La dollarizzazione diventa digitale: stablecoin, sovranità monetaria e nuove dipendenze in America Latina

Luigi Capoani e Silvia Fusar Bassini
Luigi Capoani è economista, ricercatore e docente di Economia Internazionale presso l'Università Ca' Foscari Venezia. Silvia Fusar Bassini è analista dello European Youth Think Tank (EYTT).

Oltre agli aspetti più visibili della cosiddetta dottrina “Donroe” come l’intervento in Venezuela e le pressioni su Cuba e Panama, esiste un canale attraverso cui gli Stati Uniti riescono a rafforzare la propria centralità nel continente senza ricorrere a interventi militari o pressioni diplomatiche: la crescente adozione, da parte di milioni di cittadini e imprese latinoamericane, di stablecoin (criptovalute progettate per mantenere un valore stabile rispetto a una valuta tradizionale) denominate in dollari. Per decenni la dollarizzazione, cioè l’uso del dollaro al posto della moneta nazionale o affiancato ad essa, in America Latina ha assunto forme facilmente riconoscibili: banconote statunitensi conservate come riserva di valore, depositi in dollari, prezzi indicizzati alla valuta americana e, nei casi più estremi, la sostituzione della moneta nazionale. Le stablecoin stanno però introducendo una forma nuova, più immediata e meno visibile dello stesso fenomeno: oggi non serve più possedere fisicamente dollari né aprire un conto bancario in dollari, ma basta uno smartphone per acquistare e trasferire strumenti digitali il cui valore è ancorato alla valuta statunitense.

È importante, innanzitutto, distinguere Bitcoin dalle principali stablecoin. Bitcoin nasce come attività digitale decentralizzata, senza legami formali ad alcuna valuta nazionale, mentre le stablecoin come USDT di Tether o USDC seguono una logica differente: utilizzano le infrastrutture tecnologiche delle criptovalute per riprodurre digitalmente il valore del dollaro. Il meccanismo è semplice: per ogni token emesso, la società che lo gestisce (ovvero l’emittente) si impegna a tenere in riserva un importo equivalente in dollari, in contanti o in titoli a breve scadenza, ed è questa copertura a sostenere la parità con la valuta americana. Dietro la diffusione di nuove monete digitali potrebbe quindi celarsi un fenomeno molto più convenzionale: un'ulteriore estensione dell'area di influenza monetaria del dollaro.

Il paradosso della dollarizzazione digitale

L'America Latina costituisce un laboratorio particolarmente interessante per osservare questa trasformazione, dato che inflazione, svalutazioni, instabilità macroeconomica e, in alcuni casi, limitazioni all'accesso alla valuta straniera hanno storicamente alimentato una forte domanda di dollari. Le stablecoin riducono ulteriormente gli ostacoli alla sostituzione monetaria, rendendo digitale ed immediato ciò che un tempo richiedeva l’acquisto di banconote o il ricorso a mercati paralleli.

Il caso argentino è emblematico: secondo il Geography of Cryptocurrency Report 2026 di Chainalysis, nei dodici mesi terminati a giugno 2026 il paese ha movimentato circa 88,5 miliardi di dollari in criptoattività, con l’adozione pro capite più alta dell’intera regione. In un'economia segnata da elevata inflazione e svalutazioni ricorrenti, convertire i risparmi in stablecoin agganciate al dollaro è una scelta individualmente razionale, che consente di preservare potere d’acquisto senza detenere dollari fisici.

Nonostante in molti paesi latinoamericani sia già possibile aprire conti in dollari presso le banche locali, le stablecoin comportano un vantaggio che queste non possiedono e che riguarda le condizioni di accesso e di sicurezza. Un conto in dollari resta infatti un credito verso una banca locale, esposta alle regole e alle crisi del paese in cui opera, mentre chi detiene stablecoin in un portafoglio digitale personale possiede un dollaro che non passa da una banca locale, che si può trasferire in pochi minuti e che richiede solo il possesso di uno smartphone: un’opzione accessibile anche a chi non ha un conto bancario o non raggiunge i saldi minimi richiesti dalle banche. Il vantaggio è però relativo: le stablecoin non sono coperte da assicurazioni sui depositi, dipendono dalla solidità dell’emittente e, per essere convertite in valuta locale, richiedono comunque piattaforme di scambio, che possono a loro volta essere soggette a limiti normativi.  

Un fenomeno analogo a quello argentino, ma legato ai pagamenti transfrontalieri più che al risparmio, si osserva in Messico, dove, secondo la stessa fonte, le stablecoin rappresentano ormai l’81% dell’intera attività crypto nazionale, per un controvalore di circa 1,8 miliardi di dollari al mese. Ma ciò che è razionale a livello individuale non è neutrale a livello collettivo: se milioni di cittadini e imprese compiono contemporaneamente la stessa scelta, una parte crescente delle funzioni della moneta nazionale migra verso una valuta straniera, indebolendo la domanda di moneta domestica e restringendo lo spazio entro cui la banca centrale è in grado di esercitare efficacemente la propria politica monetaria. Si crea così una dinamica circolare: la sfiducia nella valuta nazionale incentiva la dollarizzazione e la dollarizzazione rende più difficile ristabilire una piena sovranità monetaria.

La moneta non è un bene qualsiasi

La moneta non è una merce che i consumatori scelgono liberamente tra alternative equivalenti. Oltre a essere mezzo di scambio, unità di conto e riserva di valore, possiede anche una funzione istituzionale e politica: attraverso il controllo della moneta, una banca centrale influenza il costo del credito, la liquidità, l'inflazione e, indirettamente, investimenti, produzione e occupazione.

Controllare l’emissione di una moneta significa quindi disporre anche di uno strumento di politica economica – lo dimostra la stessa storia statunitense, prendendo ad esempio il Coinage Act del 1792, che istituì il dollaro come unità monetaria nazionale parallelamente alla costruzione della sovranità politica del nuovo Stato. Per questo la sostituzione monetaria non può essere valutata esclusivamente attraverso la convenienza immediata del singolo consumatore: quando una quota significativa dei risparmi, dei contratti e delle transazioni viene trasferita verso una valuta estera, si riduce anche la capacità dello Stato di governare il proprio sistema economico.

Una nuova forma di neocolonialismo finanziario?

È qui che la dollarizzazione digitale acquista una dimensione geopolitica che apre una riflessione sulla questione della nuova natura della centralità statunitense in America Latina. Parlare di "neocolonialismo finanziario" richiede cautela: le stablecoin non vengono imposte alle popolazioni latinoamericane da una potenza straniera, sono spesso i cittadini stessi a sceglierle per proteggersi da problemi reali delle economie domestiche. Proprio questa caratteristica rende il fenomeno particolarmente interessante: la dipendenza può infatti emergere senza imposizione politica diretta, come risultato sistemico di milioni di decisioni individualmente razionali.

A differenza dell’intervento militare in Venezuela o delle pressioni su Cuba e Panama, qui non c’è né un governo che impone né un’amministrazione che minaccia: c’è un’infrastruttura tecnologica che rende conveniente, per chi vive in economie fragili, affidarsi al dollaro digitale. Il concetto di neocolonialismo finanziario non implica quindi un progetto deliberato di subordinazione, ma un’asimmetria strutturale: le economie caratterizzate da monete deboli trasferiscono progressivamente funzioni monetarie verso la valuta dominante, riducendo la propria autonomia.

Il paradosso è che una parte del movimento crypto nasceva dalla critica alle banche centrali e al sistema monetario tradizionale; la sua applicazione più diffusa – le stablecoin – rischia invece di rafforzare proprio la valuta dominante dell’ordine monetario esistente. Non è un caso che il Fondo Monetario Internazionale abbia coniato già nel 2021 il termine “cryptoization” per descrivere questa dinamica (la diffusione delle criptoattività al posto della moneta nazionale), segnalando come la diffusione di asset digitali nei mercati emergenti possa aggirare i controlli sui cambi e sui capitali e amplificare la dollarizzazione preesistente, indebolendo la capacità delle banche centrali di condurre la propria politica monetaria. Un rapporto del Fondo del dicembre 2025 è tornato sul tema, osservando che le stablecoin possono accelerare la dollarizzazione nei paesi ad alta inflazione e frammentare i sistemi di pagamento nazionali.

Il vantaggio strategico per gli Stati Uniti e il dollaro privato

La diffusione internazionale delle stablecoin in dollari produce effetti favorevoli anche per Washington, dato che gli emittenti devono detenere, a copertura dei token in circolazione, attività facilmente convertibili in contanti, e una parte rilevante delle riserve delle maggiori stablecoin è investita in titoli del Tesoro statunitense. Per dare un’idea della rilevanza politica di questo strumento, basti pensare che il 18 luglio 2025 il presidente Trump ha firmato il GENIUS Act, la prima legge federale che regolamenta le stablecoin imponendo agli emittenti una copertura integrale in contanti o titoli del Tesoro a breve termine: l'amministrazione statunitense ha così riconosciuto apertamente la dimensione strategica del settore, e in più il segretario al Tesoro Scott Bessent ha indicato tra i possibili effetti della crescita delle stablecoin il rafforzamento del ruolo internazionale del dollaro e l’aumento della domanda di titoli del Tesoro.

Il meccanismo va interpretato con cautela – non ogni dollaro convertito in stablecoin genera domanda netta di debito pubblico americano – ma rimane tuttavia un dato politico significativo: l’amministrazione statunitense vede nelle stablecoin uno strumento per proiettare ulteriormente il dollaro nell'economia digitale globale, in parallelo e non in alternativa agli strumenti più tradizionali di affermazione della propria influenza nella regione.

La dollarizzazione digitale presenta però una differenza fondamentale rispetto a quella tradizionale: una banconota da cento dollari è una passività della Federal Reserve, cioè un debito della banca centrale americana, mentre cento USDT costituiscono invece una passività emessa da una società privata che promette di mantenerne il valore attraverso le attività detenute a riserva. Tra il cittadino latinoamericano e la valuta americana compare quindi un nuovo intermediario: un soggetto privato che amministra enormi portafogli di attività finanziarie e trattiene per sé gli interessi generati da quelle riserve. Non si tratta tecnicamente del signoraggio (il guadagno che deriva dall’emissione di moneta) esercitato da una banca centrale, ma l’analogia economica è parziale e significativa: chi emette uno strumento con caratteristiche monetarie ottiene un rendimento dalle attività ricevute in cambio della sua emissione.

A questo punto è lecito chiedersi se l’utente possa sempre riconvertire le proprie stablecoin in dollari o in altra valuta e la risposta non è così semplice. In linea di principio la conversione è possibile poiché gli emittenti si impegnano a riscattare ogni token a un dollaro. In pratica, però, il riscatto diretto presso l’emittente non è aperto a tutti: Tether lo riserva ai clienti che hanno superato la verifica dell’identità, con un importo minimo di 100.000 dollari e una commissione sulla somma, accreditando l’importo riconvertito su un conto bancario verificato, mentre USDC riserva il riscatto diretto a clienti aziendali e istituzionali dotati di un apposito account. Il singolo utente quindi non si rivolge all’emittente ma vende i propri token su una piattaforma di scambio o a un altro privato, ricevendo in cambio dollari o valuta locale al prezzo di mercato.

Per chi non ha accesso diretto all’emittente, la parità con il dollaro si regge quindi sulla fiducia e su un meccanismo di mercato: se il prezzo di un token scendesse sotto un dollaro, gli operatori che possono riscattarlo direttamente avrebbero convenienza a comprarlo “scontato” e a riscattarlo a un dollaro, riportando il prezzo verso la parità. È un meccanismo che solitamente funziona, ma dipende dalla liquidità delle piattaforme e dalla credibilità dell’emittente, ed è per questo che la trasparenza sulle riserve è decisiva.  

Potere monetario, trasparenza e una doppia perdita di sovranità

Questa trasformazione pone inevitabilmente il problema della trasparenza: le banche commerciali sono anch'esse imprese private, ma la loro rilevanza sistemica ha giustificato nel tempo un'architettura complessa di responsabilità pubblica, vigilanza sulla solidità degli istituti, requisiti minimi di capitale e liquidità, obblighi di comunicazione alle autorità, revisione dei bilanci e audizioni parlamentari.

Le stablecoin sono cresciute più rapidamente di questa architettura: il caso Tether, per anni al centro di controversie sulla composizione e l'effettiva copertura delle sue riserve, è emblematico. Nel febbraio 2021 la società ha raggiunto un accordo da 18,5 milioni di dollari con la Procura generale dello Stato di New York, che la accusava di aver occultato perdite per 850 milioni di dollari e di non aver sempre disposto di riserve pienamente corrispondenti ai token in circolazione; pochi mesi dopo, nell’ottobre 2021, la Commodity Futures Trading Commission statunitense l’ha sanzionata per 41 milioni di dollari, accertando che tra il 2016 e il 2018 le riserve dichiarate non erano interamente coperte e che non era mai stata condotta una revisione contabile indipendente.

Non si tratta di sostenere che gli emittenti operino senza alcun controllo, ma di chiedersi quale livello di trasparenza e responsabilità pubblica debba essere richiesto a un'impresa privata quando lo strumento da essa emesso comincia a svolgere funzioni quasi monetarie su scala internazionale. Un audit finanziario verifica i conti di una società, ma non equivale alla vigilanza sulla solidità degli istituti e allo scrutinio pubblico costruiti attorno alle istituzioni monetarie.

Per le economie latinoamericane più fragili la posta in gioco è ancora più alta perché alla dollarizzazione tradizionale – che trasferisce funzioni dalla valuta nazionale al dollaro – si aggiunge un ulteriore livello: l'accesso digitale al dollaro è intermediato da un soggetto privato. Si può parlare, potenzialmente, di una doppia cessione di sovranità: dalla moneta nazionale verso il dollaro, e da un’infrastruttura monetaria pubblica verso società private. Il cittadino latinoamericano protegge i propri risparmi dalla svalutazione, l'emittente della stablecoin ottiene un rendimento sulle attività detenute a riserva, gli Stati Uniti beneficiano dell'estensione internazionale del dollaro; il costo sistemico ricade invece sull'economia d'origine, qualora la diffusione della valuta straniera riduca progressivamente l'efficacia della politica monetaria nazionale.

Proteggere il cittadino senza rinunciare alla sovranità monetaria

La soluzione non può essere quella di chiedere ai cittadini di mantenere i propri risparmi nella valuta nazionale in nome di un principio astratto di sovranità monetaria, scaricando su di loro il costo degli errori e delle difficoltà delle istituzioni economiche. Il successo delle stablecoin nelle economie instabili è prima di tutto un segnale: una parte della popolazione non ritiene la moneta nazionale capace di conservare valore nel tempo.

La risposta non può quindi essere soltanto normativa o tecnologica, ma innanzitutto macroeconomica e istituzionale: stabilità dei prezzi, credibilità della banca centrale, disciplina fiscale e sistemi di pagamento efficienti restano gli strumenti con cui uno Stato difende la propria sovranità monetaria. Allo stesso tempo, la crescita delle stablecoin richiede una riflessione internazionale sulla regolamentazione dei loro emittenti: trasparenza delle riserve, qualità delle attività detenute, diritto di riconvertire i token in dollari per ogni utente e responsabilità verso gli utilizzatori non possono essere considerate questioni puramente aziendali quando in gioco c’è una funzione monetaria transnazionale.

Un'America Latina più libera dal sistema bancario, ma più dipendente dal dollaro?

La dollarizzazione digitale contiene una contraddizione: da un lato riduce le barriere all'accesso al dollaro e  rende più economici e rapidi pagamenti e trasferimenti internazionali per i cittadini delle economie più fragili; dall'altro, proprio questa maggiore libertà individuale può accelerare un processo di sostituzione monetaria che riduce la capacità delle economie più deboli di governare la propria moneta – e questo oggi può avvenire attraverso uno smartphone e senza bisogno di banche straniere o imposizioni politiche.

Che la svolta impressa da Trump ai rapporti interamericani sia una parentesi o un tratto destinato a durare resta una domanda aperta. La dollarizzazione digitale suggerisce però che, indipendentemente da chi occuperà la Casa Bianca nei prossimi anni e dal colore politico dei governi latinoamericani, un primato statunitense continuerà probabilmente a consolidarsi: quello monetario e finanziario. Come la dipendenza dalle materie prime ha storicamente limitato il margine di manovra delle economie della regione, la dipendenza dal dollaro digitale rischia di aggiungere un vincolo strutturale ulteriore, forse ancora più difficile da rimuovere perché non imposto dall’alto, ma scelto quotidianamente da milioni di cittadini. Dietro un mondo apparentemente caratterizzato dalla proliferazione di migliaia di nuovi token potrebbe quindi emergere un esito inatteso: una centralità del dollaro, e degli Stati Uniti nella regione, non minore ma maggiore.    

Riferimenti e approfondimenti

Chainalysis, The 2026 Geography of Crypto Report. Latin America: Brazil Leads World in Adoption as Region’s Crypto Economy Grows, 23 settembre 2026

Fondo Monetario Internazionale, Global Financial Stability Report, 12 ottobre 2021

Fondo Monetario Internazionale, Understanding Stablecoins, 4 dicembre 2025

GENIUS Act (S.1582, Public Law No: 119-27), 18 luglio 2025

Tether International, Relevant Information Document, 20 febbraio 2026

Circle, USCD Terms

Procura generale dello Stato di New York, Attorney General James Ends Virtual Currency Trading Platform Bitfinex’s Illegal Activities in New York, 23 febbraio 2021

Commodity Futures Trading Commission, Press Release Number 8450-21, 15 ottobre 2021