Il Focus è suddiviso in tre parti: la prima sezione colloca le migrazioni internazionali dentro uno scenario globale segnato da tensioni strutturali, la seconda sezione concentra l’attenzione sulla regione del Medio Oriente e Nord Africa; la terza sezione cambia scala e propone il caso dello Stato del Paraná, in Brasile.
Il primo focus analizza la persistenza degli squilibri demografici ed economici tra regioni, la moltiplicazione dei conflitti e delle crisi politiche e l’accelerazione degli impatti climatici. La migrazione internazionale cresce in valore assoluto, ma resta relativamente stabile come quota della popolazione mondiale; ciò sposta l’attenzione verso la qualità dei movimenti, la loro composizione e le condizioni in cui avvengono. Al tempo stesso, lo sfollamento forzato raggiunge livelli eccezionali: l’UNHCR prevede per il 2026 circa 136 milioni di persone forzatamente dislocate o apolidi. La stabilità migratoria non dipende solo dalle politiche migratorie, ma anzitutto dalla tenuta dei sistemi umanitari, climatici, finanziari e occupazionali.
Nella seconda parte il Medio Oriente e il Nord Africa sono presentati non come semplici aree di origine o transito verso l’Europa, ma come uno dei principali ecosistemi migratori del mondo. La distinzione tradizionale tra Paesi di origine, transito e destinazione risulta quindi insufficiente: molti Stati svolgono simultaneamente tutte e tre le funzioni, mentre le città, le aree di frontiera e i territori periferici diventano i veri luoghi della governance migratoria.
Lo Stato brasiliano del Paraná è una esperienza concreta di governance subnazionale dell’integrazione. Il valore di questo caso specifico sta nella logica istituzionale che lo sostiene: passare dalla gestione emergenziale alla costruzione di una politica territoriale, capace di collegare regolarizzazione documentale, accesso al lavoro, servizi pubblici, coinvolgimento delle imprese, produzione di dati e coordinamento tra livelli di governo. L’esperienza del Paraná mostra che la migrazione può diventare una politica di sviluppo territoriale quando i comuni, le imprese, le agenzie pubbliche e gli organismi internazionali condividono strumenti, dati e responsabilità. Le criticità restano rilevanti, ma proprio per questo il caso consente una riflessione realistica: la buona governance migratoria non elimina i conflitti, ma li rende amministrabili attraverso istituzioni accessibili, programmazione multilivello e un rapporto più stretto tra diritti, lavoro e territorio.


