Rojava, faro per l’agenda “Donne pace, sicurezza” e baluardo dell’“Occidente”

Marilù Mastrogiovanni
Giornalista, fondatrice Forum of Mediterranean women journalists (https://www.giornaliste.org/)

L'agenda Donne, Pace e Sicurezza (WPS), istituita dalla risoluzione 1325 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, è entrata in una fase critica, dopo aver celebrato nel 2025,  i suoi primi 25 anni. Dal 2014, il territorio autonomo della Siria settentrionale e orientale (NES), denominato Rojava (Occidente, in lingua curda), ha rappresentato, e rappresenta tuttora, un laboratorio politico e istituzionale unico in cui i principi fondamentali dell’Agenda WPS - partecipazione, protezione, prevenzione, soccorso e recupero - sono stati di fatto attuati con un livello di impegno radicale che supera le aspettative e gli scenari globali .

Tuttavia, dall’8 dicembre 2024 il progetto di convivenza pacifica tra popoli, culture, religioni nel Rojava rischia di deflagrare. Dalla cacciata del dittatore Bashar al-Assad ad opera delle forze militari a trazione jihadista guidate da Mohammad Ghazi al Jolani, ex al-Qaeda -, il territorio è oggi  sottoposto ad una pressione estrema: l’inasprimento dell’autoritarismo a livello globale e il tradimento degli USA, l’intensificarsi del conflitto tra le truppe Hayat Tahrir al-Sham (HTS), guidate da al-Jolani e l’esercito democratico siriano del Rojava (SDF); gli attacchi condotti  dalle forze armate turche (TSK) e  da milizie mercenarie; le mire sioniste di Israele alle porte di Aleppo; infine,  le violenze contro la popolazione civile, che colpiscono  in modo particolare le donne. 

Sono proprio le donne il cuore, il corpo e l’anima della rivoluzione ecofemminista su cui si basa il modello politico del Confederalismo democratico teorizzato da Abdullah Öcalan, leader carismatico e tra i fondatori del PKK[1], il partito dei lavoratori curdi che “Reber Apo” Öcalan ha chiesto di sciogliere pochi mesi dopo la presa del potere da parte di al-Jolani, come primo passo per la ricomposizione politica e pacifica in Siria, su base multietnica, multireligiosa e multiculturale.

Il modello del Confederalismo democratico del Rojava appare, sul piano teorico e istituzionale, particolarmente coerente con una piena attuazione dell’Agenda Donne, Pace e Sicurezza. In esso, infatti, i principi della partecipazione paritaria, dell’autogoverno e della centralità delle donne sono strutturali, non accessori. Ciò contrasta con quanto avviene in molti altri contesti, “occidentali” e democratici,  dove l’Agenda WPS viene al contrario in gran parte disattesa. Proprio per questo, il rischio che questo esperimento di democrazia radicale e libertaria venga spazzato via da nuovi fondamentalismi e nuovi asset globali appare particolarmente significativo. L’Occidente si gira dall’altra parte, come è stato denunciato nel corso dei lavori della decima edizione del Forum of Mediterranean women journalists, che ogni anno chiama a raccolta giornaliste di frontiera, “artiviste”, ricercatrici provenienti dalle varie sponde del Mediterraneo con l’obiettivo di decolonizzare l’informazione e spingere nell’agenda mass mediale temi e approcci in chiave di genere, altrimenti trascurati o peggio distorti. Come quello della rivoluzione delle donne del Rojava [2], appunto, che nei suoi tre assiomi fondativi “Donna, vita, libertà”, in curdo Jin Jiyan Azadî, è assimilato dal mainstream come slogan globale e svuotato della sua reale portata rivoluzionaria anticapitalista, libertaria e antistatalista.

Partecipazione: il modello Rojava come punto di riferimento globale

Il pilastro della partecipazione dell'agenda WPS richiede la piena, equa e significativa inclusione delle donne a tutti i livelli del processo decisionale. Ma, nel contesto globale, le donne rappresentano, in media, solo il 19% dei negoziatori nei processi di pace attivi . Al contrario, l'Amministrazione autonoma democratica della Siria settentrionale e orientale (AANES) ha codificato la partecipazione attraverso una quota di genere del 50% a tutti i livelli di governo resa possibile stabilendo un sistema di copresidenza unico nel mondo, in cui ogni unità amministrativa, dai comuni locali ai consigli esecutivi, è guidata congiuntamente da un uomo e una donna.

Ora tale modello dovrà affrontare la sfida dell'ancoraggio istituzionale al nuovo assetto siriano . I curdi e le curde non intendono rinunciarvi: il motto della resistenza è “la resistenza è vita” e anche “o vittoria o vittoria”. Mentre i negoziati di pace globali, come quelli per il Piano di pace di Gaza del 2025, hanno escluso le donne dalla futura governance e dalla pianificazione della ricostruzione, il contratto sociale del Rojava garantisce che le donne rimangano un "pilastro fondamentale" del sistema. L’approccio decentralizzato e dal basso verso l'alto del Contratto sociale del Rojava consente alle persone direttamente interessate di prendere decisioni, finanche nella distribuzione delle risorse locali, dimostrando che la partecipazione può essere più che simbolica: un prerequisito strutturale per la governance.

Protezione e ruolo dell'autodifesa (YPJ)

Il pilastro della protezione si concentra sulla salvaguardia delle donne e delle ragazze dalla violenza, in particolare dalla violenza sessuale legata ai conflitti. Una caratteristica distintiva del processo del Rojava è rappresentata dalle Unità di Difesa delle Donne (YPJ), una milizia completamente al femminile che ha svolto un ruolo decisivo nella sconfitta dell'ISIS e continua a difendere la regione, registrando gravi perdite, torture e stupri come arma di guerra da parte delle HTS, dell’esercito regolare turco e dei loro mercenari vicini ad al-Jolani. L’accordo di “pace” con l’Amministrazione autonoma della Siria del Nord est del 29 gennaio scorso ha escluso le brigate militari di donne dall’integrazione all’interno dell’esercito siriano, rendendo così evidente l’obiettivo finale, ovvero la restaurazione ad ogni livello.

Natasha Walter dalle pagine del Guardian lancia un allarme sul grave pericolo cui sono esposte le donne rivoluzionarie del Rojava a causa dell'avanzata delle forze governative e della progressiva erosione del territorio controllato dall'amministrazione autonoma: l'avanzata dei regimi autoritari, dalla Turchia alla Russia, dalla Siria, all’Iran a Israele, minaccia di calpestare i diritti delle donne, rendendo la protezione dell'esperimento femminista del Rojava una questione di urgente interesse internazionale per il 2026.

Prevenzione: Comitati di giustizia e Mala Jin

Il pilastro della prevenzione dell'agenda WPS richiede di affrontare le cause profonde dei conflitti e prevenire la violenza contro le donne prima che si verifichi. In Rojava, questo viene attuato attraverso comitati di giustizia composti esclusivamente da donne e la rete Mala Jin (Case delle donne), che alla fine del 2025 contava 112 sedi in tutto il NES. Queste strutture risolvono le controversie, tra cui la violenza domestica, i matrimoni forzati e la poligamia, in modo consensuale e in conformità con il Contratto sociale, spesso prima che raggiungano i tribunali ordinari.

Le Mala Jin sono diventate la prima linea della trasformazione sociale, dove le comunità imparano a normalizzare la leadership femminile. Anche gli uomini ora spesso cercano un primo consulto presso le Mala Jin, riflettendo un cambiamento significativo nelle norme sociali. L'obiettivo dell'agenda WPS di prevenzione dei conflitti viene così realizzato a livello di quartiere attraverso la giustizia riparativa e la mediazione. La sfida per il 2026 è quella di difendere questi quadri giuridici - che proibiscono i delitti “d'onore” e garantiscono l'uguaglianza di genere nell'eredità - dalla reazione degli integralisti religiosi e delle forze patriarcali tradizionali nelle aree di recente liberazione o a maggioranza araba.

Soccorso e ripresa: l'economia di genere

Il pilastro "soccorso e ripresa" impone che l'assistenza umanitaria sia sensibile alle questioni di genere e che le donne siano partner nella ricostruzione postbellica. I dati globali mostrano che solo il 17% degli aiuti umanitari bilaterali ha come obiettivo principale o secondario la parità di genere. In Rojava, l'approccio alla ricostruzione è caratterizzato da un'economia comunitaria e dalla creazione di spazi come Jinwar, un villaggio riservato alle donne fondato sui principi della sostenibilità ecologica e del processo decisionale collettivo. Ma dopo la caduta di Assad, la resilienza economica delle donne in Rojava è messa alla prova da un embargo in corso e dalla deliberata distruzione delle infrastrutture civili - compresi gli acquedotti e le centrali elettriche - da parte dei mercenari turchi e delle HTS. L'agenda WPS sottolinea che le donne devono essere le "artefici della ripresa": il progetto politico del Rojava è in linea con questo principio, garantendo che i comitati guidati da donne gestiscano la distribuzione di cibo e aiuti nei campi profughi. Tuttavia, senza un aumento dei finanziamenti diretti - che a livello globale nel 2024 si sono attestati allo 0,4% degli aiuti alle organizzazioni femminili nelle zone di conflitto- la sostenibilità di questi sforzi di ripresa rimane precaria e oggi, a causa dei conflitti in corso, compromessa.

Il contesto geopolitico: un "limbo mortale"

Il 2025 è stato l’anno del "limbo mortale" per molti conflitti in Asia occidentale (il Medio Oriente, in accezione anglocentrica) caratterizzato da uno stato di "né guerra né pace". Per il Rojava, questo andamento globale si è tradotto in un cessate il fuoco frammentario all'inizio del 2026, mentre l'Amministrazione autonoma spera in negoziati che possano preservarne i diritti e le libertà. Il panorama globale è sempre più ostile ai principi fondamentali dell'agenda WPS; i governi stanno tornando all'azione militare piuttosto che alla diplomazia e c'è una crescente opposizione alla terminologia relativa al genere nei forum internazionali e, occorre sottolinearlo, nel nostro Paese.

Gli ultimi due rapporti del Segretario Generale delle Nazioni Unite mettono in guardia dal "ristagno e dalla regressione" dei principali indicatori WPS e d’altra parte il segretario di Stato americano Marco Rubio, alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco il 13 febbraio scorso ha dichiarato che “The old world is gone” e che l’Onu va riformata, incentrando tutto il suo intervento sul concetto dell’Occidente contro il resto del mondo. Rubio ovviamente si riferisce ad un Occidente con a capo l’America trumpiana. In questo contesto, il processo di autodeterminazione del Rojava, che è l’Occidente per chi vive ad Oriente rispetto al Mediterraneo, può fungere da contrappeso al crescente autoritarismo: mentre gli Stati-nazione trattano le questioni femminili come problemi secondari nei negoziati di pace, il Confederalismo democratico del Rojava ne fa le sue basi, progettando e attuando una società che mette in discussione il modello dell’Occidente di Rubio.  Per l’occidentale Rojava il vecchio mondo è finito, ma per quella che fu la culla della nostra cultura occidentale, ossia la mezzaluna fertile, quella Mesopotamia presente con ammirazione in tutti i libri scolastici, il nuovo mondo deve andare nella direzione dell’autodeterminazione di tutti i popoli, dunque in direzione opposta rispetto alla visione di Rubio. È per questo che la sopravvivenza di questo modello nel 2026 non riguarda solo i curdi o la Siria, ma anche la fattibilità della risoluzione 1325 come strumento di trasformazione piuttosto che come semplice insieme di "modesti interventi proposti".

Eppure la "questione del Rojava" non riesce a centrare il cuore del dibattito internazionale. Nei rapporti ONU-WPS il nord-est della Siria non viene neanche citato con il suo nome originario, preferendogli una terminologia alternativa come "Repubblica araba siriana" (una vera e propria mistificazione, data la multietnicità della Siria), o "nord-ovest" e "nord-est", senza mai utilizzare la parola "Rojava", né AANES né Amministrazione autonoma della Siria settentrionale e orientale. Se non lo dici, non esiste: ogni colonizzazione passa per la negazione della lingua.

Come l'agenda WPS "si adatta" al processo del Rojava

Il Rojava non è riconosciuto come entità statale autonoma da nessun paese ONU, pur avendo collaborato con gli USA in chiave anti-ISIS: d’altra parte il Rojava non aspira ad una governance sul modello degli Stati-nazione; non è tenuto al rispetto di alcun patto multilaterale eppure ha già raggiunto l'"obiettivo di parità" che l'ONU continua a sostenere sulla scena mondiale. Mentre l'ONU si è impegnata a raggiungere un obiettivo minimo di un terzo di donne partecipanti ai processi di mediazione e di pace, il Rojava ha già istituzionalizzato il 50% in ogni posizione di governo e rappresentanza: il Contratto Sociale infatti sancisce l'egualitarismo e la liberazione delle donne come diritti non negoziabili ed è anche su questo aspetto che si gioca la partita della stabilizzazione della Siria.

Tuttavia, l'adeguatezza di tale approccio è complicata dalla realtà extrapolitica del conflitto. L'agenda WPS si basa sul diritto internazionale e sulla cooperazione multilaterale, entrambi in fase di "erosione", come ha voluto precisare Rubio a Monaco affermando che “l’Onu va riformata”. Poiché il Rojava deve affrontare le avanzate capacità militari di Stati che ignorano il diritto internazionale, la sua adesione ai pilastri WPS lo rende un bersaglio per i regimi che considerano la parità di genere come una imposizione ideologica aliena. Ad oggi, il processo politico di autodeterminazione del Rojava rappresenta l'attuazione più avanzata della risoluzione 1325 al mondo, ma rimane su un "terreno fragile", emarginato proprio dagli attori internazionali che sostengono di difendere l'agenda.

Un tema ricorrente infine è il drastico sottofinanziamento dell'agenda WPS. Per le donne del Rojava, che hanno trascorso un decennio a costruire una nuova società mentre combattevano l'ISIS, la mancanza di finanziamenti di base rappresenta una lacuna significativa. Il Piano di accelerazione dell'uguaglianza di genere a livello di sistema delle Nazioni Unite, lanciato nel 2024, mira a stabilire uno standard del 15% delle spese delle Nazioni Unite per l'uguaglianza di genere entro il 2026, che potrebbe fornire un'ancora di salvezza fondamentale per le iniziative sociali e di giustizia dell'AANES.

Conclusioni e raccomandazioni: il Rojava come faro per la WPS

La rivoluzione del Rojava è un faro di speranza per l'uguaglianza di genere, ma i suoi risultati stanno svanendo sotto il peso di livelli record di conflitto armato. Per garantire che l'agenda WPS possa incidere davvero, sono necessarie le seguenti azioni:

  • Solidarietà come difesa: la comunità globale deve usare la propria voce per esercitare pressioni sui governi affinché sostengano i diritti delle donne e delle minoranze nella regione NES e frenino le ambizioni repressive.
  • Finanziamento diretto: gli Stati membri devono andare oltre i progetti su piccola scala e aumentare il sostegno a finestre dedicate come il Women’s Peace and Humanitarian Fund (WPHF), garantendo che gli aiuti raggiungano direttamente i gruppi di donne in prima linea.
  • Responsabilità per le violazioni: deve esserci una maggiore responsabilità internazionale per le gravi violazioni dei diritti delle donne commesse durante le operazioni militari nel nord della Siria, compreso il ricorso a sanzioni contro gli autori di stupri su base etnica come arma di guerra.
  • Integrazione nei quadri di pace: qualsiasi accordo futuro sul conflitto siriano dovrà riconoscere le garanzie offerte dal modello di governance dell'AANES in materia di partecipazione delle donne e rappresentanza etnica.
  • Affrontare le reazioni negative: l'ONU deve adottare un approccio di “tolleranza zero” nei confronti di qualunque forma di intimidazione o rappresaglia nei confronti delle donne che operano per la pace come difensore dei diritti umani.

In sintesi, se l’agenda WPS punta a prevenire i conflitti e a governare con più efficacia i processi di pace attraverso il maggiore protagonismo delle donne, nel Rojava tali principi non solo sono stati attuati, ma espressi all’ennesima potenza. “L’Occidente dell’Oriente” ha dimostrato che quando le donne sono alla guida, i risultati di pace sono trasformativi e duraturi e le decisioni vengono prese in risposta alle richieste di autodeterminazione dei territori e dei popoli. Il “Consiglio delle donne siriane” fin dall’insediamento del cosiddetto “governo di transizione” guidato da al-Jolani chiede che le donne governino il processo di democratizzazione del paese, sedendosi ai tavoli delle trattative, secondo i principi della Jineoloji, la “Scienza delle donne e della vita”, fondata sui tre assiomi “Jin Jiyan Azadì, Donna vita libertà su cui si fonda il Confederalismo democratico. Eppure, le donne siriane, curde, arabe, yazide, druse, assire, e di tutte le etnie della Siria e aderenti al Consiglio delle donne siriane non solo sono state escluse da ogni tavolo ma è proprio contro di loro e la loro rivoluzione ecofemminista che si sta progettando l’assalto finale. La tenuta di questo bastione dell'uguaglianza e della giustizia sociale dipende dal fatto che la comunità internazionale voglia o meno ascoltare le proposte politiche delle donne oppure permetta che due decenni di progressi politici e sociali vengano calpestati dalle forze dell'autoritarismo globale. È per questo che il destino del Rojava riguarda tutte e tutti noi, del “vecchio mondo”. Che è si, morto, ma, per dirla con Gramsci, “il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”[3].

 

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[1] Organizzazione classificata come terroristica da Turchia, Stati Uniti e Unione europea (inserita nella lista UE dal 2004 e tuttora inclusa), oltre che dall’Iran e dalla NATO; qualificazione che è stata oggetto di dibattito giuridico e politico, mentre in altri contesti il PKK è considerato un movimento di liberazione nazionale curdo.

[2] https://www.youtube.com/watch?v=rUtfskXoxG0 , https://www.youtube.com/watch?v=3WC2xgjU1xw , https://www.youtube.com/live/MZPnXlnhtd4

[3] Gramsci, A. (1975). Quaderni dal carcere. Milano: Einaudi, p.311.