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Politica

La guerra « europea » diventa infinita

13 July 2023
Massimo Nava - Editorialista Corriere della Sera

Dopo cinquecento giorni di guerra in Ucraina, si intensifica lo scontro sul piano militare e si moltiplicano attacchi a infrastrutture civili da parte dei russi. La catastrofe è umanitaria, ecologica, ma anche politica e diplomatica, non profilandosi all’orizzonte prospettive di pace e nemmeno di un precario cessate il fuoco. Nella migliore delle ipotesi, si prospetta il prolungamento infinito del conflitto, senza che si risolvano dispute territoriali e che qualcuno possa cantare vittoria. Un conflitto infinito prolungherà la sofferenza delle popolazioni, ritarderà la ricostruzione dell’Ucraina, allontanerà la prospettiva di un ingresso del Paese nella Ue e nella Nato, in una situazione di drammatica instabilità nel cuore dell’Europa.

 Tutti gli esperti concordano sulla fatto che nessuna delle due parti abbia la capacità di ottenere una vittoria militare, salvo immaginare l’uso di armi non convenzionali. Anche se la controffensiva di Kiev avesse successo, la Russia non smetterebbe di combattere per il controllo delle zone contese. E la riconquista o meno di porzioni di territorio da parte dell’Ucraina non significherebbe automaticamente la fine della guerra.

Per la Russia si aggiunge una catastrofe strategica e di immagine del Paese nel mondo i cui danni si misureranno per decenni. Ma Putin continua a ritenere che il tempo sia dalla sua parte e forse, in questo, ha ragione.

«La Russia e l'Ucraina dovranno accontentarsi di una linea di controllo de facto che nessuna delle due riconosce come confine internazionale », è la previsione di Foreign Affairs. Quando le guerre interstatali durano più di un anno, si estendono in media per oltre un decennio, è la previsione degli esperti americani che di conflitti prolungati e senza exit strategy (Vietnam, Irak, Afghanistan, Balcani) se ne intendono.

« Un conflitto prolungato - secondo Foreign Affairs - manterrebbe il rischio di una possibile escalation, sia verso l'uso di armi nucleari russe sia verso uno scontro tra Russia e NATO. Le ricadute economiche globali della guerra, compresa la volatilità dei prezzi dei cereali e dell'energia, persisterebbero. Gli Stati Uniti non sarebbero in grado di concentrare le proprie risorse su altre priorità e la dipendenza russa dalla Cina si aggraverebbe. Anche se una guerra lunga indebolirebbe ulteriormente la Russia, questo vantaggio non supera i costi ».

Anche se ci fosse un consenso tra gli alleati e le capitali europee per offrire a Kiev una garanzia di sicurezza attraverso l'adesione alla NATO (che per ora non c’è) questo potrebbe rendere la pace così poco attraente per la Russia che Putin deciderebbe di continuare a combattere.

È quindi urgente studiare una soluzione praticabile per accelerare la fine del conflitto, tenendo presente che Ucraina e Russia resteranno nemici per generazioni anche senza più combattere. Solo gli oligarchi, da entrambe le parti, continueranno a fare affari. Solo il comparto militare svuota i magazzini e moltiplica profitti a spese dei contribuenti. E solo l’Europa, in termini di ondate migratorie, crisi energetica e recessione continuerà a pagare il prezzo della guerra. Il che comporta forti rischi di implosione politica se le destre conservatrici e sovraniste dovessero - come probabile - capitalizzare i contraccolpi del conflitto alle prossime elezioni per il parlamento di Strasburgo.

Le decisioni di Kiev e Mosca sono ancora oggi molto più determinanti di quelle prese a Bruxelles o Washington. I governi europei e occidentali che sostengono l’Ucraina con un’enorme mole di aiuti finanziari e militari dovrebbero aumentare anche la propria capacità diplomatica e politica che, dopo il vertice di Vilnius, appare invece contraddittoria e spuntata. Dopo cinquecento giorni di guerra, i governi europei si limitano a soddisfare, con intensità variabile, le pretese di Kiev e le direttive di Washington. L’unica debole iniziativa è stata sinora quella del Vaticano.

Un armistizio non riconsegnerebbe all’Ucraina i territori contesi, ma darebbe al Paese l’opportunità di una ricostruzione economica e sociale come premessa di un futuro di prosperità. Gli esempi della Corea del Sud e della Germania Occidentale prima della caduta del Muro di Berlino sono significativi per una via d’uscita da un conflitto congelato.

Un’iniziativa europea autonoma e determinata, che offra all’Ucraina garanzie di sicurezza e un futuro di prosperità con un solido aggancio all’Europa e all’occidente e che, nel contempo, consenta alla Russia di salvare la faccia e non essere umiliata, sarebbe un passo avanti. Difficile, tortuoso, probabilmente poco etico, ma politicamente preferibile all’opzione della guerra infinita. Il mondo è pieno di territori contesi, di confini non riconosciuti, di « muri » eretti e poi abbattuti, di regioni separate dall’ incompatibilità etnica, culturale, linguistica. Non potrebbe essere anche il caso dell’Ucraina?  Anche gli immensi lutti e sacrifici del popolo ucraino non possono durare all’infinito, a meno che il presidente Zelensky non preferisca l’agonia senza fine al compromesso. Forse anche la rinuncia alla riconquista totale dei territori perduti sarebbe una prova di coraggio. O quantomeno di realismo, per salvare il suo popolo.