Il nemico perfetto. Il narcoterrorismo come Dottrina di sicurezza nazionale del XXI secolo
Ogni ordine politico si riconosce dal nemico che sceglie. Durante la Guerra fredda, in America Latina, quel nemico aveva il volto del subversivo, il delincuente subversivo del lessico della dittatura militare argentina che governò dal 1976 al 1983. Oggi assume invece quello del narcotrafficante. Ne discende una domanda preliminare, che riguarda non tanto chi governa quanto contro chi si governa.
Nel febbraio 2025 il Dipartimento di Stato ha designato otto organizzazioni criminali latinoamericane, tra cui il Cartello di Sinaloa e il Tren de Aragua, come Foreign Terrorist Organizations (Department of State 2025). Il 2 ottobre dello stesso anno la Casa Bianca ha notificato al Congresso che gli Stati Uniti si trovavano in un «conflitto armato non internazionale» con i cartelli.[1] Il 24 novembre la designazione è stata estesa al Cartel de los Soles, attribuito ai vertici del governo venezuelano (Federal Register 2025). Dal settembre 2025 gli attacchi contro imbarcazioni nei Caraibi e nel Pacifico hanno causato oltre 200 morti.[2] Il 3 gennaio 2026 Nicolás Maduro è stato catturato a Caracas e trasferito a New York per rispondere di narcoterrorismo,[3] mentre dal marzo successivo militari statunitensi affiancano le forze ecuadoriane in operazioni terrestri.[4]
In ciascuno di questi passaggi la definizione del nemico precede l’uso della forza. Conviene quindi spostare l’attenzione dagli attori alla categoria che li collega. La tesi qui sostenuta è che il narcoterrorista svolga oggi, per la cosiddetta dottrina Donroe, la stessa funzione che il sovversivo svolgeva per la Dottrina di sicurezza nazionale. Tale dottrina costruì il quadro ideologico con cui, tra gli anni Sessanta e Ottanta, le forze armate latinoamericane, spesso formate negli Stati Uniti, giustificarono la repressione del nemico interno. In entrambi i casi la figura del nemico serve ad autorizzare la forza, ad allineare gli Stati e a restringere la sovranità. Esiste tuttavia una differenza decisiva, poiché l’eccezione, ossia la sospensione delle garanzie ordinarie in nome di un’emergenza, oggi non si impone con un colpo di Stato, ma si conquista nelle urne.
Dal subversivo al narcoterrorista
La Dottrina di sicurezza nazionale si fondava sull’idea che la guerra non si combattesse più tra Stati, bensì all’interno delle società, contro un nemico interno legato a una minaccia esterna (Comblin 1977). Da questa premessa discendevano la sospensione delle garanzie, la militarizzazione dell’ordine pubblico e un coordinamento regionale con il sostegno di Washington. L’espressione più estrema fu il Plan Cóndor, il sistema clandestino attraverso il quale le dittature del Cono Sur condividevano informazioni di intelligence e si consegnavano reciprocamente gli oppositori catturati, perseguendoli e spesso eliminandoli anche oltre i confini nazionali (McSherry 2005).
Almeno tre elementi di quell’impianto riaffiorano nel presente. Il primo è la natura ibrida del nemico, al tempo stesso interno e transnazionale, come mostra il caso del Cartel de los Soles. Un’organizzazione criminale diventa così l’emanazione di un governo straniero, come un tempo il sovversivo lo era del comunismo internazionale. Il secondo riguarda la sospensione della normalità giuridica, dal momento che la Strategia di sicurezza nazionale del 2025 prevede di sconfiggere i cartelli anche con il ricorso, «ove necessario», alla forza letale (White House 2025, p. 16, traduzione mia). Il terzo è la coalizione. Il vertice Shield of the Americas, riunito a Doral, in Florida, il 7 marzo 2026 con dodici governi della regione, ha infatti dato vita a un’alleanza anti-cartelli.[5]
Anche il termine ha una storia. Narcoterrorismo viene generalmente fatto risalire al presidente peruviano Fernando Belaúnde Terry, che nel 1983 lo usò per definire gli attacchi contro la polizia antidroga (Hartelius 2008). Dopo il 2001 il termine è servito a fondere la guerra alla droga con la guerra al terrore (Björnehed 2004). Si tratta di un caso di scuola di securitizzazione, ossia del processo attraverso cui un problema viene presentato come una minaccia esistenziale, giustificando così misure altrimenti inaccettabili (Buzan, Wæver e de Wilde 1998).
Rispetto alla Guerra fredda, tuttavia, qualcosa cambia, in quanto il sovversivo, per quanto la Dottrina volesse annientarlo, era portatore di un progetto politico che poteva essere contraddetto e, come mostrarono le transizioni democratiche, persino integrato. Con un’impresa criminale, al contrario, non si discute. La fusione tra narco e terrorismo cancella dunque la distinzione tra polizia e guerra e, con essa, quella tra imputato e bersaglio. In questo modo si radicalizza la contrapposizione amico-nemico che Schmitt poneva a fondamento del politico, poiché l’avversario si trasforma in un bersaglio privo di qualsiasi rappresentanza (Schmitt 1972).
L’eccezione votata
Negli anni Settanta l’eccezione era imposta dalle giunte militari, mentre oggi sono gli elettori a domandarla. Il caso fondativo è El Salvador, dove il regime d’eccezione in vigore dal 27 marzo 2022 ha portato, secondo Amnesty International (2026), a oltre 90.000 arresti complessivi in quattro anni, un dato cumulativo distinto dall’attuale popolazione carceraria, e ad almeno 470 morti in custodia, in un quadro di violazioni che potrebbe configurare crimini contro l’umanità. Eppure Nayib Bukele ottiene le valutazioni più alte della regione (Latinobarómetro 2024).
Il fenomeno non è nuovo, come mostra la letteratura sul populismo punitivo (Wolf 2017; Bonner 2019), ma ha cambiato scala. La sicurezza è il secondo problema più importante indicato dai cittadini della regione (22%), dopo l’economia (42%), e la sola criminalità è passata dal 5% del 1995 al 19% del 2024 (Latinobarómetro 2024). Al tempo stesso, l’adesione ai principi democratici appare fragile. Circa un quarto dei latinoamericani si dichiara infatti indifferente al tipo di regime, mentre il 16% ritiene che un governo autoritario possa essere preferibile (Latinobarómetro 2024).
Le politiche ispirate al modello salvadoregno, tuttavia, non producono ovunque gli stessi risultati. In Ecuador, nonostante stati d’emergenza reiterati, militarizzazione e nuove carceri di massima sicurezza, gli omicidi nel 2025 sono saliti a 9.216, oltre il 30% in più rispetto all’anno precedente. Luis Córdova, dell’Universidad Central del Ecuador, parla in proposito di un’«estetica della guerra», cioè di una forza messa in scena senza un controllo effettivo sul crimine organizzato.[6] Nello stesso periodo il paese ha perso 31 posizioni nella classifica sulla libertà di stampa (RSF 2026). La ricerca comparata aiuta a comprendere tale esito, poiché le offensive indiscriminate tendono ad accrescere la violenza dei cartelli, anche contro lo Stato, anziché ridurla (Lessing 2017).
Proprio in questo scarto tra consenso e risultati si coglie la natura delle cosiddette democrature. Non si tratta di regimi che aboliscono il voto, bensì di sistemi in cui lo stato d’eccezione diventa popolare, si rinnova attraverso le elezioni e finisce così per sottrarsi alla critica.
Il paradosso della sovranità
La storia delle relazioni interamericane è stata segnata dalla tensione tra gli interventi statunitensi e la rivendicazione latinoamericana del principio di non intervento (Loveman 2010). La nuova grammatica della sicurezza rovescia questa tradizione. La Strategia di sicurezza nazionale afferma esplicitamente che gli Stati Uniti intendono «arruolare campioni regionali» in grado di garantire una «stabilità tollerabile», anche «oltre i confini» dei partner stessi (White House 2025, p. 15, traduzione mia). Ne consegue che governi presentatisi come difensori della patria sollecitano operazioni militari straniere sul proprio territorio. Il 12 agosto 2026, ad esempio, la Colombia è diventata il diciannovesimo membro della coalizione anti-cartelli, sulla base di un’intesa che prevede operazioni congiunte contro il narcoterrorismo.[7]
Il caso ecuadoriano rende questa tensione particolarmente evidente. Nel referendum del 16 novembre 2025 gli elettori hanno respinto nettamente il ritorno di basi militari straniere,[8] eppure pochi mesi dopo forze speciali statunitensi operavano nel paese al fianco di quelle ecuadoriane. I cittadini, dunque, chiedono mano dura senza voler rinunciare alla sovranità. È precisamente la categoria di narcoterrorismo a rendere compatibili le due istanze, trasformando la presenza militare straniera in cooperazione contro un nemico comune.
In questo senso la Donroe non viene soltanto imposta, ma trova Stati disposti a richiederla. Ciò la distingue tanto dalla dottrina Monroe ottocentesca quanto dall’interventismo del Corollario Roosevelt, poiché l’egemonia passa ora attraverso l’adesione (Grandin 2006).
Il nemico come strumento di disciplina
La categoria di narcoterrorista svolge inoltre una funzione diplomatica, poiché distingue gli alleati dai sospetti. Il 24 ottobre 2025 il Tesoro statunitense ha sanzionato l’allora presidente colombiano Gustavo Petro in base alla normativa antinarcotici (OFAC 2025), creando un precedente eccezionale nei confronti di un alleato storico. Il Messico, a sua volta, è stato indicato dal presidente statunitense come l’«epicentro» della violenza dei cartelli.[9]
Di conseguenza ogni via alternativa diventa sospetta, che si tratti del negoziato con i gruppi armati, della cooperazione giudiziaria anziché militare o della semplice invocazione del principio di non intervento. Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva ha definito inaccettabile l’attacco al Venezuela.[10] La presidente messicana Claudia Sheinbaum, dal canto suo, ha ribadito di aver opposto un «no» all’ingresso dell’esercito statunitense.[11] In entrambi i casi è stato difeso il principio di sovranità, che tuttavia la grammatica del nemico rende assimilabile alla reticenza o perfino alla complicità.
Brasile e Messico, assenti al vertice Shield of the Americas di Doral, restano pertanto i due grandi paesi esterni a questo schema. Il 25 ottobre 2026 Lula è stato rieletto al ballottaggio con il 51,8% dei voti validi, contro il 48,2% di Flávio Bolsonaro,[12] un esito che preserva, almeno nel breve periodo, lo spazio di autonomia del paese. La logica del nemico esterno, peraltro, non riguarda solo i cartelli: la stessa Strategia di sicurezza nazionale accomuna il migrante e il narcotrafficante, chiedendo ai partner regionali di fermare la migrazione «illegale e destabilizzante» e di neutralizzare i cartelli (White House 2025, p. 15, traduzione mia). In entrambi i casi l’origine del disordine è collocata all’esterno e la necessità dell’eccezione all’interno.
Un vuoto che viene da lontano
Sarebbe tuttavia un errore leggere questa analisi come una negazione del problema. La violenza criminale in America Latina è reale e la domanda di sicurezza dei cittadini è legittima. La questione non è dunque se combattere le organizzazioni criminali, ma con quale categoria farlo. Definirle terroriste significa infatti spostare la risposta dal terreno della giustizia a quello della guerra, affidando la definizione del problema a chi dispone della forza militare per affrontarlo.
La forza di questa grammatica si misura, d’altra parte, sul vuoto che ha incontrato. Negli ultimi due decenni molti governi, di ogni orientamento, hanno considerato l’insicurezza ora come un effetto collaterale della povertà, destinato a ridursi con la crescita, ora come una questione di polizia locale. Nel frattempo, le economie criminali si sono transnazionalizzate, dalla cocaina all’estrazione mineraria illegale fino al riciclaggio. La regione, inoltre, non si è mai dotata di una propria dottrina democratica della sicurezza. Quando la criminalità è diventata una delle principali preoccupazioni dei cittadini, la definizione del nemico è perciò arrivata dall’esterno, già pronta.
Un’altra sicurezza
È verosimile che la Donroe sopravviva al suo promotore, poiché la sua categoria centrale è ormai istituzionalizzata, attraverso designazioni formali e alleanze. Così come l’anticomunismo sopravvisse a numerose amministrazioni, il narcoterrorismo potrebbe diventare il lessico stabile delle relazioni emisferiche.
Un’alternativa esiste, ma richiede di cambiare l’oggetto stesso della sicurezza, spostandolo dai territori ai flussi. Il 70% delle armi recuperate in Messico tra il 2014 e il 2018 e sottoposte a tracciamento proveniva dagli Stati Uniti (GAO 2021), mentre i proventi del narcotraffico transitano per porti, banche e mercati immobiliari su entrambe le sponde dell’Atlantico. Colpire i flussi di armi, merci e capitali è meno spettacolare di un bombardamento, ma incide sulle economie criminali anziché sui quartieri poveri. In questa prospettiva l’Unione europea dispone di uno spazio concreto di cooperazione in materia di intelligence finanziaria, controllo portuale e giustizia penale, anche nel quadro dell’accordo UE-Mercosur, in vigore provvisoriamente dal 1° maggio 2026.[13] Non si tratterebbe di un’alternativa geopolitica agli Stati Uniti, bensì dell’offerta di una sicurezza che non chiede di sospendere la democrazia per essere difesa.
Chi sceglie il nemico, in definitiva, sceglie anche quale democrazia resterà. La posta in gioco per l’America Latina è che quella scelta torni a essere compiuta all’interno della regione.
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[1]NBC News, 2 ottobre 2025.
[2]PBS NewsHour, 3 giugno 2026.
[3]PBS NewsHour, 4 gennaio 2026.
[4]Time, marzo 2026.
[5]NPR, 7 marzo 2026.
[6]BBC Mundo, 29 luglio 2026.
[7]Infobae, 12 agosto 2026.
[8]NPR, 17 novembre 2025.
[9]Expansión, 9 marzo 2026.
[10]Poder360, 3 gennaio 2026.
[11]Expansión, 9 marzo 2026.
[12]Tribunal Superior Eleitoral (TSE), 25 ottobre 2026.
[13]Commissione europea, Rappresentanza in Spagna, 23 marzo 2026.
Bibliografia
Amnesty International (2026), El Salvador: el costo humano del régimen de excepción podría constituir crímenes de lesa humanidad, 15 luglio.
Björnehed E. (2004), «Narco-Terrorism: The Merger of the War on Drugs and the War on Terror», Global Crime, 6(3-4), pp. 305-324.
Bonner M.D. (2019), Tough on Crime: The Rise of Punitive Populism in Latin America, Pittsburgh, University of Pittsburgh Press.
Buzan B., Wæver O., de Wilde J. (1998), Security: A New Framework for Analysis, Boulder, Lynne Rienner.
Comblin J. (1977), Le pouvoir militaire en Amérique latine. L’idéologie de la sécurité nationale, Paris, Delarge.
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Federal Register (2025), Foreign Terrorist Organization Designation of Cartel de los Soles, 24 novembre.
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Grandin G. (2006), Empire’s Workshop: Latin America, the United States, and the Rise of the New Imperialism, New York, Metropolitan Books.
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Latinobarómetro (2024), Informe 2024. La democracia resiliente, Santiago de Chile.
Lessing B. (2017), Making Peace in Drug Wars: Crackdowns and Cartels in Latin America, Cambridge, Cambridge University Press.
Loveman B. (2010), No Higher Law: American Foreign Policy and the Western Hemisphere since 1776, Chapel Hill, University of North Carolina Press.
McSherry J.P. (2005), Predatory States: Operation Condor and Covert War in Latin America, Lanham, Rowman & Littlefield.
OFAC – U.S. Department of the Treasury (2025), Counter Narcotics Designations, 24 ottobre.
RSF – Reporters sans frontières (2026), World Press Freedom Index 2026.
Schmitt C. (1972), Le categorie del «politico», a cura di G. Miglio e P. Schiera, Bologna, il Mulino.
White House (2025), National Security Strategy of the United States of America, Washington DC.
Wolf S. (2017), Mano Dura: The Politics of Gang Control in El Salvador, Austin, University of Texas Press.