Autonomia e pluralismo della società civile come antidoto ai populismi illiberali in America latina

Giuseppe Antonio Maria Iuliano
Docente a contratto al Corso di Laurea in Scienze Politiche e Studi internazionali della LUMSA University di Roma

 Il protagonismo della società civile organizzata in America latina

La società civile organizzata è un attore indispensabile della democrazia: il suo ruolo è rafforzato dall’evoluzione del diritto internazionale, che nel tempo ha superato una visione incentrata esclusivamente sugli Stati, riconoscendo una crescente importanza anche agli individui, ai gruppi e, in forme diverse, agli attori non statali (1).

Nel contesto culturale dopo la seconda guerra mondiale si è generato un generale protagonismo delle organizzazioni della società civile, che ha avuto un ruolo incisivo in America Latina, dalla resistenza alle dittature militari alla transizione democratica, trasformando interessi dispersi in domande pubbliche, producendo conoscenza, elaborando proposte, negoziando compromessi e, quando necessario e possibile, esercitando il confronto.

Nel dibattito latinoamericano sulla democratizzazione il paradigma della società civile ha confermato l’importanza della partecipazione sociale per il funzionamento e la legittimazione delle istituzioni (2). I movimenti sindacali sono stati forse l’esempio più forte, anche se il loro ruolo è stato spesso oscurato dai conflitti politici polarizzati. Gli scioperi generali della CGT in Argentina contro le politiche economiche della dittatura, la contestazione del controllo autoritario delle relazioni industriali in Brasile e la nascita della CUT di Lula, le reti sindacali clandestine in Uruguay, la violenza antisindacale nella Colombia segnata da esclusione politica e conflitto armato, il Cile con le organizzazioni dei lavoratori protagoniste nella ricostruzione dell’opposizione politica a Pinochet, e molti altri esempi, evidenziano una storia che meriterebbe forse maggiore approfondimento. Così come il ruolo delle organizzazioni sindacali negli anni del consolidamento democratico, quando è stata estesa l’agenda dei diritti economici, sociali e culturali (3). Nel periodo successivo alle transizioni, ad esempio, i sindacati argentini e brasiliani hanno continuato il loro intervento nella definizione delle politiche sociali, negoziando con governi democratici e opponendosi ad alcune riforme del mercato del lavoro; in Cile, con una transizione condizionata dalle leggi sul lavoro ereditate dalla dittatura, le organizzazioni dei lavoratori sono entrate in forte sofferenza per provare a democratizzare anche le relazioni industriali; in Perù i sindacati hanno dovuto misurarsi con difficoltà crescenti per le politiche di liberalizzazione, le crisi economiche e l’indebolimento delle tutele del lavoro.  Gli esempi potrebbero continuare.

I risultati di questo impegno sofferto non sempre sono stati riconosciuti, con qualche eccezione, come nel caso di uno studio interessante di un Istituto dell’AFL-CIO che ha mostrato come le performances del primo mandato del Presidente Lula (oltre 40 milioni di brasiliani fuori dalla soglia di povertà) furono certamente frutto dei programmi Fame Zero e Bolsa Familia, capaci di distribuire reddito e stimolare circuiti virtuosi nei processi produttivi, ma soprattutto furono dovute al fattore sorprendente dell’incremento, nello stesso periodo, del 90% della contrattazione collettiva, che grazie alle negoziazioni delle Organizzazioni dei lavoratori funzionò come lievito per una diffusione del benessere, sostenendo la crescita di un ceto medio operaio ed impiegatizio.

 Un recente rapporto dell’OIL sul dialogo sociale in America Latina e nei Caraibi conferma oggi il buon lavoro di consigli economici e sociali, consigli del lavoro, organismi tripartiti, evidenziando il contributo decisivo alla democrazia partecipativa, alla salute e sicurezza sul lavoro, alla formazione e alla gestione delle crisi (4). Non soltanto il mondo del lavoro merita di essere tenuto in considerazione: tante altre organizzazioni della società civile latinoamericane hanno contribuito negli ultimi decenni a portare nello spazio pubblico questioni decisive come l’uguaglianza di genere, i diritti dei popoli indigeni, i diritti delle persone con disabilità, i diritti dei migranti, la protezione dell’ambiente, la difesa dei consumatori, la lotta contro le discriminazioni, la tutela delle generazioni future.  Non possono non essere citate le Madres de Plaza de Mayo, la Vicaria de la Solidaridad in Cile, le comunità ecclesiali di base in Brasile, le organizzazioni indigene in Guatemala, le reti associative in El Salvador. In definitiva Chiese e movimenti sociali hanno operato non solo come strumenti di opposizione ma anche come produttori di solidarietà, coscienza pubblica, legittimità democratica e sensibilizzazione sui temi della sostenibilità: l’Accordo di Escazú del 2018 é uno degli esempi più significativi, primo trattato ambientale regionale dell’America Latina e dei Caraibi (5).

L’esperienza del Comitato Economico e Sociale Europeo e le relazioni tra Unione Europea e America latina

L’Unione europea presenta il caso più avanzato di istituzionalizzazione del ruolo della società civile organizzata. Il Comitato economico e sociale europeo, nato con il Trattato di Roma del 1957, ha come ragione originaria portare all’interno del processo decisionale europeo il punto di vista degli interessi economici e sociali organizzati (6). Il significato storico dell’esperienza del CESE va oltre la sua funzione consultiva. L’idea sottostante è che il processo legislativo non debba essere monopolio degli organi politici eletti o degli apparati amministrativi, la conoscenza della realtà sociale deve entrare istituzionalmente nella formazione delle politiche. Pertanto il CESE, composto da rappresentanti dei datori di lavoro, dei lavoratori e di altre componenti della società civile, comprese quelle civiche, professionali e culturali, ha la possibilità di elaborare Pareri su richiesta delle Istituzioni ma anche Pareri di iniziativa propria. L’art. 13 del Trattato di Lisbona riconosce esplicitamente al Comitato un ruolo di assistenza alle Istituzioni e di cooperazione nel processo legislativo. Un ruolo che ha segnato la storia dell’integrazione: mercato unico, politiche sociali, occupazione, diritti dei consumatori, sviluppo sostenibile, ambiente, trasformazione industriale, economia digitale, transizione energetica, diritti fondamentali e futuro dell’Europa.

 La costruzione del partenariato politico e istituzionale tra Unione europea e America Latina e Caraibi si sviluppa dagli anni ‘90, con il processo inaugurato dal Vertice di Rio del 1999. In questo contesto il CESE ha svolto una funzione originale: trasformare il rapporto tra Istituzioni europee e latinoamericane in una relazione anche tra società civili organizzate, grazie a gruppi consultivi e comitati congiunti. Il caso Mercosur è significativo: il CESE ha sostenuto per anni che un eventuale accordo Unione Europea-Mercosur non potesse essere concepito come un semplice accordo commerciale, ma dovesse incorporare una dimensione sociale, lavorativa e ambientale e prevedere il coinvolgimento strutturato delle organizzazioni della società civile.

Dal 1° maggio 2026 questa logica è entrata in una nuova fase: è stato costituito un Forum della società civile, con il compito di contribuire al monitoraggio dell’attuazione dell’Accordo. Un secondo esempio è il rapporto con il Cile. Dal 2016 il CESE e i rappresentanti della società civile cilena seguono l’Accordo attraverso un Comitato consultivo congiunto: il meccanismo ha generato nuove forme di dialogo della società civile nel paese. Analoga funzione in America centrale, dove l’Accordo di associazione del 2012 prevede un Forum di dialogo sui temi del commercio e dello sviluppo sostenibile, con particolare attenzione agli standard fondamentali dell’OIL e agli accordi ambientali multilaterali. 

Va comunque precisato che i meccanismi di questo dialogo consultivo non garantiscono che le richieste della società civile vengano sempre accolte. Ma introducono qualcosa di politicamente decisivo: la possibilità di controllare, discutere e valutare l’attuazione degli Accordi anche dal punto di vista di lavoratori, imprese, consumatori, ambientalisti o portatori di altri interessi sociali. Nel caso dell’Accordo Multiparte tra Unione Europea, Colombia, Perù ed Ecuador, ad esempio, una denuncia della società civile peruviana e l’iniziativa del gruppo consultivo europeo, spinsero qualche anno fa la Commissione dell’Unione Europea a inviare una “fact finding mission” per valutare le leggi sul lavoro promulgate in Perù, che presentavano elementi in contraddizione con i principi ispiratori dell’Accordo, con conseguente crisi e dimissioni nell’Esecutivo e correzione delle norme nel senso indicato dalla società civile.  È precisamente questa la lezione europea che può assumere un valore strategico per l’America Latina: la democrazia si difende anche costruendo istituzioni “permanenti” di partecipazione.

Perché i populismi anti-pluralisti attaccano la società organizzata

Per comprendere la crisi attuale bisogna evitare una generalizzazione impropria: non tutte le destre sono nemiche della società civile, né tutte le organizzazioni sociali appartengono al mondo progressista o riformista. Esistono sindacati, associazioni religiose, organizzazioni imprenditoriali e movimenti civici di orientamento conservatore o liberale. Il problema riguarda piuttosto una specifica cultura politica, oggi presente nelle destre populiste e illiberali, che tende a considerare ogni forma autonoma di intermediazione un ostacolo alla relazione diretta tra il leader e il popolo. La logica è quella della “disintermediazione”. Il leader sostiene di parlare direttamente a nome della maggioranza, il partito diventa un veicolo personale, il Parlamento viene rappresentato come un luogo di intralcio, i sindacati come corporazioni, le ONG come élite ideologiche, i media indipendenti come nemici, le organizzazioni internazionali come interferenze esterne. La pluralità degli interessi viene reinterpretata come frammentazione e il conflitto sociale come un ostacolo all’efficienza.

 Il fenomeno è molto evidente in America Latina, dove alcune ricerche documentano la crescita di una “destra dal basso”, con associazioni civiche, gruppi religiosi e organizzazioni della società civile che sostengono “agende di destra” (7). La società civile non è di per sé dunque “progressista”. D’altra parte sarebbe un errore strategico e culturale creare una società civile artificialmente subordinata alle forze politiche progressiste: la società civile deve rimanere assolutamente autonoma. Il problema non è l’organizzazione, ma il pluralismo. Una società civile sana è pluralista, autonoma e contendibile; una società civile subordinata al leader diventa invece uno strumento di mobilitazione. La disintermediazione ha una conseguenza istituzionale profonda. Se tra individuo e Stato non devono esistere corpi intermedi autonomi, la relazione politica si riduce a due poli: da una parte il cittadino isolato, dall’altra il leader investito della delega. In questo modello la complessità sociale viene semplificata e il conflitto democratico viene personalizzato. È proprio ciò che la società civile organizzata, indipendente e pluralista, impedisce. La società organizzata introduce una parola che ogni cultura politica anti-pluralista tende a temere: “mediazione”. Mediare significa trasformare il conflitto in una forma istituzionalizzata di confronto. È precisamente ciò che rende possibile una democrazia non soltanto elettorale, ma costituzionale e partecipativa.

Un nuovo protagonismo degli attori della società civile per superare la cultura delle destre

La risposta alla crescita delle destre in America Latina esige coalizioni elettorali alternative, ma le elezioni arrivano alla fine di un processo. Una cultura politica si afferma prima nelle relazioni sociali, nei territori, nelle comunità, nei luoghi di lavoro, nelle università, nelle chiese, nelle reti digitali. Per “battere le destre” democraticamente occorre prima di tutto ricostruire la capacità della società di organizzarsi. Purtroppo in America latina, specularmente a quanto accade in Europa, le organizzazioni della società civile stanno registrando da anni una crisi di attività, di impegno e di motivazione.

Occorre rilanciare una nuova stagione di alleanze sociali democratiche. Sindacati, imprese responsabili, cooperative, associazioni ambientaliste, organizzazioni femminili, movimenti giovanili, università, comunità indigene, organizzazioni professionali e del terzo settore devono trovare terreni comuni: lavoro dignitoso, sicurezza sociale, transizione ecologica, uguaglianza, innovazione, diritti umani, qualità dei servizi pubblici, lotta alla corruzione, partecipazione democratica.  Il compito più urgente è ricostruire la mediazione democratica in un’epoca di disintermediazione digitale. I social network permettono a un leader di comunicare direttamente con milioni di persone e la comunicazione può mortificare il confronto, l’emozione indebolire l’argomentazione e la viralità sostituire l’organizzazione. Per questo le organizzazioni della società civile devono anche reinventarsi. Devono essere più trasparenti, più aperte ai giovani, più capaci di utilizzare le tecnologie digitali, più rappresentative delle nuove forme del lavoro e della società, meno burocratiche e più presenti nei territori. Devono soprattutto recuperare la capacità di produrre futuro, non soltanto di difendere diritti acquisiti.

 La lezione della storia latinoamericana è che, quando il potere si concentra e la società si disorganizza, i diritti diventano più fragili. Quando invece gli individui si associano, costruiscono corpi intermedi, esercitano controllo, negoziano e partecipano, la democrazia acquista una profondità che nessun leader, nessun partito e nessuna maggioranza elettorale possono facilmente cancellare.

 

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  1. Klabbers, J. (2024), International Law, 4th ed., Cambridge University Press, cap. 5, “The Subjects of International Law”, e cap. 6, “The Individual in International Law, Including Human Rights”. (Cambridge)
  2. Peruzzotti, E. (2024), “Sociedad Civil, esfera pública y democratización: Revisando el debate latinoamericano en la era de desconfiguración democrática”, Política. Revista de Ciencia Política, 62(2). (Revista de Derecho Ambiental)
  3. L. Anderson e B. Trentin (a cura di Mascini – Corossacz) (1996) “Nord sud. Lavoro, diritti e sindacato nel mondo”. Ediesse
  4. International Labour Organization (2025), Social Dialogue and Labour Relations 2025: Latin America and the Caribbean.
  5. United Nations / ECLAC (2023), Regional Agreement on Access to Information, Public Participation and Justice in Environmental Matters in Latin America and the Caribbean – Implementation Guide. (CEPAL)
  6. European Economic and Social Committee, documentazione istituzionale, relazioni esterne e Comitato per l’America Latina. (EESC)
  7. D. Di Santo (2026), “L’Internazionale reazionaria. Dall’America latina all’Europa le reti della nuova destra”. Castelvecchi editore.