Oltre la norma: l’Agenda Donne, Pace e Sicurezza nel laboratorio colombiano

Alessandra Ciurlo
Docente, Pontificia Università Gregoriana

Oggi ci troviamo di fronte a una realtà particolarmente critica per la pace globale. Le violenze, soprattutto quelle dirette contro le donne, non solo non accennano a diminuire ma in molti contesti sembrano addirittura intensificarsi e diffondersi[1]. Le donne, infatti, subiscono in modo più devastante gli effetti di guerre e conflitti, affrontando un degrado che non riguarda solo alcuni paesi o conflitti interni ma che si estende anche a livello internazionale, aggravato dalla crescente corsa agli armamenti e da una nuova narrativa del conflitto. Una situazione che, fino a poco tempo fa, sarebbe sembrata inimmaginabile, ma che oggi è normalizzata in un mondo in cui parlare di guerra è ormai considerato una legittimazione per avere “sicurezza”.

Nonostante ciò, esistono anche esperienze positive che ci offrono speranza: in alcuni contesti, l’impegno delle donne per la pace non solo è forte, ma è determinante nel cambiare il destino di intere popolazioni. Uno di questi casi è quello della Colombia e del suo processo di pace.

Il paese ha vissuto un conflitto armato interno, un fenomeno multiforme che si è evoluto nel corso di oltre sessant’anni. Il conflitto è stato caratterizzato da una combinazione di dispute politiche, disuguaglianze sociali ed economiche e dalla presenza di attori armati che operavano fuori dai confini della legge, con forti violazioni dei diritti umani, del diritto internazionale umanitario e con gravi ripercussioni sulla popolazione civile[2].

Ha avuto un impatto devastante sulla vita delle donne e bambini/e, soprattutto quelle nelle zone rurali e nelle aree segnate dalla lotta tra gli attori armati per il controllo delle risorse e dei territori. Il conflitto ha lacerato il tessuto sociale e ha esposto le donne e le popolazioni vulnerabili a violenze sistematiche, come emerge nel Rapporto finale della Commissione per la Verità CEV[3]. Tuttavia, nel 2016, grazie ad anni di negoziati dell’Avana iniziati nel 2012, il governo di Juan Manuel Santos ha raggiunto un accordo di pace storico con la guerriglia delle FARC-EP. Questo accordo, firmato a Bogotá nel novembre del 2016, è stato uno dei primi al mondo a integrare in modo sistematico la prospettiva di genere grazie alla creazione della Sottocommissione di Genere durante i negoziati.

La Colombia rappresenta così uno degli esempi più significativi per comprendere le potenzialità, ma anche le sfide, dell'Agenda Donne, Pace e Sicurezza (WPS), a venticinque anni dall’adozione della Risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il Paese ha agito come un vero e proprio laboratorio per l'applicazione dell'Agenda WPS, non limitandosi alla sua dimensione normativa e giuridica, ma sperimentando un tentativo concreto di tradurre i concetti di partecipazione, diritti e sicurezza delle donne in un processo istituzionale di realizzazione della pace.

Il contributo delle donne

Le donne negli Accordi di Pace

La presenza delle donne nella costruzione della pace non è qualcosa che riguarda solo i negoziati dell’Avana; i movimenti delle donne e femministe sono stati protagonisti centrali di un lungo processo. Negli anni ’80 sono stati i primi a denunciare come la violenza fosse utilizzata per dirimere le differenze politiche; negli anni’90 hanno partecipato al processo costituente dopo gli accordi di pace tra i governi dei presidenti Virgilio Barco e Cesar Gaviria con i gruppi guerriglieri M-19, l’EPL e il Quintin Lame e, inoltre, hanno reso visibile la violenza di genere perpetrata sulle donne nell’ambito della violenza sociopolitica e della militarizzazione del paese.

Nonostante il loro protagonismo, nel processo di pace dell’Avana le donne rappresentavano soltanto il 15% tra i negoziatori. Non era così bassa la loro presenza nelle commissioni di appoggio ai negoziati, dove invece erano il 65% del totale. Delle 42 organizzazioni di donne che erano intervenute nelle diverse commissioni, 9 avevano partecipato direttamente nei negoziati. Erano organizzazioni di donne provenienti dalle diverse regioni del paese, donne indigene, contadine e afrodiscendenti[4].

Le donne e le organizzazioni femministe parteciparono a diversi fora con un’agenda che chiedeva il riconoscimento delle particolarità delle donne come attrici politiche e anche soggetti vittimizzati. Hanno fatto un lungo lavoro di lobby perché fosse incluso l’approccio di genere nel processo di pace. Tra questi sforzi, il Vertice Nazionale Donne e Pace, tenutosi nel 2013[5], ebbe come risultato la creazione della Sottocommissione di Genere nel 2014 nell'ambito dei negoziati, che costituisce una struttura pionieristica tra gli accordi di pace in tutto il mondo. Questo organismo era composto da donne delle delegazioni tanto del governo come delle FARC-EP, ed era sostenuto da una delegazione di vittime e organizzazioni della società civile. Esso, oltre a rivedere i punti degli accordi già discussi, ha lavorato su quelli mancanti.

La creazione della Sottocommissione di Genere comunque non sarebbe stata possibile senza gli impegni internazionali che hanno reso obbligatoria l'inclusione delle donne e dei loro diritti nei processi di negoziazione del conflitto e nella costruzione di una pace stabile e duratura, come richiesto dalla risoluzione 1325 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite[6].

L’approccio di genere nell’Accordo Finale ha significato l’adozione di misure specifiche nella pianificazione, esecuzione e monitoraggio dei piani e dei programmi contemplati nell’Accordo, tenendo conto delle esigenze specifiche e delle condizioni differenziali delle donne, in base al loro ciclo di vita, a quello che avevano subìto durante il conflitto e alle loro esigenze[7].

Questo approccio si è tradotto in una strategia articolata su otto assi tematici volta a garantire l’uguaglianza nell’accesso alla terra, alle risorse e ai diritti, a promuovere la partecipazione delle donne ai processi decisionali, a prevenire e contrastare le violenze di genere, a garantire verità, giustizia e riparazione, a riconoscere il ruolo politico delle donne, a rafforzare le organizzazioni femminili e a migliorare la produzione di dati disaggregati per genere, etnia e altre categorie che determinano diversità.

Lavoro su memoria, verità, riconciliazione e territorio

Oltre all’Accordo di Pace, durante il conflitto armato e nell’attuale periodo di post-conflitto, le donne hanno svolto e svolgono un ruolo decisivo nel mantenere la coesione delle comunità e nel promuovere processi di riconciliazione, incarnando in modo concreto i principi dell’Agenda WPS. Questo impegno ha avuto come punto di partenza essenziale, il riconoscimento delle molteplici forme di vittimizzazione subite dalle donne e la ricerca della verità come prerequisito per la pace.

Come evidenziato dalla CEV nel suo rapporto ¡Hay futuro si hay verdad!, sebbene le donne siano state colpite in modo sproporzionato dal conflitto armato, esse hanno svolto un ruolo centrale nei processi di pace per fare emergere la verità della guerra, per la ricerca di giustizia e forme di riparazione, contribuendo in modo sostanziale anche ai meccanismi di giustizia transizionale. Le testimonianze e le pratiche collettive promosse dalle donne hanno permesso di ampliare la comprensione degli impatti differenziati del conflitto, rendendo visibili forme di violenza storicamente rese invisibili da una società fortemente patriarcale, classista e razzista.

In molti territori, organizzazioni di base – ambientaliste, sociali, reti di donne e associazioni locali – hanno operato ed operano tuttora dal basso, promuovendo la partecipazione politica e sociale delle donne nei processi decisionali locali e rafforzando la prevenzione dei conflitti attraverso iniziative legate alla sicurezza alimentare, all’istruzione, alla salute e alla difesa della terra. Queste pratiche contribuiscono a una concezione diversa della sicurezza spostandola dalla dimensione puramente sicuritaria a quella sociale, relazionale e territoriale.

Alcune organizzazioni femminili promuovono processi di recupero psicosociale e di resilienza comunitaria attraverso strumenti quali l’arte e le pratiche artigianali locali volte alla guarigione del trauma e delle possibili rivittimizzazioni, per tenere viva la memoria e per la ricostruzione dei legami sociali. Al contempo, lavorano al recupero di saperi ancestrali e cosmovisioni delle comunità etniche che permettono di contrastare approcci culturali coloniali egemonici, rafforzando invece prospettive interculturali e intersezionali come auspicato dall’Agenda WPS.

Molte di queste organizzazioni sono diventate attori strategici nella ricostruzione del tessuto sociale frammentato dal conflitto, assumendo funzioni di mediazione, accompagnamento delle vittime e riconciliazione comunitaria. In tal senso, le donne non sono state soltanto riconosciute come vittime del conflitto e poi beneficiarie delle politiche di pace, ma soggetti politici attivi, contribuendo alla stesura dell’Accordo Finale e alla prevenzione della violenza, in linea con il principio cardine della partecipazione sancito dalla Risoluzione 1325.

Nel corso della storia colombiana, le donne si sono affermate come agenti di cambiamento e protagoniste della pace. In questo senso si può inquadrare l’adozione della Ley de Mujeres Buscadoras (Legge 2364) nel giugno 2024[8]. La normativa riflette il lungo percorso di advocacy portato avanti da organizzazioni femminili, tra cui la Fondazione Nydia Erika Bautista, per il riconoscimento del ruolo delle donne nella ricerca delle persone desaparecidas durante le ostilità. Questa legge segna una svolta importante perché riconosce ufficialmente tali donne come “costruttrici di pace” e soggetti di speciale protezione costituzionale. In tal modo, essa contribuisce a rafforzare il pilastro della protezione dell’Agenda WPS e a consolidare un approccio alla pace che integra diritti, sicurezza, giustizia e partecipazione.

Le sfide attuali e le prospettive future

Nonostante l’adozione dell’approccio di genere nell’Accordo di Pace e l’esistenza di un articolato quadro normativo e di politiche con una prospettiva di genere, intersezionale e attenta alle diversità – nonché di meccanismi specifici per il monitoraggio della sua implementazione e per il coordinamento tra istituzioni statali e organizzazioni di donne nei diversi territori – permangono numerose sfide per il suo effettivo consolidamento. Tra queste, assumono particolare rilevanza la riduzione o l’insufficienza delle risorse dedicate, così come i ritardi nell’attuazione dell’approccio di genere e dell’Accordo di pace nel loro complesso, che mettono in luce difficoltà strutturali e congiunturali di complessa risoluzione.

In questo contesto, persistono inoltre fattori di continuità del conflitto armato, legati alla presenza di vecchi e nuovi attori armati, tra cui il gruppo guerrigliero ELN, le dissidenze delle FARC-EP e diverse organizzazioni criminali connesse al narcotraffico, impegnate nel controllo territoriale. L’estrattivismo e le economie illegali continuano a colpire regioni e popolazioni già fortemente vulnerabili, aggravando situazioni di ingiustizia sociale e ambientale. Sebbene lo Stato abbia compiuto passi avanti nei programmi di eradicazione delle coltivazioni di coca e di sostituzione con colture alternative, come previsto dall’Accordo Finale, il percorso resta ancora lungo. Queste dinamiche si traducono in forme diffuse di violenza, sfollamento forzato, uccisione di ex-combattenti reintegrati nella vita civile e di leader sociali, molte delle quali sono donne.

Guardare al futuro implica riconoscere che il contributo delle donne alla costruzione della pace non può essere dato per scontato né ridotto a una dimensione meramente simbolica. Al contrario, esso richiede condizioni materiali, politiche e di sicurezza che ne garantiscano la continuità e l’efficacia. In primo luogo, la protezione delle leader sociali e delle difensore dei diritti umani deve diventare una priorità sostanziale e operativa, superando approcci formali e insufficienti. In parallelo, è necessario rafforzare i meccanismi di partecipazione femminile ai processi decisionali e promuovere politiche capaci di affrontare le disuguaglianze strutturali che alimentano storicamente l’esclusione, la marginalizzazione e la povertà nel paese.

Un ulteriore elemento riguarda l’accesso ai finanziamenti. Sostenere in modo credibile un’agenda sulle donne nel futuro significa investire direttamente nelle organizzazioni locali, superando dispositivi burocratici che tendono a privilegiare attori intermedi e riconoscendo il valore politico e sociale del lavoro quotidiano di cura, mediazione e ricostruzione comunitaria svolto dalle donne nei territori.

Infine, nell’attuale scenario internazionale – segnato da crescenti violazioni del diritto internazionale da parte degli Stati più forti e dalla messa in discussione, nella pratica, di convenzioni e strumenti fondamentali come la Risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – risulta quanto mai necessario rafforzare il collegamento tra i livelli locale, nazionale e internazionale. Le esperienze e le pratiche delle donne nei diversi luoghi devono poter dialogare in modo strutturato e continuativo con gli spazi decisionali statali e multilaterali, affinché l’Agenda Donne, Pace e Sicurezza, strumento fondamentale, non rimanga un quadro normativo astratto, svuotato di efficacia e distante dalle realtà vissute.

In questo quadro, attraversato da narrazioni regressive che mettono in discussione diritti faticosamente conquistati, la partecipazione delle donne è un atto di resistenza assumendo un carattere realmente trasformativo. Infatti, il loro protagonismo dimostra come esse siano soggetti politici a pieno titolo, capaci di incidere sulle decisioni, sulle priorità e sull’allocazione delle risorse, condizione imprescindibile per la costruzione di una pace duratura e sostenibile.

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[1] Crf. ONU MUJERES, Datos y cifras: violencia contra las mujeres, 20 de noviembre 2025

[2] Centro  Nacional  de  Memoria  Histórica,  ¡Basta  ya!: Colombia: memorias de guerra y dignidad. Bogotá: CNMH, 2013.

[3] Cfr. Comisión para el Esclarecimiento de la Verdad, Convivencia y la No Repetición (CEV) ¡Hay futuro si hay verdad! Informe Final, Bogotá: Comisión de la Verdad, 2022, in particolare cfr. Volume 7: Mi cuerpo es la verdad: experiencias de mujeres y personas LGBTIQ+ en el conflicto armado. 

[4] De Oliveira Schuck, E., e Brito, L. “Mujeres, paz y seguridad internacional: el Acuerdo de La Habana para la paz en Colombia”, in Relaciones Internacionales, n.41, 2019, pp.73-90. 

https://doi.org/10.15366/relacionesinternacional

[5] Sul Vertice Nazionale Donne e Pace, cfr: https://www.cumbrenacionaldemujeresypaz.com.co/

[6] Gómez Correal Diana Marcela, “Mujeres, género y el Acuerdo de la Habana”, LASA FORUM, Vol. XLVIII, I, 2017. 

[7] Accordo Finale: https://www.cancilleria.gov.co/sites/default/files/Fotos2016/12.11_1.2016nuevoacuerdofinal.pdf

[8] Legge 2364/giugno 2024