettere a fuoco. L’estrattivismo – sia quello di matrice progressista, praticato dai governi della “marea rosa” per finanziare le politiche sociali, sia quello ancora più aggressivo promosso dalle nuove destre in nome della crescita e degli investimenti stranieri – produce sistematicamente espulsione di popolazioni rurali e indigene dai propri territori[3]. Le miniere di litio nel triangolo tra Argentina, Cile e Bolivia, le monocolture di soia in Argentina e Paraguay, l’estrazione petrolifera in Venezuela ed Ecuador: sono tutte economie che, generando ricchezza per pochi, spingono altri a partire, verso le città del proprio paese prima, verso l’estero poi.

Le nuove destre, con la loro promessa di uno Stato “dimesso” e di un’apertura ancora maggiore agli investimenti stranieri (penso alla svolta di Milei in Argentina) rischiano di accelerare questo meccanismo, non di correggerlo. La disputa tra Stati Uniti, Cina e Russia per il controllo delle materie prime, di cui parla Robertini, non è quindi soltanto una partita di geopolitica economica astratta: è anche, molto concretamente, un fattore che determina chi resta e chi parte nei prossimi anni in America Latina. Su questo punto la responsabilità delle destre e quella dei progressisti finiscono per assomigliarsi più di quanto la propaganda di entrambi gli schieramenti sia disposta ad ammettere.

Rimesse, cura della famiglia e la dimensione transnazionale che manca al dibattito

C’è un ultimo elemento che, nel mio lavoro sulle migrazioni verso l’Italia e l’Europa, ritorna costantemente e che vorrei portare anche in questa discussione: la dimensione transnazionale delle famiglie migranti e il ruolo delle rimesse come stabilizzatore economico e sociale. Milioni di famiglie latinoamericane dipendono dalle rimesse inviate da chi è partito verso gli Stati Uniti o, in misura minore ma crescente, verso l’Europa[4]. Questo flusso di denaro rappresenta, in molti paesi della regione, una quota del PIL superiore agli investimenti esteri diretti. È una forma di welfare privato e informale che supplisce ai vuoti lasciati sia dai governi progressisti sia da quelli di destra e che rende la questione migratoria strutturalmente legata alla sopravvivenza economica di interi paesi, non un fenomeno marginale da gestire con misure emergenziali o punitive.

Proprio per questo, ogni restrizione imposta da Washington ai flussi migratori (deportazioni di massa, chiusura di canali regolari, minacce tariffarie legate alla cooperazione sui rimpatri) ha ricadute dirette sulla tenuta sociale dei paesi latinoamericani, alimentando quella stessa instabilità che la dottrina “Donroe” dice di voler contenere[5]. È un cortocircuito che nel Mediterraneo conosciamo altrettanto bene: le politiche di esternalizzazione delle frontiere europee, pensate per “stabilizzare” i paesi di partenza e di transito, finiscono spesso per indebolire ulteriormente le economie locali, alimentando nel medio periodo nuove partenze. Dietro ai grandi corridoi migratori si muovono anche legami affettivi, responsabilità di cura verso figli e genitori rimasti a casa, progetti familiari che nessuna dottrina di sicurezza riesce a cancellare, anche quando prova a criminalizzarli.

Una domanda in più per il Forum

Alle quattro questioni proposte da Robertini vorrei quindi affiancarne una quinta, che mi sembra necessaria per completare il quadro. In che modo il governo delle migrazioni (la loro criminalizzazione retorica, la loro strumentalizzazione diplomatica, la loro dimensione economica attraverso le rimesse) sta diventando uno strumento centrale della nuova politica di potenza in America Latina? E, di conseguenza, quanto la tenuta della dottrina “Donroe” dipenderà dalla capacità di Washington e dei suoi alleati regionali di gestire, o piuttosto di reprimere, flussi migratori che le stesse politiche di potenza rischiano di alimentare?

Non credo esista, al momento, una risposta definitiva. Ma l’esperienza europea, con venticinque anni di politiche di esternalizzazione che non hanno ridotto le partenze bensì ne hanno solo aumentato il costo umano, suggerisce una lezione che vale la pena portare nel dibattito latinoamericano: la sicurezza costruita sulla chiusura delle frontiere è quasi sempre una sicurezza illusoria, che sposta nel tempo e nello spazio i problemi che promette di risolvere. Se la nuova destra latinoamericana e la dottrina “Donroe” seguiranno lo stesso copione, l’America Latina non uscirà dalla sua svolta autoritaria con meno migranti, ma con migranti più esposti, più invisibili, più vulnerabili al ricatto di chi, a Washington come nelle capitali regionali, ha imparato a usare la loro mobilità come merce di scambio.

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[1] Diego Battistessa, “L’esternalizzazione frontaliera multilivello: gli Stati Uniti e la nuova governance della mobilità nelle Americhe”, in Dossier Statistico Immigrazione 2026 (Roma: IDOS, 2026), 67-70.

[2] Pía Riggirozzi and Cintia Quiliconi, “Latin American Migration Governance: The Politics of Ambiguity and Adhocracy”, International Affairs 102, no. 1 (2026): 165-186, https://doi.org/10.1093/ia/iiaf233.

[3] Mark Hawkins, “Neo-Extractivism, (De)growth and Resurgent Pink Tide Governments in Latin America”, Geography Compass 18, no. 6 (2024), https://doi.org/10.1111/gec3.12761; Sebastián Preller Bórquez, Colleen Boland and Cristina Blasi Casagran, “Balancing Green Ambitions and Human Rights: Forced Displacement Risk in the Context of EU Sustainability Policies”, Frontiers in Political Science 7 (2025), https://doi.org/10.3389/fpos.2025.1557429.

[4] Jeremy Harris, René Maldonado and Pablo Cortés Sánchez, Remittances to Latin America and the Caribbean in 2025: Adaptations in a Context of Uncertainty (Inter-American Development Bank, November 2025), https://doi.org/10.18235/0013817.

[5] Christian Ambrosius and David A. Leblang, “A Deportation Boomerang? Evidence from U.S. Removals to Latin America and the Caribbean”, Demography 62, no. 2 (2025): 419-439, https://doi.org/10.1215/00703370-11863789; Pía Riggirozzi and Natalia Cintra, “How Immigration Crackdowns and Aid Cuts Are Reshaping Migration Across Central America”, Migration Information Source, Migration Policy Institute, May 20, 2026.