Depotenziare gli spazi. L’offensiva culturale a musei e luoghi della memoria, tra Europa e America Latina.

Benedetta Calandra
Docente di Storia delle Americhe nei Processi Interculturali e Storia e Istituzioni delle Americhe, Università di Bergamo

Un fastidioso sassolino nella scarpa  

“Non si calpestano le vittime del nazismo”. È questo in sostanza l’argomento, quantomeno pretestuoso e strumentale con cui alla fine di settembre del 2026 il comune di Heidenau, in Sassonia, ha votato mediante accordo trasversale tra AFD e CDU per impedire che vengano deposte altre pietre d’inciampo; queste saranno piuttosto destinate, in un prossimo futuro, a una sezione apposita del cimitero locale. Le conosciamo tutti le Stolpersteine, forme di demarcazione territoriale in cemento e ottone 10 × 10 cm, che, grazie all’intuizione di Gunter Demnig, da oltre trent’anni vengono incuneate nei marciapiedi di decine di Paesi europei, stimolando nel passante occasionale o abituale il ricordo di chi lì abitava prima di venire deportato e ucciso[1]. Una sorta di tributo diffuso e capillare a centinaia di migliaia di vite spezzate, feroce e asciutto nella sua essenzialità (nome, cognome, data e luogo della deportazione e della morte). Non è il primo - e certo non sarà l’ultimo - passo di una sistematica operazione di erosione memoriale. Alternative für Deutschland, in nome del lenire “il culto della colpa” nei luoghi di propria competenza politica sta seriamente ponderando tagli ai finanziamenti e alle visite guidate (specie quelle rivolte alle giovani generazioni) di tutti i luoghi evocativi dei crimini del nazismo. Il caso della ex clinica psichiatrica di Bernburg, dove si utilizzarono sistematicamente le camere a gas, ne è un’ulteriore riprova.

È superfluo affermare che contesti post-traumatici come la Germania e il Cono Sud latinoamericano non siano certo paragonabili tout court nelle modalità di gestire i rispettivi passati autoritari. Tuttavia, fatte salve precise e doverose specificità di tempi e spazi, si è tentato occasionalmente di elaborare riflessioni comparative e di carattere transnazionale sull’identificazione dei luoghi della repressione e la loro successiva risignificazione [2]. In diversi casi, infatti, agli albori del nuovo millennio e grazie a determinate forze politiche in carica, spesso sollecitate dall’associazionismo civile, ex centri di detenzione clandestina sono stati totalmente risemantizzati in luoghi di memoria, o anche costruiti ex novo. Tali processi hanno preso vita talvolta anche nell’ambito di “memorie urbana dialoganti”, com’è stato il caso di Buenos Aires e Berlino[3]. Ma cosa succede, piuttosto, quando le circostanze politiche mutano radicalmente – un fenomeno che abbiamo sotto gli occhi in diversi paesi europei e latinoamericani - e i nuovi governi considerano il passato repressivo decisamente fastidioso, anzi troppo ingombrante per essere commemorato ed elaborato attraverso luoghi e date simbolo?

Killing them softly. Togliere ossigeno ai luoghi-simbolo argentini

È notizia oramai molto frequente, in Argentina, che le baldosas por la memoria (“piastrelle per la memoria”) – forme di demarcazione territoriale che, pur diverse per colorazione e per dimensione rispetto alle Stolpersteine di Demnig, ne riprendono in pieno lo spirito, invitando la città caotica e dinamica della quotidianità a dialogare per un attimo col suo passato[4]– vengano vandalizzate. Nel cuore della notte, gruppi di estremisti coprono o rovinano lo smalto colorato o le scritte di queste grandi piastrelle, che, come nel caso tedesco ma spesso corredate di maggiori dettagli rispetto alle pietre d’inciampo, restituiscono piccole frazioni dei percorsi biografici dei desaparecidos.

Nelle parole di eminenti storici come Marina Franco di Buenos Aires, Premio Humboldt e di recente visiting professor nel nostro paese, si tratta evidentemente di epifenomeni che trascendono il singolo gesto isolato: la punta dell’iceberg di processi ben più complessi ed estesi, come noto, anche all’ambito istituzionale. Non a caso, nella fitta conversazione che abbiamo avuto in merito all’amministrazione Milei e alle politiche della memoria[5], più volte compaiono come in filigrana i parametri presi complessivamente in considerazione dall’analisi di Hernán Confino e Rodrigo González Tizón (specialisti di storia recente argentina) che oscillano tra negazionismo, revisionismo e giustificazione del passato dittatoriale, per comprendere la realtà attuale[6]. Emergono inoltre come pilastri discorsivi di un contesto più esteso il terrorismo di Stato come forma di guerra reattiva alla violenza dei gruppi armati e la rivendicazione di una memoria completa. In nome di questa l’anniversario del golpe del 24 marzo è stato rinominato dal nuovo governo in carica, appunto, come Giorno della Verità Completa, alludendo alle vittime delle organizzazioni armate) e riemerge l’annosa polemica in cui si mette in discussione l’entità quantitativa delle vittime. I numeri precisi relativi ai desaparecidos sono ancora, nel 2026, un campo di battaglia, sebbene la gran parte della cittadinanza – specie le generazioni più giovani- sia pressata da ben altre urgenze, piuttosto legate alla difficoltà quotidiane di arrivare a fine mese. Le dinamiche appena enunciate rimangono comunque indicatori di un’estesa offensiva culturale lanciata dall’attuale presidenza che, se certo non costituisce il cuore del suo programma politico, ha comunque l’effetto di traslare sul piano delle istituzioni, dunque su posizioni ufficiali e legittimate, lo sguardo di settori in precedenza più isolati e marginali[7].

È evidente che la decostruzione delle politiche memoriali - essenzialmente appannaggio dell’epoca kirchnerista e in nome dell’antikirchnerismo, appunto, criticate e demolite - non costituisca affatto una priorità nell’agenda di Milei e risponda magari, specie in una prima fase, alle istanze e alle urgenze della vicepresidenza di Victoria Villarruel, avvocata e attivista da sempre cresciuta in un contesto strettamente legato alle Forze Armate. A ogni modo, come ci ricorda Marina Franco, il modus operandi con cui viene implementata ricalca esattamente lo schema di fondo di tutti i provvedimenti del “leader con la motosega”: colpire a suon di tagli le istituzioni pubbliche. Uno strangolamento lento, che non ha bisogno di gesti violenti e plateali ma che si traduce, piuttosto, in una lenta asfissia. È alla luce di questa strategia che si riesce meglio a comprendere come nel giugno del 2025 venga licenziata Mayki Gorosito, all’epoca direttrice del Museo della Memoria sorto negli spazi dell’ex centro clandestino di detenzione ESMA. La scuola di formazione dei cadetti della Marina, come noto il luogo più emblematico dell’ultima dittatura argentina, dai primi anni Duemila risignificata in Museo della Memoria e recentemente dichiarata patrimonio dell’umanità dall’UNESCO. E così la riduzione degli orari di apertura, la perdita di personale specializzato, la cancellazione della specifica voce di bilancio dal budget annuale per la cura del luogo. L’enorme visibilità internazionale acquisita dal museo non è sufficiente evidentemente a metterlo a riparo dai tagli brutali che investono ogni aspetto della vita del paese sin dal primo giorno d’insediamento del nuovo governo, in nome del contenimento dell’inflazione.

Narrative divergenti. Il “Museo della Verità” a Santiago del Cile

Il 2 giugno 2026 un gruppo di sette deputati del partito di ultradestra fondato da Johannes Kaiser, il Partido Nacional Libertario, presenta alla Camera dei Deputati cilena una proposta di legge rivolta al Presidente, al Ministero della Cultura e al Ministero dei Lavori pubblici. Si intende realizzare un Museo della Verità al fine di mostrare  “la sopraffazione, la fame e l’umiliazione che significò per il popolo cileno il governo della Unidad Popular   (1970-1973)”[8]. Obiettivo complessivo è “preservare la memoria storica completa e autentica delle vittime della scarsità delle merci, della violenza politica, la scomparsa dello Stato di diritto e il caos economico che caratterizzò quel periodo , e di educare le nuove generazioni di cileni sulla totalità della loro storia recente”[9]. Anche il Cile della destra attuale sembra dunque manifestare una forte tensione verso la presunta “memoria completa”.

Non sembrerebbe, al momento, che l’iter stia proseguendo. Ma che questo progetto  -peraltro già ampiamente caldeggiato già dal 2018 da alcuni familiari di militari detenuti con l’avallo di un gruppo di giuristi[10] – sia giunto in Parlamento  nella sua dimensione formale è già di per sé un dato che ci conferma una tendenza che si va consolidando a passi veloci e che evidentemente, trascende le frontiere nazionali.

Per la prima volta in 53 anni dal colpo di Stato, nessuna commemorazione ufficiale è stata organizzata dalla Presidenza Kast per l’11 settembre, il giorno in cui, nel 1973, si consumò il golpe di Pinochet. Solo il tempo ci dirà se l’attuale presidenza si limiterà a passare sotto silenzio una data che continua ad essere profondamente divisiva – ma, come per l’Argentina, forse non particolarmente significativa per le generazioni più giovani. Oppure se fornirà supporto istituzionale nel concretizzare in pareti di mattoni quella che, per il momento, sembra essere ancora un’idea appartenente a un gruppo ristretto. Ovvero costruire (nonostante dichiarino obiettività e riconciliazione dei cileni come fine ultimo) un antagonista fisico del Museo della Memoria e dei Diritti Umani che fu voluto dalla presidenza di Michelle Bachelet e costruito in tempi record tra il 2008 e il 2010; una sorta di “antimuseo” della memoria, la reificazione di un altro 11 settembre e di una narrativa totalmente divergente. Fioccarono numerose, del resto, le critiche già nei primi mesi della sua edificazione, come ben esemplificato dal gruppo editoriale di El Mercurio, che lo aveva additato come esempio di «memoria senza storia», e «memoria parziale», che «non soddisfa i requisiti standard di universalità», un luogo che strumentalizzava la questione dei diritti umani a beneficio della sinistra[11]. Nella cerimonia di deposizione della prima pietra, una data di grande densità simbolica, il 10 dicembre 2008, sessantesimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, Bachelet affermava “Nessuno può negare, disconoscere, minimizzare o banalizzare la tragedia della violazione dei diritti umani in Cile. Ci saranno diverse interpretazioni sulla rottura dell’andamento democratico. Ci saranno diverse interpretazioni sul lascito del regime autoritario. Ma sul costo umano che ha pagato il Cile non devono esistere discrepanze”[12].

Non è forse del tutto azzardato affermare che in questi ultimi mesi la partita memoriale antagonista che si sta tentando di elaborare da parte di settori della destra (vedremo poi con quali eventuali sfumature di posizionamento tra Kast e Kaiser) non si sta limitando a quanto già affermato e temuto da Bachelet. Vale a dire la condanna senza appello degli anni della Unidad Popular di Salvador Allende, l’arrivo del golpe dell’11 settembre come evento salvifico per il paese, le critiche feroci alle scelte operate in termini di politiche economiche. Piuttosto, si opera uno slittamento temporale della violenza politica e della violazione dei diritti umani come dinamiche che precedono il golpe stesso. Emerge nella proposta del PNL del giugno del 2026 che “[...] Le “brigate d’intervento” e la violenza politica dei gruppi armati che agivano con la tolleranza del governo seminarono il terrore in regioni e comunità rurali di tutto il Cile[13]”.

Significativo è infine l’utilizzo (forse l’appropriazione?) di determinati dispositivi retorici che fino a tempi piuttosto recenti sembravano appannaggio esclusivo dell’impianto discorsivo delle associazioni dei familiari degli scomparsi o delle forze politiche progressiste di centro sinistra. Sono ricorrenti al giorno d’oggi, invece, continui riferimenti a censura, omissioni, educazione alla cittadinanza e forme di “convenienti amnesie” anche nel linguaggio della destra; si può dire, pertanto, che attraversano lo spettro politico in tutta la sua interezza.

Non si tratta dunque soltanto di depotenziare materialmente gli spazi della memoria attraverso tagli ai finanziamenti, riduzioni di personale, limitazioni alla loro fruibilità o costruzione di spazi antagonisti. Si assiste in parallelo a un processo forse meno visibile, ma parimenti sintomatico dell’epoca: la progressiva appropriazione di un lessico — quello della verità, della giustizia e della memoria— che per decenni ha accompagnato le rivendicazioni delle vittime dei regimi autoritari e dei loro familiari. Un'operazione che, senza necessariamente cancellare i luoghi, tende a metterne in discussione i presupposti interpretativi, a ridefinirne le coordinate simboliche e, in ultima istanza, a incidere sulle modalità attraverso cui il passato viene trasmesso alle nuove generazioni. È forse proprio nell'intreccio tra erosione materiale e ridefinizione delle narrazioni sul passato che si gioca oggi una delle partite più controverse delle politiche della memoria, ben oltre i confini dei singoli contesti nazionali.

 

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[1]Elena Tebano, Il no alle pietre d'inciampo, Il Corriere della Sera, 2 ottobre 2026; Barbara Stefanelli, La memoria del dolore degli altri, ivi, 3 ottobre 2026.

[2] C. Dürr, Acusación y terapia: los Gedenkstätten en Alemania y Austria y los sitios de memoria en Argentina, in M. González de Oleaga, C. Meloni González (eds.), «Topografías de la memoria: de usos y costumbres en los espacios de violencia en el nuevo milenio», «Kamchatka. Revista de análisis cultural», 13, 2019, pp. 13-29.

[3] P. Birle, V. Carnovale, E. Gryglewski, E. Schindel (eds.), Memorias urbanas en diálogo: Berlín y Buenos Aires Buenos Aires, Buenoslibros-Fundación Heinrich Böll Cono Sur, 2010.

[4] https://fondazionefeltrinelli.it/scopri/la-storia-come-campo-di-battaglia/

[5] Intervista di Benedetta Calandra a Marina Franco, Milano, 27 settembre 2026, archivio personale dell’autrice.

[6] Hernán Confino, Rodrigo González Tizón, Anatomía de una mentira: Quiénes y por qué justifican la represión de los setenta , Fondo de cultura económica, Buenos Aires, 2024.

[7] Valentina Salvi y Luciana Messina (coords.), ¿Qué están haciendo las derechas con los 70?, Buenos Aires, Siglo XXI, 2026.

[8] https://elpais.com/chile/2026-06-05/la-ultraderecha-chilena-promueve-un-museo-de-la-verdad-para-reinvindicar-el-golpe-de-estado-de-pinochet.html 

[9] https://www.camara.cl/legislacion/resoluciones/resolucion_documentos.aspx?prmId=8955 

[10] https://radio.uchile.cl/2018/08/22/museo-de-la-verdad-la-nueva-arremetida-por-negar-los-horrores-de-la-dictadura/

[11] «Memoria sin historia», El Mercurio, 09 gennaio 2010; «Memoria respetable, pero parcial»,  ivi, 13 gennaio 2010.

[12] Intervención de S.E. la Presidenta de la República, Michelle Bachelet, con motivo de la primera piedra del Museo de la Memoria y los derechos humanos, Santiago, 10 de diciembre de 2008. Documento inedito, p. 2, archivio del Museo della memoria e dei diritti umani a Santiago del Cile. Si ringraziano María Fernanda García, María Luisa Sepúlveda e Verónica Sánchez per l’aiuto a reperire il materiale durante una missione sul campo, nel maggio-giugno del 2025.

[13] https://www.camara.cl/legislacion/resoluciones/resolucion_documentos … cit.