Per una collaborazione strategica fra America Latina e Unione Europea

Alfredo Luís Somoza
Presidente dell’Istituto Cooperazione Economica Internazionale (Icei)

Il grande cambiamento politico in America Latina degli anni 2000 è stato possibile perché con la fine della Guerra fredda la democrazia, liberatasi dai vincoli di obbedienza ai dettami di Washington in chiave anticomunista, divenne

lo strumento del cambiamento. La bistrattata e spesso disprezzata “democrazia borghese” è stata quella che ha permesso una vera e propria rivoluzione pacifica, uno stravolgimento di secolari schemi di potere, aprendo le porte a una nuova classe dirigente che trent’anni prima sarebbe stata soltanto carne da macello per i militari. La  principale fortuna di questi presidenti “progressisti” è stata quella di governare all’inizio di un ciclo favorevole per le materie prime alimentari e minerarie, sostenuto dalla domanda insaziabile della Cina, diventata in pochi anni il principale partner commerciale dei Paesi latinoamericani.

La grande ondata di partiti progressisti al potere in America latina si è registrata per una serie di congiunture forse irripetibili. L’America Latina della fine degli anni Novanta era fiaccata da lunghi anni di dittatura e da un decennio di neoliberismo straccione nei principali paesi della regione. Un ceto politico per lo più finito poi in galera per arricchimento personale durante il saccheggio dello Stato era riuscito nell’impresa di porre le condizioni per la vittoria successiva di leader che rifiutavano la narrazione neoliberista delle privatizzazioni, della fine del welfare, della scomparsa delle politiche statali, della sperequazione sociale. Prima ancora di vincere nelle urne, le sinistre andate al potere dopo l’ondata neoliberista avevano, vinto sul terreno dell’egemonia culturale e politica. Diritti civili, pari opportunità, redistribuzione, welfare, eliminazione della povertà, coesione sociale, riappropriazione delle risorse strategiche sono diventate le parole d’ordine vincenti, da Buenos Aires fino a Caracas. I soggetti erano però diversi per natura e provenienza, anche se esistevano anche punti di somiglianza. I caposaldi di queste esperienze, con diverse sfumature e accenti, sono stati il ritorno alla centralità dello Stato sulle scelte economiche, la ri-nazionalizzazione di risorse strategiche, la concessione di diritti individuali e collettivi.  Ma l’inizio della fine di questo periodo, che coincideva con un ciclo espansivo per le commodities che esportano i paesi dell’America Latina, comincia ad essere scritto presto. I primi campanelli d’allarme sono state le modifiche costituzionali per permettere la rielezione ad oltranza del leader. In diversi paesi si infrange la legittimità democratica e le società si polarizzano. In altri i movimenti sociali riconquistano un ruolo decisivo davanti all’impotenza della politica e si mette seriamente in discussione il modello di Stato. Il secondo problema nella percezione della gente è la mancanza di determinazione nei confronti della criminalità in generale, e in particolare di quella organizzata. Il narcotraffico è diventato l’unico vero antagonista degli Stati, e la politica lo ha sottovalutato, talvolta anche per connivenza. Il terzo macigno è stato la corruzione, in alcuni paesi fuori controllo. Una politica che “piglia tutto” e che non si rinnova. Una politica che nomina i controllori e gestisce miliardi provenienti dalle imprese pubbliche diventa una grande macchina di acquisto del consenso e di redistribuzione del maltolto.

La cornice dentro la quale i problemi sopradescritti sono diventati prorompenti è stata la crisi economica che ha colpito il mondo a partire dal 2008 e che è arrivata in America Latina nel 2012. L’America Latina continua ancora a dividersi tra la concezione di uno Stato onnipresente e gestore dell’economia e uno Stato che si rimpicciolisce lasciando mano libera al mercato. 

La novità delle ultime crisi latinoamericane è la discesa in campo dei ceti medi, recenti o storici, che chiedono alla politica più sicurezza, servizi migliori, tutela del loro status sociale. Una reazione tipica di paesi economicamente avanzati, ma in un contesto di paesi dipendenti dell’andamento delle commodities e con grandi concentrazioni di ricchezza e di potere. Dalle ultime crisi sono uscite anche alcune novità che riportano a stagioni precedenti. Come ad esempio il ruolo decisivo delle forze armate, e non solo come baluardo della stabilità. E anche la trasversalità di alcuni grandi operatori economici rispetto alla politica latinoamericana: le compagnie minerarie, l’agrobusiness, le imprese e lo Stato cinesi,. Con poche eccezioni, in America Latina non esiste più una nazione di riferimento ma piuttosto un mix di interessi economici stranieri e locali che influenzano parti della politica e delle istituzioni. L’altra faccia di questa situazione è il protagonismo dei movimenti sociali che in alcuni casi sono riusciti a piegare la volontà politica istituzionale. I movimenti delle donne, degli studenti, dei minatori, delle nazioni indigene occupano spazi lasciati vuoti dalla politica partitica. Per questo motivo la risoluzione delle crisi latinoamericane è sempre più complessa. I partiti che gestiscono lo Stato spesso hanno una sovranità limitata da contropoteri molto diversi tra di essi.

America latina – Europa

Superata completamente la fase coloniale alla fine dell’Ottocento, i rapporti tra l’Europa e quelle che erano state le sue propaggini latinoamericane cambiarono natura. L’industria europea troverà qui le condizioni per la prima internazionalizzazione delle sue imprese. Negli anni Novanta del XX secolo questi rapporti si sono ulteriormente intensificati con l’avvio di profondi piani di privatizzazione delle imprese statali e la creazione di condizioni ideali per l’arrivo di investimenti nei settori industriale, agricolo e minerario. Sono state le imprese europee a beneficiare di questa ondata di liberalizzazioni e ad approfittarne per consolidarsi come importanti player nei settori delle telecomunicazioni, dell’energia, dell’edilizia, dell’agroalimentare. Nei Paesi del Mercosur, il capitale italiano produttivo investito si aggira attorno ai 15 miliardi di euro, tra i più importanti a livello mondiale.

La politica ha seguito solo parzialmente questo infittirsi di rapporti economici e finanziari, senza riuscire a capitalizzarli fino in fondo. L’accordo UE-Mercosur, di cui sembrava prossimo il decollo oggi traballa perché non si è riusciti a spegnere le fiammate protezionistiche che lo frenano su entrambe le sponde dell’Atlantico. Diversi interessi incrociati sono tuttora d’ostacolo alla creazione di una zona di libero scambio con 800 milioni di persone: eppure, ora che gli Stati Uniti hanno cambiato strategia sugli accordi multilaterali, attuare l’accordo con il Mercosur appare più che mai opportuno per un’Unione Europea sempre che vede crescere il proprio isolamento. In America Latina l’Europa ha dimostrato ancora una volta la sua debolezza, intervenendo su questioni di principio, ad esempio sulle regole democratiche, ma rinunciando a diventare un punto di riferimento commerciale. L’Unione Europea è un importante riferimento presente nelle aspirazioni di importanti settori della politica latinoamericana, ma ciò è vanificato dal poco interesse dimostrato da Bruxelles, che ha delegato la rappresentanza a uno dei suoi membri più deboli, la Spagna: questo paese, che primeggia nel rapporto politico con l’America Latina, non ha mai avuto un peso sufficiente per vincere le resistenze di coloro che all’interno dell’Unione Europea non gradiscono la concorrenza dell’America Latina in vari settori fra cui quello agricolo. La presenza europea non può però esaurirsi nei legami economici. L’Europa potrebbe anche diventare il principale partner per il trasferimento di competenze in campo energetico e ambientale. oltre che per sostenere attivamente le istituzioni democratiche e agevolare la partecipazione dei movimenti sociali alla politica. Ma perché questo si possa avverare, deve cambiare l’approccio alla regione. L’America Latina per l’Unione Europea non è semplicemente un mercato estero, ma l’area al mondo più omogenea dal punto di vista culturale, linguistico, religioso e valoriale. Un salto di qualità si impone, abbandonando la retorica e producendo fatti concreti. C’è molto da guadagnare reciprocamente se si instaureranno seri e duraturi legami di cooperazione. 

17 Gennaio 2020
di
CeSPI (articolo introduttivo)