Donroe non è Monroe. Trump e il ritorno del Corollario Roosevelt

Stefan Rinke
Docente di Storia dell'America Latina presso l'Istituto Latinoamericano e presso il Friedrich-Meinecke-Institut della Freie Universität di Berlino.

L’espressione «dottrina Donroe» è efficace. Unisce Donald Trump a James Monroe e sembra condensare in una sola parola più di due secoli di egemonia statunitense nell’emisfero occidentale. Dal punto di vista storico, tuttavia, l’equazione è troppo semplice. Per comprendere l’attuale politica di Washington verso l’America Latina conviene guardare meno al messaggio di Monroe del 1823 e più all’integrazione formulata da Theodore Roosevelt nel 1904. La mia tesi è dunque questa: Donroe non è Monroe. Il precedente storico più vicino è il Roosevelt Corollary, cioè quella reinterpretazione della Dottrina Monroe con la quale gli Stati Uniti si attribuirono il diritto di agire in America Latina come potenza ordinatrice e, se necessario, interventista.

Non si tratta di una sottigliezza terminologica. La distinzione riguarda il nucleo dell’ordine interamericano. Nel mio nuovo libro Von Monroe zu Trump. Eine kurze Geschichte der US-Interventionen in Lateinamerika [Da Monroe a Trump. Una breve storia degli interventi statunitensi in America Latina] (Freiburg: wbg Theiss/Herder, 2026) sostengo che la storia dell’interventismo statunitense non vada letta né come una linea retta né come una successione di episodi del tutto diversi. Ciò che persiste è la pretesa di Washington di occupare una posizione particolare nell’emisfero; ciò che cambia sono le giustificazioni, gli strumenti e le costellazioni politiche. Proprio per questo è importante distinguere Monroe da Roosevelt.

Il messaggio annuale di James Monroe del dicembre 1823 nacque in una situazione specifica. I movimenti d’indipendenza ispanoamericani si erano ormai in larga misura affermati, mentre in Europa le potenze restauratrici della Santa Alleanza combattevano gli ordinamenti rivoluzionari e repubblicani. Gli Stati Uniti dichiararono che i continenti americani non erano più aperti a una nuova colonizzazione europea. Ogni tentativo europeo di estendere i propri sistemi politici agli Stati indipendenti delle Americhe sarebbe stato considerato una minaccia alla pace e alla sicurezza degli Stati Uniti. Allo stesso tempo Monroe promise di non intervenire nelle colonie europee esistenti né negli affari interni dell’Europa.

Non era affatto una garanzia altruistica della sovranità latinoamericana. Il solo fatto che Washington definisse, senza consultare le nuove repubbliche, ciò che nell’emisfero fosse ammissibile conteneva già una pretesa unilaterale di potere. Anche l’idea di una sfera americana particolare poteva essere caricata in seguito di significati egemonici. La Dottrina Monroe possedeva quindi fin dall’inizio un’ambivalenza fra una promessa di protezione dal suono anticoloniale e una pretesa unilaterale di definire l’ordine. Ma il suo destinatario immediato era l’Europa. Non affermava che gli Stati Uniti avessero il diritto di intervenire in caso di «disordine» interno in Messico, nei Caraibi o in Sud America. Nel 1823 a Washington mancava non soltanto la formulazione giuridica di un simile diritto, ma anche, in larga misura, la capacità militare per farlo valere.

Nel corso dell’Ottocento questo significato si spostò. La guerra contro il Messico del 1846-1848, le spedizioni dei filibustieri, gli interventi per proteggere vie di transito e proprietà e la crescente influenza nei Caraibi crearono una pratica politica nella quale l’idea dell’emisfero venne letta in senso sempre più offensivo. Un passaggio importante fu la crisi venezuelana del 1895. Il segretario di Stato Richard Olney dichiarò allora che gli Stati Uniti erano «praticamente sovrani» nell’emisfero occidentale, poiché le loro risorse materiali e la loro posizione geografica conferivano loro uno status particolare. La trasformazione divenne ancora più evidente dopo la guerra del 1898, l’occupazione di Cuba e la separazione di Panama dalla Colombia nel 1903. Da spazio da difendere contro l’Europa, l’emisfero era diventato uno spazio d’intervento.

Il vero punto di svolta arrivò però nel 1904. Sullo sfondo vi era la seconda crisi venezuelana. Nel 1902 Gran Bretagna, Germania e Italia avevano imposto un blocco navale al Venezuela per ottenere il pagamento di debiti e rivendicazioni. Per Washington si poneva un problema: se le potenze europee potevano usare l’insolvenza o l’instabilità interna come motivo di pressione militare, come si poteva tenere stabilmente l’Europa fuori dall’emisfero? La risposta di Theodore Roosevelt fu semplice e gravida di conseguenze. Gli Stati Uniti avrebbero dovuto intervenire essi stessi prima che lo facessero gli europei.

Nel messaggio annuale del 6 dicembre 1904 Roosevelt formulò quello che sarebbe stato chiamato Roosevelt Corollary. Gli Stati Uniti, affermò, non avevano «fame di terre» e non perseguivano progetti che non fossero anche nell’interesse dei loro vicini. Tuttavia, in presenza di «chronic wrongdoing» o dell’incapacità di adempiere agli obblighi fondamentali di uno Stato «civilizzato», nell’emisfero occidentale poteva rendersi necessario un intervento degli Stati Uniti. Roosevelt parlò dell’esercizio di un’«international police power» (Theodore Roosevelt, Annual Message to Congress, 6 dicembre 1904; cfr. Rinke, Von Monroe zu Trump, 59-60).

Qui si trova la differenza decisiva rispetto a Monroe. Nel 1823 il messaggio era: l’Europa deve restare fuori dalle Americhe indipendenti. Nel 1904 divenne: affinché l’Europa resti fuori, gli Stati Uniti possono ristabilire l’ordine all’interno delle Americhe. La difesa contro l’intervento altrui si trasformò nella legittimazione del proprio intervento. Washington si attribuì il ruolo di giudice di ciò che dovesse essere considerato «cattiva condotta cronica», insolvenza, instabilità o insufficiente capacità statale e, nello stesso tempo, quello di poliziotto autorizzato a reagire alla propria diagnosi. Protezione e disciplina si fusero.

Le conseguenze furono concrete. Nella Repubblica Dominicana gli Stati Uniti assunsero pochi mesi dopo il controllo delle entrate doganali per garantire il servizio del debito estero. Formalmente era una misura finanziaria; nella pratica costituiva una profonda limitazione della sovranità statale. Da questa logica si sviluppò la Dollar Diplomacy, che collegava crediti, controllo doganale e supervisione finanziaria con la minaccia implicita della forza militare. In Nicaragua, Haiti e Repubblica Dominicana seguirono nei primi decenni del Novecento interventi diretti e occupazioni di lunga durata. Alan McPherson ha giustamente insistito, per questa fase, sulla pluralità delle motivazioni, delle conseguenze, delle resistenze locali e delle forme di collaborazione (Alan McPherson, A Short History of U.S. Interventions in Latin America and the Caribbean, Chichester: Wiley-Blackwell, 2016). Il Roosevelt Corollary fornì a tale prassi una grammatica politica particolarmente efficace.

È precisamente questa grammatica che riappare nel presente. Nella National Security Strategy della seconda amministrazione Trump, del novembre 2025, l’emisfero occidentale viene definito esplicitamente come spazio strategico nel quale respingere le potenze rivali, controllare i flussi migratori e combattere gli attori transnazionali violenti. La sezione pertinente porta il titolo «Trump Corollary» alla Dottrina Monroe. Vi si afferma che, dopo anni di trascuratezza, gli Stati Uniti torneranno a far valere e applicare la Dottrina Monroe per ristabilire il primato americano nell’emisfero occidentale e proteggere il territorio nazionale e l’accesso a siti strategici nella regione (The President of the United States, National Security Strategy of the United States of America, novembre 2025, 15).

Già questa autodefinizione è rivelatrice. Un «corollario» non è una semplice ripetizione, ma un’aggiunta che ricava nuove conseguenze da un principio precedente. È esattamente ciò che fece Roosevelt. Ed è qui che si trova la vicinanza storica con Trump. La politica attuale non si limita a chiedere che potenze extra-continentali – oggi soprattutto la Cina – siano tenute lontane dall’emisfero. Essa combina questa pretesa con l’idea che Washington possa valutare gli sviluppi interni dell’America Latina in base ai loro effetti sulla sicurezza degli Stati Uniti e, se necessario, influenzarli. Migrazione, narcotraffico, approvvigionamento energetico, materie prime, infrastrutture portuali, cambi di governo e investimenti cinesi non appaiono come ambiti separati, ma come componenti di un unico spazio di sicurezza.

Il 3 gennaio 2026 in Venezuela rende questa logica particolarmente visibile. L’operazione statunitense nella quale Nicolás Maduro fu catturato e portato fuori dal paese poté essere presentata a Washington come una misura limitata nel quadro della lotta alla droga e dell’azione penale. In ampie parti dell’America Latina lo stesso evento apparve invece come una violazione della sovranità venezuelana e come il ritorno di una pratica d’intervento ben conosciuta. Il punto non è stabilire se ogni singola analogia storica sia perfetta. Ciò che colpisce è la struttura della legittimazione: un problema interno a uno Stato latinoamericano viene definito come pericolo immediato per gli Stati Uniti; da questa definizione viene dedotto un diritto particolare ad agire; l’azione viene infine presentata come difesa dell’ordine e della sicurezza. Anche l’inasprimento della politica verso Cuba dalla fine di gennaio 2026, la giurisdizione extraterritoriale, le sanzioni, la cooperazione d’intelligence e la consulenza militare appartengono a un repertorio nel quale l’occupazione aperta è ormai soltanto una possibilità fra molte.

Ciò non significa che Trump copi semplicemente Roosevelt. Le differenze sono notevoli. Roosevelt agiva in un mondo di imperi formali, nel quale la diplomazia delle cannoniere e la riscossione militare dei debiti appartenevano ancora agli strumenti riconosciuti delle grandi potenze. Oggi esistono la Carta delle Nazioni Unite, il divieto dell’uso della forza, l’Organizzazione degli Stati Americani e un diritto internazionale molto più sviluppato a tutela della sovranità e della non ingerenza. Anche gli strumenti sono cambiati. Sanzioni, controllo finanziario, sorveglianza digitale, droni, operazioni speciali, giustizia extraterritoriale e cooperazione di sicurezza consentono interventi meno visibili dell’occupazione di Haiti o del Nicaragua da parte dei Marines. La continuità storica non consiste dunque nell’identità dei metodi, ma nella pretesa di definire il pericolo nella regione e di derivarne una competenza particolare degli Stati Uniti.

Cambiano anche le giustificazioni. Intorno al 1904 dominavano categorie come «civiltà», «ordine», affidabilità creditizia e capacità amministrativa. Durante la Guerra fredda passò in primo piano l’anticomunismo. Dopo il 1990 divennero importanti la democrazia, i diritti umani, la lotta alla droga e l’ordine di mercato. Con Trump si intrecciano sicurezza delle frontiere, migrazione, criminalità organizzata, politica antidroga e competizione geopolitica con la Cina. Ma questa flessibilità semantica nasconde una notevole persistenza: i criteri per stabilire quando un problema latinoamericano diventi una questione di sicurezza nordamericana sono fissati in primo luogo a Washington.

Proprio per questo l’etichetta «Donroe» diventa fuorviante se suggerisce che Trump stia semplicemente tornando al 1823. La Dottrina Monroe originaria era ambivalente e unilaterale, ma nacque anzitutto come dottrina di delimitazione nei confronti dell’Europa. Il Roosevelt Corollary trasformò tale delimitazione in una pretesa di polizia intra-emisferica. La politica di Trump si collega molto più chiaramente a questo secondo passaggio. Parla il linguaggio del primato, collega rivalità esterna e ordine interno e tratta l’America Latina come retroterra strategico della sicurezza statunitense.

Sarebbe tuttavia sbagliato descrivere ancora una volta l’America Latina soltanto come oggetto. Già tra Ottocento e primo Novecento nacquero controprogetti come le dottrine Calvo e Drago, che cercavano di limitare giuridicamente l’intervento straniero e l’uso della forza per la riscossione dei debiti. Movimenti, governi e intellettuali anti-interventisti costrinsero in seguito Washington a revisioni importanti. Il Clark Memorandum del 1928/1930 affermò esplicitamente che la Dottrina Monroe non era uno strumento per controllare l’America Latina e tolse almeno sul piano teorico la base di legittimità al Roosevelt Corollary. Con la Good Neighbor Policy e la Convenzione di Montevideo del 1933 il principio di non intervento acquistò un peso molto maggiore. Anche oggi gli Stati latinoamericani non reagiscono in modo uniforme: alcuni cooperano per calcolo strategico o economico, altri cercano maggiore autonomia e si richiamano alla sovranità, al diritto internazionale e alla cooperazione regionale.

Che cos’è dunque «Donroe»? Come slogan polemico il termine è efficace, perché coglie la personalizzazione e la durezza dimostrativa della seconda presidenza Trump. Storicamente, però, una formula diversa sarebbe più precisa: non Monroe redivivus, ma Roosevelt reloaded. L’orientamento attuale è meno il ritorno del 1823 che l’aggiornamento del passaggio compiuto nel 1904, quando una dottrina contro l’intervento fu trasformata in un diritto speciale all’intervento.

Qui sta anche la conclusione più generale. Il percorso da Monroe a Trump, che ricostruisco nel mio nuovo libro, non è una storia di politica statunitense immutabile. È una storia di reinterpretazioni. Concetti come protezione, sicurezza, ordine, democrazia o lotta alla droga hanno cambiato significato, mentre la pretesa egemonica di fondo è stata riformulata più volte. La domanda decisiva, dunque, non è se la Dottrina Monroe sia «tornata». È quale versione di questa lunga tradizione stia diventando politicamente operativa oggi. La risposta è chiara: se la dottrina Donroe ha un precedente storico, esso è soprattutto il Roosevelt Corollary del 1904.