L’America Latina tra «Corollario Trump» e ascesa delle ultradestre

Raffaele Nocera
Docente di Storia dell'America Latina contemporanea, Università di Napoli l'Orientale di Napoli

A partire dal gennaio 2025, con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, e soprattutto dal novembre di quell’anno, quando l’amministrazione repubblicana ha reso noto il documento National Security Strategy of the United States of America, sono stati esplicitati, per ciò che concerne la regione, i lineamenti della politica estera latinoamericana degli Stati Uniti, ribattezzati «Corollario Trump» alla «dottrina Monroe».

Parallelamente, all’argentino Javier Milei si sono affiancati altri presidenti di estrema destra, in special modo in Cile e Colombia.[1] Non appare dunque infondato il tentativo di intrecciare le due questioni. Tuttavia, perché tale connessione possa essere considerata una chiave interpretativa utile a comprendere cosa sia accaduto e stia tuttora accadendo nelle Americhe, occorre dapprima scomporla, riflettendo separatamente su ciascuna delle due questioni e, per la seconda, considerando anche l’eterogeneità dell’attuale quadro politico latinoamericano, per poi ricomporla.

Iniziamo dall’evoluzione della condotta degli Stati Uniti nei confronti delle nazioni del continente.

Dal 1993 in poi, indipendentemente dal partito di riferimento e con le dovute calibrature a seconda delle diverse congiunture dello scenario regionale e internazionale, tutti i presidenti statunitensi hanno impostato i rapporti interamericani seguendo sostanzialmente le stesse direttrici, abbozzate all’incirca negli anni Ottanta del XX secolo e poi precisate, in particolar modo, durante i due mandati di Bill Clinton.

Difatti, se il repubblicano George H.W. Bush si trovò a fare i conti con gli strascichi della Guerra fredda, in special modo nell’area centroamericana, e non rinunciò a ricorrere all’intervento militare a Panama nel 1989 (l’ultimo esempio di uso della forza sino a quello in Venezuela del gennaio 2026), Clinton poté invece gestire i rapporti emisferici con moderazione e pragmatismo, in linea con la politica estera condotta a livello mondiale. Ma, soprattutto, ebbe maggiore libertà d’azione grazie a una congiuntura favorevole di cui nessun suo predecessore aveva potuto beneficiare nel corso del Novecento.

Se si esclude il «nemico storico», vale a dire il regime castrista, tutte le nazioni del subcontinente erano, poco importa se convintamente o meno, allineate agli Stati Uniti e, in particolare, ai dettami neoliberisti e al «nuovo ordine mondiale» a guida statunitense.

Clinton non dovette così sforzarsi troppo per dare continuità, pur nel quadro della retorica a tratti trionfalistica della sua amministrazione, ad alcuni obiettivi lasciatigli in eredità dai suoi due predecessori repubblicani: proseguire, con maggiore enfasi e maggiori risorse  la lotta al narcotraffico e all’immigrazione illegale, ritenuti emergenze continentali sin dagli anni di Ronald Reagan; promuovere il libero scambio, anche mediante il progetto di creare un’area economica di tutte le Americhe, dall’Alaska alla Terra del Fuoco, secondo le parole del suo promotore, George H.W. Bush. Il progetto sarebbe poi naufragato nel 2005, durante l’amministrazione del figlio.

Nondimeno, il presidente democratico aggiunse all’agenda di politica continentale una linea di indirizzo che in seguito sarebbe diventata strutturale: considerare prioritari i rapporti con Brasile, Colombia e Messico – e, in seconda battuta, quelli con singoli blocchi di nazioni (aree caraibica, centroamericana, andina ecc.) – e, a tal scopo, gestire i rapporti interamericani accantonando definitivamente la formulazione di una strategia valida per tutta l’America Latina, come era avvenuto per quasi tutto il Novecento.

Da allora le novità sarebbero state poche: una rilevante, la lotta al «terrorismo globale»; altre di corto respiro, come il riavvicinamento con Cuba durante l’amministrazione di Barack Obama; altre ancora volte ad aggiornare un asse già definito, come l’inserimento, con George W. Bush, del Cile tra i principali partner di Washington, in quanto paese considerato estremamente dinamico sul piano economico e ponte con l’Asia-Pacifico.

Il punto di svolta si è registrato con Donald Trump, ma non, come si potrebbe ritenere, in relazione a temi a lui molto cari, quale quello dell’immigrazione illegale, bensì sul piano del potere egemonico, cioè della volontà di dettare l’agenda continentale senza tenere minimamente conto del multilateralismo, della cooperazione con i partner meridionali e dei loro interessi nazionali.

Il cambiamento, tuttavia, non si verificò durante il suo primo mandato, quando, al netto dei pesanti attacchi verbali rivolti ai vicini del Sud, l’agenda continentale fu poco più che abbozzata, sia per il sostanziale disinteresse mostrato dalla Casa Bianca nei loro confronti, sia perché l’esaurimento della stagione del progressismo e il ritorno, in alcune nazioni, della destra liberale e liberista non comportarono un automatico allineamento agli Stati Uniti.

Il panorama politico latinoamericano fu, infatti, variegato, con alcuni governi di sinistra o centrosinistra (Argentina con Alberto Fernández, Messico con Andrés Manuel López Obrador, Bolivia con Evo Morales e poi Luis Arce, Ecuador con Lenín Moreno) e altri di centrodestra (Cile con Sebastián Piñera, Colombia con Iván Duque Márquez, Brasile con Michel Temer). Tutti furono, però, accomunati, sebbene con intensità variabile, dal proposito di frenare le fughe in avanti del magnate statunitense.

In merito al tema migratorio, è sufficiente ricordare che, dal 2017 al 2021, Trump affrontò la questione con una buona dose di aggressività, arroganza e mancanza di rispetto nei confronti del vicino Messico, reo, a suo giudizio, di non arrestare i flussi migratori verso nord. Proprio in ragione dello scarso impegno attribuito al governo messicano, il presidente statunitense pretendeva inoltre di addebitargli i costi della costruzione del muro (alla fine del mandato ne sarebbero stati costruiti 730 km, di cui, però, soltanto un settimo circa di nuova edificazione).

Una durezza ancora maggiore fu mostrata nei confronti degli immigrati irregolari, dal momento che, durante la presidenza Trump, ne furono espulsi 1,5 milioni dagli Stati Uniti. Tuttavia, è opportuno rammentare che Joe Biden non si discostò molto dal suo predecessore. La costruzione del muro lungo il confine con il vicino meridionale fu sì fermata, ma il presidente democratico diede continuità alle espulsioni: circa 400.000, ai quali vanno sommati coloro – circa 3 milioni - che fino al maggio del 2023 attraversarono illegalmente la frontiera e che, a causa della pandemia, furono rimpatriati ufficialmente al fine di salvaguardare la salute pubblica.[2]

È dunque durante il secondo mandato di Trump, in parte per una maggiore assertività e per il ferreo controllo delle leve interne del potere, in parte per la svolta reazionaria inaugurata da Jair Bolsonaro in Brasile nel 2019 e proseguita da Javier Milei nel 2023, per finire con José Antonio Kast in Cile nel 2026,[3] che si è assistito a una netta inversione di tendenza rispetto al passato.

L’abbandono definitivo dell’internazionalismo liberale – uno dei pilastri del primato statunitense a livello globale nel periodo successivo alla Guerra fredda –, l’autoattribuzione agli Stati Uniti del compito di governare unilateralmente il mondo, la delegittimazione degli organismi multilaterali internazionali (in primo luogo dell’ONU) e la guerra commerciale portata avanti attraverso la politica dei dazi hanno comportato, nelle Americhe, una totale noncuranza per le esigenze degli attori latinoamericani e il ricorso a ogni strumento dell’armamentario della politica di potenza.

Lo dimostrano l’intervento militare in Venezuela, teso alla cattura di Maduro (e avente come scopo principale quello di accaparrarsi le ingenti risorse energetiche del paese); l’isolamento e lo strangolamento economico di Cuba, al fine di provocare un cambio di regime; e, soprattutto, le sanzioni tariffarie dirette in special modo contro il Brasile e il Messico, non a caso governati da due leader di sinistra (Lula e López Obrador sino al 2024, quando quest’ultimo è stato sostituito da Claudia Sheinbaum). Non secondaria è, infine, la sfiducia dell’attuale amministrazione repubblicana nei confronti delle istituzioni e delle organizzazioni regionali.

Sintetizzando al massimo, questa è l’essenza di ciò che è stato definito «Corollario Trump» alla dottrina Monroe (o «dottrina Donroe»), che, non a caso, evoca nostalgicamente la stagione della prima manifestazione – molto muscolare – dell’imperialismo statunitense, quella di Theodore Roosevelt.

Se, all’inizio del Novecento, lo scopo era affermare la supremazia regionale degli Stati Uniti e contrastare le interferenze delle potenze europee, in special modo nel circuito caraibico (per non avere poi rivali extracontinentali in tutta la regione), oggi tale corollario ha come bersaglio la Cina e, di riflesso, quei paesi che, indipendentemente dall’orientamento politico dei rispettivi governi, non collaborano al perseguimento dell’obiettivo strategico di estromettere la potenza cinese dall’area (e, in misura minore, la Russia).

Esso si rivolge, quindi, contro tutte le nazioni – soprattutto Brasile, Cile, Perù, Argentina e Uruguay – i cui scambi commerciali con Pechino sono notevolmente cresciuti negli ultimi anni, nonché contro quelle che hanno ricevuto ingenti investimenti diretti cinesi (Cile, Perù, Costa Rica, Ecuador, Nicaragua e Argentina).[4]

Ne consegue – e qui veniamo alla seconda questione da analizzare – che l’affinità ideologica tra i governanti di ultradestra (Milei, Kast, de la Espriella ecc.) e Trump non si traduce in un trattamento di favore da parte di Washington sul piano dell’autonomia strategica, cioè in maggiori margini di manovra per i primi rispetto ai governi di segno politico opposto. Per essere più chiari: tale affinità non offre il vantaggio di potersi discostare dalla totale subordinazione richiesta dall’attuale amministrazione repubblicana. O ci si allinea acriticamente, oppure si accetta che l’autonomia strategica e il perseguimento dei propri interessi nazionali abbiano un costo molto elevato, almeno sino alle elezioni presidenziali statunitensi del 2028.

Le alternative che si presentano oggi agli attori latinoamericani nei loro rapporti con gli Stati Uniti sono soltanto due: sottomettersi o contrapporsi.[5] Scegliendo la prima opzione, a fronte di forti limitazioni alla propria politica estera, essi ricavano qualche vantaggio (come dimostra, per citare un solo esempio, il sostegno di Trump a Milei, con l’erogazione di un robusto pacchetto di aiuti economici risultato decisivo per il successo nelle elezioni parlamentari dell’ottobre 2025); optando per la seconda, devono pagare dazio in attesa di tempi migliori.[6]

In ogni caso, sembra evidente che la politica del regime change e l’unilateralismo ultraradicale promossi dal magnate statunitense siano armi spuntate ai fini del ridimensionamento della presenza della Cina. Dopo un venticinquennio di incessante e paziente impegno, infatti, essa ha ormai raggiunto un tale grado di complessità e profondità da non poter essere modificata nel breve periodo, di certo non nell’arco di un mandato presidenziale.

La vicinanza politico-ideologica a Trump e al variegato ambiente politico di cui è espressione non significa disporre di più di una freccia al proprio arco sullo scacchiere interamericano (per non dire su quello internazionale), anche per il semplice fatto che l’affermazione dell’ultradestra latinoamericana risponde a logiche per lo più interne, sebbene essa vada inserita in una tendenza di respiro globale che induce non pochi osservatori a parlare, non senza fondamento, a dire il vero, del progressivo consolidamento di una sorta di internazionale nera (o «sovranista»).

Essa è, dunque, il prodotto di dinamiche politiche e socioeconomiche nazionali, tra cui il declino dei partiti e delle coalizioni di centrosinistra e centrodestra che hanno a lungo governato i vari paesi, limitandosi alla gestione dell’ordinario – o delle crisi – e senza fornire soluzioni concrete e durature ai problemi reali della popolazione; gli effetti dapprima dell’ultima depressione economica, poi della pandemia e, infine, dei conflitti più recenti (da quello tra Russia e Ucraina a quello che contrappone Stati Uniti e Israele all’Iran); il conseguente impoverimento dei ceti medi e delle fasce più deboli della società e l’aumento delle disuguaglianze economiche e sociali; l’incremento della violenza e della criminalità, in special modo nei centri urbani, che, insieme all’esplosione della migrazione intraregionale, ha alimentato una percezione di insicurezza abilmente strumentalizzata dalle forze politiche «antisistema».[7]

Si tratta di fattori che avvicinano le tante realtà latinoamericane ai paesi di altre aree geopolitiche, ma che, come ben sappiamo in Europa e in Italia, non contribuiscono necessariamente alla formazione di alleanze strategiche e, anzi, possono rappresentare un ostacolo al perseguimento degli interessi nazionali. D’altronde, posto che al trumpismo si possa assegnare il ruolo di apripista di una tendenza poi divenuta planetaria, il fenomeno dell’ultradestra latinoamericana non coincide perfettamente con il «modello» statunitense.

Le formazioni di destra – nella loro versione estrema o radicale –, infatti, sono presenti sulla scena latinoamericana da molto tempo, quanto meno dagli anni Settanta, quando sostennero e coadiuvarono i regimi civico-militari del Cono Sud. Vero è, però, che, dopo decenni vissuti ai margini dello spettro politico e all’ombra delle più presentabili formazioni conservatrici, tali forze politiche, nella loro versione «aggiornata» di ultradestra, sono tornate in auge durante il primo mandato di Trump, si sono affermate definitivamente quando questi non era alla guida degli Stati Uniti e si sono rafforzate quando vi è ritornato.

In conclusione, la nuova postura egemonica degli Stati Uniti e l’ascesa dell’ultradestra latinoamericana sono fenomeni tra loro connessi, ma non sovrapponibili. L’affinità ideologica con Trump può favorire l’allineamento politico di alcuni governi, senza tuttavia attenuare la natura asimmetrica dei rapporti interamericani né cancellare la specificità degli interessi nazionali. È proprio nella tensione tra consonanza ideologica, subordinazione strategica e dinamiche interne ai singoli paesi che va ricercata una delle principali chiavi interpretative dell’attuale scenario continentale.

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[1] Cfr. Alessandro Guida, Valerio Giannattasio, Raffaele Nocera, “L’onda dell’«ultradestra» travolge l’America Latina”, Mondadori Education, settembre 2026 ().

[2] Alessandro Guida, “Stati Uniti e America Latina nel sistema post-bipolare: dall’internazionalismo liberale al “corollario Trump””, in Raffaele Nocera, Paolo Wulzer (a cura di), L’America Latina negli scenari globali. Dall’ordine liberale all’età dell’incertezza (1989-2025), Roma, Carocci, 2026 (in corso di pubblicazione). Per un approfondimento di questa tematica si veda, sempre nella stessa miscellanea, il capitolo di Matteo Pretelli, “Stati Uniti e Messico: un confine controverso”.

[3] Nel fronte dell’ultradestra o della destra radicale vanno inclusi anche Nayib Bukele (al potere in El Salvador dal 2019), Daniel Noboa (Ecuador dal 2023), Santiago Peña (Paraguay dal 2023), Rodrigo Paz Pereira (Bolivia dal 2025) e, infine, Abelardo de la Espriella e Keiko Fujimori, rispettivamente alla guida della Colombia e del Perù dal 2026.

[4] Per un approfondimento si vedano Pablo Ariel Blitstein, “China-América Latina: entre lejanía y proximidad. Una historia larga” e Ariel Slipak, “El soft power chino en América Latina. Del «Consenso de Beijing» al pragmatismo geoeconómico”, entrambi in Nueva Sociedad, n. 322, marzo-abril 2026 

[5] Si veda in tal senso la breve ma acuta riflessione di Fernando Ayala, “Subordinazione, non allineamento o autonomia strategica”, Treccani, 11.09.26 . Cfr., dello stesso autore, anche “I paesi non allineati in un mondo che non esiste più”, 2.09.26 

[6] Per estensione, seguendo le indicazioni degli studiosi di relazioni internazionali, la scelta è tra il modello di “realismo acquiescente” o quello “autonomista” in merito alla condotta da seguire sul piano della cooperazione politica continentale. Cfr. José Briceño Ruiz, “Le politiche estere dei paesi latinoamericani nel nuovo millennio”, in Raffaele Nocera, Paolo Wulzer (a cura di), L’America Latina negli scenari globali. Dall’ordine liberale all’età dell’incertezza (1989-2025) (in corso di pubblicazione).

[7] Cfr. Fabio Amato, “Migrazioni in America Latina: dinamiche storiche, configurazioni contemporanee e mobilità intraregionale”, ivi (in corso di pubblicazione).