Colombia, la svolta a destra passa anche da Dio
Nel panorama latinoamericano, le destre stanno acquisendo un protagonismo crescente, conquistando il potere in diversi paesi che, solo qualche decennio fa o nel passato più recente, erano stati governati da forze progressiste nell’ambito della cosiddetta “marea rosa”. Sebbene il caso colombiano rientri nella seconda ondata di questa tendenza ovvero quella dal 2018 in poi, è difficile formulare generalizzazioni, data l’eterogeneità dei contesti latinoamericani: pur condividendo alcuni elementi e processi, la svolta a destra assume caratteristiche specifiche in ciascun paese.
Nel caso colombiano, l’esperienza progressista di Gustavo Petro (2022-2026) ha rappresentato un’anomalia nella storia politica nazionale, configurandosi come la prima esperienza di governo esplicitamente di sinistra dall’indipendenza a oggi. La sua affermazione è riconducibile a processi storici complessi: il conflitto armato, i percorsi di pace e la loro attuazione, nonché l’ampliamento del pluralismo politico avviato con la Costituzione del 1991. A questi si aggiunge la progressiva apertura degli spazi di partecipazione a settori sociali storicamente esclusi dalle élite tradizionali e spesso perseguitati attraverso la loro rappresentazione come “nemico interno”. Una dinamica che, nel quadro latinoamericano della lotta al comunismo, ha legittimato la repressione di numerosi attori sociali e l’instaurazione in alcuni paesi di regimi dittatoriali.
L’ascesa di un governo di sinistra ha alimentato le aspettative di una stagione progressista, orientata al rafforzamento dello Stato sociale, alla riduzione delle disuguaglianze e al consolidamento del pluralismo religioso attraverso una maggiore laicità dello Stato e autonomia rispetto alla Chiesa. La Chiesa infatti, ha rappresentato un attore eterogeneo incidendo nella politica: se i suoi settori di orientamento più conservatore hanno spesso contribuito alla riproduzione dello status quo, altri settori si sono orientati e impegnati nella giustizia e pastorale sociale, nel sostegno alle popolazioni più vulnerabili e nella costruzione della pace[1]. Quest’ultima è divenuta uno dei principali terreni di polarizzazione tra destra e sinistra, contrapponendo la ricerca di soluzioni negoziate all’approccio securitario e militare privilegiato dalla destra.
Nell’analizzare la svolta a destra, è utile soffermarsi su uno dei fattori che vi hanno contribuito strettamente connesso a quanto appena esposto: l’interrelazione tra Stato e religione. La campagna elettorale per le elezioni presidenziali del 2026, ha infatti evidenziato come il riferimento a “Dio” sia entrato al centro del discorso politico, assumendo un ruolo significativo nella costruzione del consenso e nell’esito elettorale. L’obiettivo è dunque esaminare come il richiamo religioso abbia contribuito a consolidare il consenso attorno alla destra in un paese profondamente diviso.
Contesto elettorale e difficoltà del governo Petro
Il voto del giugno 2026 ha visto la vittoria di Abelardo De la Espriella su Iván Cepeda, candidato del Pacto Histórico, con una forte polarizzazione. Secondo la Registraduría Nacional, il margine tra i due, pari al 3% al primo turno, si è ridotto al ballottaggio a 250.830 voti, circa l’1% dei voti espressi (12.959.542 contro 12.708.712). L’affluenza ha raggiunto il 62% degli aventi diritto, la più alta della storia del paese. In un contesto di netta divisione, il risultato ha segnato anche un primato per la sinistra colombiana la più alta votazione mai raggiunta prima. Tra i due turni, la mobilitazione della base popolare del Pacto Histórico ha contribuito alla rimonta di Cepeda, anche di fronte al timore di una presidenza di ultradestra. Intendiamo per ultradestra una combinazione di autoritarismo in materia di sicurezza, moralismo religioso e rappresentazione dell’avversario come nemico morale.
Sebbene non vi sia consenso sull’entità del voto dei cattolici e anche degli evangelici, Nicolás Rojas Holguín sostiene che esso sia stato determinante per l’elezione di De la Espriella. Il peso di questa componente va tuttavia collocato in un contesto politico più ampio, segnato dalle difficoltà del governo Petro nell’attuazione del proprio programma, nonostante il sostegno di ampi settori popolari. La maggioranza oppositrice in Congresso ha infatti contribuito a bloccare diverse riforme, tra cui quella sanitaria, osteggiata da settori della destra e del centro neoliberista, la riforma politica, la legge statutaria sull’istruzione e la proposta contro il fracking[2]. A tali ostacoli si sono aggiunti i limiti dell’azione del governo: l’instabilità, la scarsa propensione alla negoziazione e il mancato coinvolgimento di settori moderati e centristi hanno alimentato la polarizzazione, restringendo gli spazi per la costruzione di alleanze e favorendo l’isolamento dell’esecutivo.
Nell’attuale centralità delle posizioni della destra radicale nel dibattito politico latinoamericano e nel progressivo spostamento verso orientamenti più estremisti nel caso colombiano, non si può trascurare il ruolo dei media tradizionali, che in diversi momenti hanno assunto una posizione di opposizione nei confronti del governo. Un’analisi di Razón Pública ha evidenziato come una parte del stampa colombiana abbia contribuito a costruire una narrazione dell’inadeguatezza del presidente Gustavo Petro, mettendone ripetutamente in discussione la salute mentale, l’autocontrollo e la coerenza tra dichiarazioni e azioni. Lo studio mostra come alcuni giornalisti sembrano aver assunto una funzione disciplinare, concentrandosi minuziosamente su ogni dettaglio suscettibile di mettere in difficoltà il presidente e rivolgendosi talvolta al capo dello Stato come a un subordinato. La copertura mediatica dei quattro anni, oltre alla sua legittima funzione critica dell’esercizio del potere, secondo lo studio, si è concentrata in modo sistematico sugli errori e sugli aspetti controversi del presidente e della sua amministrazione di sinistra. La selezione e la presentazione delle notizie hanno contribuito, secondo questa lettura, a costruire una rappresentazione del governo associata all’inaffidabilità, all’instabilità, alla corruzione e all’insicurezza, riconducendo talvolta questioni politiche e istituzionali a controversie personali.
La dinamica si è estesa ai social network, dove Petro ha utilizzato soprattutto X per comunicare direttamente le proprie decisioni e contrastare le narrazioni dei media tradizionali, cercando di ridurre lo scetticismo verso le sue riforme[3]. Questa strategia ha ampliato la comunicazione diretta con il pubblico, ma ha anche alimentato il conflitto tra schieramenti contrapposti e la crescente divisione delle posizioni. In questo contesto, le narrazioni di alcuni mezzi di informazione hanno contribuito a consolidare un clima di sfiducia in cui il linguaggio religioso ha potuto trovare terreno.
Bisogna inoltre considerare anche i vincoli strutturali entro cui si è confrontato il progetto di Petro. Come osserva Hernando Gómez Buendía[4], esso si è scontrato con un ordine conservatore profondamente radicato che ostacola le trasformazioni strutturali del paese. Tale ordine si esprime nel controllo esercitato dalle élite, nella frammentazione sociale e territoriale, nella debolezza dei movimenti sociali e sindacali, nella continuità delle politiche macroeconomiche concordate con le associazioni di categoria, nonché nella persistenza del clientelismo e del corporativismo. A questo si aggiunge l’eredità confessionale dello Stato sancito dalla costituzione del 1886 e durato fino alla attuale costituzione del 1991, e la diffusione delle chiese evangeliche.
Religione e politica
La polarizzazione nella campagna elettorale si è evidenziata nei progetti politici dei due candidati e nel diverso uso dei riferimenti religiosi. Cepeda ha proposto la continuità e l’approfondimento del progetto progressista, attraverso la lotta alla corruzione e una trasformazione economica, sociale e politica, ottenendo nella sua campagna, il sostegno anche di alcuni settori della Chiesa cattolica. Nel tentativo di aggregare elettori appartenenti a fedi e confessioni diverse, ha inoltre promesso di garantire la libertà di culto.
De la Espriella ha invece definito il proprio progetto di paese la Patria Milagro (Patria Miracolo), facendo ricorso diretto a simboli e linguaggi religiosi per mobilitare settori legati al cattolicesimo conservatore e alle correnti evangeliche e pentecostali. L’intenzione dichiarata di “affidare la nazione a Dio in ogni decisione” evidenzia come il riferimento religioso sia stato utilizzato quale strumento di legittimazione politica e mobilitazione del consenso. Tra i cinque assi del programma figuravano famiglia, fede, proprietà, lavoro e sicurezza. La centralità attribuita ai primi due temi richiama la rilevanza della religione nella definizione dell’orizzonte politico del candidato e solleva interrogativi sui confini tra sfera religiosa e istituzioni statali, nonché sul principio di separazione tra Chiesa e Stato.
Per comprendere le condizioni storiche di questa convergenza tra religione e politica, occorre tuttavia risalire alle trasformazioni del campo religioso colombiano. La Costituzione del 1991, riconoscendo la libertà religiosa, ha segnato il superamento del carattere confessionale dello Stato e aperto nuovi spazi alla presenza pubblica di confessioni diverse dal cattolicesimo. Tra queste, le chiese evangeliche e pentecostali, già presenti nel paese ma a lungo marginali rispetto all’egemonia cattolica, hanno progressivamente acquisito maggiore rilevanza sociale.
La loro diffusione è riconducibile in parte all’indebolimento del cattolicesimo tradizionale e al loro radicamento di nelle regioni periferiche e tra gruppi sociali meno raggiunti dalla Chiesa cattolica. Esso si fonda sulla capacità di costruire reti di sostegno e prossimità, offrire un forte senso di appartenenza e favorire forme di partecipazione alle attività religiose comunitarie e una leadership di tipo orizzontale. A ciò si aggiunge un approccio al sacro basato sull’esperienza diretta, attraverso la guarigione divina, i miracoli e i doni dello Spirito Santo, elementi che trovano grande riscontro nella religiosità popolare latinoamericana. Parallelamente, queste chiese promuovono un’etica rigorosa, che condanna i vizi e propone percorsi di trasformazione individuale. Tale impostazione ha attratto persone interessate a modificare il proprio stile di vita e si è spesso associata a orientamenti sociali e morali conservatori.
La loro crescente presenza sociale si è tradotta anche in una maggiore partecipazione politica. Nel 2000 è nato il partito Movimiento Independiente de Renovación Absoluta (MIRA), di matrice neopentecostale, promosso e guidato da un’organizzazione religiosa[5], con l’obiettivo di tradurre i propri valori religiosi in comportamenti e pratiche politiche. Accanto a MIRA, nel 2017 è stato fondato Colombia Justa Libres, partito che non appartiene a una sola denominazione religiosa ma riunisce una grande varietà di chiese evangeliche e protestanti. È molto influenzato dall’approccio neopentecostale e con il suo orientamento di destra ha aderito al programma di De la Espriella. Queste forze si collocano su posizioni conservatrici in materia di diritti civili: MIRA, pur essendosi distanziato dal presidente De la Espriella, ha raccolto per la destra, consensi su posizioni moraliste, tra cui l’opposizione alla depenalizzazione dell’aborto, e mantiene un orientamento conservatore rispetto a determinati diritti della popolazione LGBTIQ+.
Un momento significativo della mobilitazione politica evangelica è stato il plebiscito del 2016 sugli Accordi di pace. Le chiese cristiane evangeliche, in convergenza con i settori della destra contrari ai negoziati e agli accordi, hanno invitato gli elettori a respingere il testo, sostenendo che i riferimenti alla diversità, all’orientamento sessuale e all’identità di genere minacciavano la famiglia tradizionale, mettevano in discussione i ruoli sociali consolidati e introducevano nell’istruzione e nelle politiche pubbliche una visione giudicata ideologica e dannosa per la società. Queste posizioni si sono articolate attorno alla nozione di “ideologia di genere” unendo cattolici conservatori ed evangelici, specialmente pentecostali[6].
Questa convergenza tra appartenenza religiosa, conservatorismo morale e mobilitazione politica è riemersa nella campagna di De la Espriella attraverso la Gerencia Nacional de la Fe, guidata dal pastore e consigliere comunale di Bogotá Marco Acosta. La struttura ha coordinato reti di leader evangelici, pentecostali e neopentecostali, coinvolgendo esponenti delle chiese Ríos de Vida, Tabernáculo de la Fe e Manantial de Vida Eterna, oltre a pastori legati alla Misión Carismática Internacional (MCI), una delle principali megachiese evangeliche colombiane.
La campagna ha promosso una battaglia culturale incentrata sul motto “Dio, famiglia e patria” e sulla costruzione del nemico morale, individuato nelle agende progressiste, in particolare sui temi dell’aborto, dell’adozione da parte di coppie dello stesso sesso e della già menzionata “ideologia di genere”. Attraverso slogan come Firmes por la patria e ¡Viva Cristo Rey!, De la Espriella ha presentato la propria leadership come investita di una missione divina, evocando “una alleanza tra Dio e il popolo”. In questa cornice, la pastora Sara Castellanos ha presentato il candidato davanti a migliaia di fedeli della MCI, definendolo la “persona che Dio aveva inalzato per questi tempi”.
Secondo l’analisi di Nicolás Rojas Holguín, la strategia elettorale ha consentito di aggregare chiese, leader religiosi e comunità attorno a temi quali la difesa della vita, la famiglia e la libertà religiosa, dando rappresentanza politica a valori e convinzioni condivisi da una parte dell’elettorato. Il coordinamento territoriale ha inoltre permesso di attivare reti di partecipazione e mobilitazione in diverse regioni del paese. La costruzione di questa comunità politica ha ampliato il terreno della competizione elettorale oltre le questioni economiche, la sicurezza e la gestione della pubblica amministrazione.
Riflessione finale
La costruzione del consenso a destra in Colombia è un processo complesso che precede l’ascesa di De la Espriella, ma che con la sua affermazione trova una nuova sintesi in una proposta di ultradestra capace di aggregare settori eterogenei: dagli oppositori del petrismo alle diverse correnti della destra, fino a una parte dell’elettorato religioso. In questo processo la religione non è stata un semplice sfondo, ma una vera grammatica politica, che ha operato attraverso tre meccanismi: le reti territoriali di pastori e comunità, il lessico del nemico morale e la legittimazione sacra del leader. Questa convergenza può essere letta anche alla luce di bisogni di appartenenza, sicurezza e dignità ai quali il discorso moralista sembra offrire risposte. Il caso colombiano solleva interrogativi sul rapporto tra mobilitazione religiosa e progetto politico, sulle implicazioni per i diritti delle minoranze e sul pluralismo democratico, e coinvolge non soltanto le chiese evangeliche, pentecostali e neopentecostali, ma anche la Chiesa cattolica, storicamente protagonista della vita politica e sociale del paese.
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[1] Cfr. Fernán González González e Laura Camila Ramírez Bonilla, Desafíos y tensiones de la Iglesia colombiana frente a la guerra y a la paz: del patronato a la “paz total”, in Diego Meza e Alessandra Ciurlo (Eds.), Trayectorias cruzadas. Catolicismos y política en la América Latina contemporánea, Bogotá, Editorial Pontificia Universidad Javeriana, 2025, pp. 405-446.
[2] Si tratta di una tecnica di estrazione di idrocarburi da rocce profonde e impermeabili con conseguenze negative per l’ambiente: rischio dell’inquinamento delle falde acquifere sotterrane, consumo idrico massiccio e rischio di dispersione di metano.
[3] Barrios Rubio, Andrés. (2024). Gobierno desde X: análisis del caso Gustavo Petro en Colombia. index.comunicación. 14, pp.255-279.
[4] Cfr. Hernando Gómez Buendía, Colombia después de Petro. Lecciones del “Gobierno del cambio”, Bogotá, Editorial Planeta, pp. 100 e ss.
[5] Si trata della Iglesia de Dios Ministerial de Jesucristo Internacional (IDMJI).
[6] William M. Beltrán Cely e Sian Creely (2022). Pentecostales, ideología de género y plebiscito por la paz. Colombia 2016. Revista colombiana de sociología, ISSN 0120-159X, ISSN-e 2256-5485, Vol. 45, Nº. 1, 2022 pp. 481-511