Cipro, Barcellona, Roma - le domande aperte per l'Unione europea
di
Stefano Manservisi*
5 Maggio 2026
Settimane dense hanno prodotto appuntamenti che, letti insieme, fotografano una mappa dei rischi e delle possibilità per il progetto europeo.
Nel quadro d'insieme, alcuni aspetti incoraggianti e altri negativi.
Da un lato, l'Eurobarometro registra un forte consenso a favore di più Europa, specie tra i giovani. Di fronte ad un mondo sempre più instabile, i cittadini europei chiedono un'Unione più forte e capace di agire con decisione.
E poi l'onda radical-populista di ispirazione MAGA, in Europa non avanza, mostrando così che i valori che tengono insieme le nostre società formano malgrado tutto un limite non facilmente permeabile. La sconfitta di Viktor Orban alle elezioni in Ungheria ne è la prova più evidente. Dall'altro, tuttavia, lo scetticismo, la prudenza e, diciamo pure, la miopia che ispirano l'azione di molti governi non sembrano per nulla in fase con questa maggioranza silenziosa che invece chiede di essere ascoltata e rappresentata. E questo può condurre a situazioni drammatiche.
Cipro, 23-24 Aprile. - Alcuni passi avanti, sospesi nel vuoto.
Al centro del Summit informale, la crisi innescata dalla guerra in Iran. Il conflitto sta travolgendo l'Europa con gli effetti della chiusura di Hormuz e della conseguente crisi energetica e ha ulteriormente aggravato le relazioni con l'amministrazione Trump.
A lato, la questione del bilancio pluriennale dell'Unione, in altri termini i mezzi per le (eventuali) ambizioni europee per affrontare le crisi, le necessarie riforme economiche, l'ipotetico allargamento e la tenuta stessa del modello europeo.
Per definizione, un Summit informale non decide, al massimo orienta. Ma proprio per questo spesso offre elementi interessanti per capire tendenze e possibili schieramenti. Tanto più che, per la prima volta dopo sedici anni, mancava appunto Viktor Orban, ostacolo permanente nel processo decisionale, ma a volte pure utile alibi per rinviare o non fare.
Tra i segnali positivi, soprattutto l'impegno ad attuare il piano One Europe One Market, vale a dire la realizzazione delle raccomandazioni del Piano Letta sul Mercato Unico. Scadenzario preciso di misure legislative e non, da adottare da qui al prossimo anno.
Importante e concreto, facile prevedere battaglie tra chi metterà l'accento sulle semplificazioni e la deregolamentazione e chi invece sul rafforzamento degli strumenti e del governo europeo. E poi lo sblocco del prestito di 90md all'Ucraina e l'accordo su un ulteriore pacchetto di sanzioni contro la Russia.
Infine, la coalizione dei volenterosi per Hormuz, voluta e diretta da Macron e Starmer, con sostegno di Germania e Italia, raccoglie ormai più di cinquanta paesi, mostrando una certa ripresa di iniziativa militare e diplomatica europea in nome dell'autonomia strategica, senza gli Stati Uniti.
Sul lato negativo, l'evidente incapacità di identificare azioni concrete e coordinate per affrontare la crisi energetica.
Ma soprattutto resta in alto mare la questione dei mezzi con cui affrontare queste ed altre sfide. Sul quadro finanziario multi annuale sono state spese solo parole di un ottimismo difficile da giustificare visto che le posizioni tra i governi divergono fondamentalmente tanto sugli obiettivi di spesa, quanto sulle nuove, indispensabili, risorse proprie.
Riappaiono terminologie del passato, come paesi frugali, necessità di un bilancio snello, flessibilità nazionali. La sfasatura rispetto alla dura realtà che l'Unione deve affrontare è enorme, quasi incredibile.
Se il rapporto Letta muove i suoi passi, almeno sulla carta, quello di Draghi (e gli 800-1200 md di euro di investimenti all'anno necessari al rilancio europeo) sembra essere dimenticato. Così come pure l'esperienza fatta nel gestire la crisi del Covid attraverso l'emissione e la gestione di debito comune.
Mentre è tutta l'architettura finanziaria europea che deve essere ridisegnata e potenziata per dare credibilità e una possibilità di successo all'azione che l'Unione afferma di voler intraprendere, si risente parlare di tetto all'1% e di rinazionalizzazione della spesa. Competitività, sostenibilità energetica e sociale, sicurezza, difesa e perfino allargamento, tutto dentro.
È l'outlet dell'autonomia strategica.
Barcellona, 18-19 Aprile. - Un fantasma si aggira per il mondo, i Progressisti.
Una settimana prima dell'appuntamento a Cipro, il premier spagnolo Pedro Sanchez ha trasformato Barcellona nell'epicentro di una mobilizzazione progressista globale. Si tratta della quarta Riunione in difesa della Democrazia, ma soprattutto la prima Global Progressive Mobilisation.
Ne è emersa una piattaforma politica internazionale con l'obiettivo di difendere la democrazia, creare un'alternativa al trumpismo, promuovere la pace e l'ordine internazionale e riformare l'ONU, ritenuto ormai incapace di facilitare la soluzione dei conflitti globali e la weaponisation delle relazioni economiche.
Iniziativa politicamente importante per contrastare l'Internazionale sovranista che sente di avere, malgrado gli alti e bassi, il vento favorevole e di fronte alla quale le forze democratiche, progressisti inclusi, hanno dato l'impressione di giocare di rimessa.
Particolarmente vero in Europa, dove ormai convivono due maggioranze: il blocco tradizionale pro europeo (PPE, S&D, Liberali Verdi) su cui dovrebbe formalmente poggiarsi il lavoro della Commissione e la variabile PPE, ECR, Patrioti, Nazionalisti, spericolato e spregiudicato strumento per "sbloccare" decisioni su dossier controversi promosso da Manfred Weber.
Democrazia, transizione verde giusta, IA e trasformazione digitale, politica economica che combini solidarietà, servizi pubblici di qualità, lavoro dignitoso, multilateralismo inclusivo e fondato su regole: questi i pilastri della piattaforma progressista.
La presenza di Lula, Ramaphosa, Petro e altri leaders del Sud Globale ha naturalmente ampliato i confini di questa piattaforma, specie nella mobilizzazione in favore del multilateralismo e, più in generale, di una governance globale più equa e rappresentativa.
Due limiti sono però apparsi evidenti.
Da un lato Sanchez si proietta come la nemesi di Trump in Europa e gli va dato gran credito per questo. Tuttavia, come è stato osservato, raramente riesce ad essere un motore dell'Unione. Le sue iniziative, al netto degli obiettivi di politica interna, raramente hanno permesso di costruire coalizioni a Bruxelles. La coppia, in crisi, franco-tedesca, resta al centro del sistema, con la frequente partecipazione della Polonia. La Spagna testimonia, mostra i suoi successi, ma strategicamente non dà la linea.
Dall'altro, il partenariato con il Sud Globale non riesce esplicitamente a darsi l'obiettivo di trasformarsi in alleanza. Il comune denominatore resta a livello dei macro principi e non è ancora chiaro se e come questo possa trasformarsi in un progetto politico condiviso attraverso il quale, per esempio, orientare e controllare l'azione della Commissione nella definizione delle linee di politica industriale, della transizione energetica, della creazione di value chains col Sud, dei progetti strategici promossi dal Global Gateway. Eppure è chiaro che solo attraverso azioni concrete comuni col Sud Globale si può rafforzare davvero il multilateralismo e una autonomia strategica credibile e sostenibile. Il livello di aiuto pubblico allo sviluppo europeo va certo difeso e promosso il ruolo della società civile. Ma non è con questo che i Progressisti possono caratterizzare la loro azione.
Orgoglio e progressismo, e poi?
Roma, 25 Aprile. - PPE: ritorno alle radici o iniziativa di distrazione di massa?
Al Salone delle Fontane di Roma, il PPE ha celebrato i suoi 50 anni di esistenza, rivendicando-non a torto-un ruolo fondante e di leadership del processo di integrazione europea, nonché il fatto di essere tutt'oggi la forza politica più forte del continente.
La scelta del 25 Aprile non è casuale: il messaggio è ricordare che le radici del PPE stanno nella lotta contro il nazi-fascismo, ancoraggio che distingue il centrodestra europeista dalle destre nazionaliste.
Volendosi barriera a populismi e sovranismi nazionali, il manifesto programmatico del PPE, è tutto orientato in favore di una sovranità strategica europea (Difesa Comune complementare alla Nato, indipendenza economica, sicurezza energetica, controllo delle frontiere e lotta all'immigrazione clandestina, sicurezza dei cittadini).
Ma la sorpresa è venuta dalla proposta, avanzata da Manfred Weber e Letizia Moratti, di aprire una nuova fase costituente per arrivare ad adottare una Costituzione per l'Europa. Dopo aver già difeso l'abolizione del diritto di veto e, più recentemente, aver rilanciato l'idea della fusione in una sola persona del ruolo di Presidente della Commissione e di Presidente del Consiglio Europeo, la proposta di lanciare i lavori per dare all'Europa una Costituzione, completa per così dire il quadro istituzionale secondo il PPE (o almeno secondo Weber).
Tra le tante idee avanzate per modificare i Trattati, questa appare come la più ambiziosa perché oltre alla semplificazione dei meccanismi istituzionali rilancia la base di valori comuni (le radici giudaico-cristiane e liberali, la democrazia e i diritti umani) attraverso una Carta da discutere con i cittadini europei. Quindi non esercizio tecno-diplomatico, ma processo di popolo. Va ricordato che l'Unione avrebbe oggi una Costituzione (e non il Trattato di Lisbona) se questa non fosse stata respinta nei due referendum francese e olandese del 2005.Quindi l'dea non è certo nuova.
Tuttavia, è anche vero che così come la Costituzione che fu proposta nel 2004 era volta a ridisegnare in profondità l'architettura istituzionale europea per gestire il grande allargamento e la riunificazione del continente e voleva quindi anche cambiare la terminologia dello strumento di governo (frutto del lavoro della Convenzione e non della solita Conferenza diplomatica intergovernativa) , così oggi da molte parti si avanza l'idea di un reset che inquadri la nuova situazione.
Dopotutto, le basi per l'autonomia strategica economica e politica, per un'Europa militarmente credibile, per un ulteriore allargamento, per governare le trasformazioni economico-sociali e ridefinire il modello europeo, per gestire le geometrie variabili, richiedono non aggiustamenti tecnico-istituzionali, ma molto di più.
Altrimenti, l'Unione rischia di cambiare pelle senza una bussola politica d'orientamento. Oppure di non cambiarla affatto, bloccata da unanimità non gestibili dai soli meccanismi diplomatici. Oppure, infine, di cambiarla seguendo faglie e lacerazioni intergovernative che, anche se ipoteticamente volte a conseguire risultati condivisibili, rischierebbero di svuotare dall'interno la costruzione europea.
Popolari, non populisti, e quindi?
Collegare i tre eventi può essere utile per capire la situazione in Europa.
L'Unione è nuovamente, e in modo molto più grave che in passato, scossa da crisi che, seppur di origine esterna, fanno lievitare preoccupanti fattori di divisione interna. Fattori profondi e trasversali: nessuno mette formalmente in dubbio l'importanza dell'Europa, ma la si disgrega nel merito degli obiettivi e dei mezzi. Le Istituzioni ondeggiano paurosamente, spesso ostaggio della tempesta: sguardo al centro, lunghe occhiate a destra, raramente a sinistra.
Risultato, una sensazione di mal di mare politico e di cabotaggio continuo, malgrado tutto. Le forze politiche europeiste, popolari e socialdemocratici in testa, lanciano iniziative importanti, ma parallele e separate. Per rispondere alle attese della grande maggioranza dei cittadini europei, ora devono avere il coraggio di convergere.
Il nodo centrale è ritrovare rapidamente il percorso su cui procede il vero motore dell'Unione: l'alleanza tra Popolari, Progressisti, Liberali e Verdi. Un'alleanza aperta, ma anche "arco costituzionale europeo", per essere chiari e fermi nei confronti di sovranisti e nazionalisti di ogni sorta e colore, per essere chiari e fermi sui valori fondanti del modello sociale, democratico e sovranazionale europeo.
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*Membro del Comitato Scientifico del CeSPI, Adjunct Professor, SciencesPo/Paris School of International Affairs, former Director General, EU Commission
Cipro, Barcellona, Roma - le domande aperte per l'Unione europea
Settimane dense hanno prodotto appuntamenti che, letti insieme, fotografano una mappa dei rischi e delle possibilità per il progetto europeo.
Nel quadro d'insieme, alcuni aspetti incoraggianti e altri negativi.
Da un lato, l'Eurobarometro registra un forte consenso a favore di più Europa, specie tra i giovani. Di fronte ad un mondo sempre più instabile, i cittadini europei chiedono un'Unione più forte e capace di agire con decisione.
E poi l'onda radical-populista di ispirazione MAGA, in Europa non avanza, mostrando così che i valori che tengono insieme le nostre società formano malgrado tutto un limite non facilmente permeabile. La sconfitta di Viktor Orban alle elezioni in Ungheria ne è la prova più evidente. Dall'altro, tuttavia, lo scetticismo, la prudenza e, diciamo pure, la miopia che ispirano l'azione di molti governi non sembrano per nulla in fase con questa maggioranza silenziosa che invece chiede di essere ascoltata e rappresentata. E questo può condurre a situazioni drammatiche.
Cipro, 23-24 Aprile. - Alcuni passi avanti, sospesi nel vuoto.
Al centro del Summit informale, la crisi innescata dalla guerra in Iran. Il conflitto sta travolgendo l'Europa con gli effetti della chiusura di Hormuz e della conseguente crisi energetica e ha ulteriormente aggravato le relazioni con l'amministrazione Trump.
A lato, la questione del bilancio pluriennale dell'Unione, in altri termini i mezzi per le (eventuali) ambizioni europee per affrontare le crisi, le necessarie riforme economiche, l'ipotetico allargamento e la tenuta stessa del modello europeo.
Per definizione, un Summit informale non decide, al massimo orienta. Ma proprio per questo spesso offre elementi interessanti per capire tendenze e possibili schieramenti. Tanto più che, per la prima volta dopo sedici anni, mancava appunto Viktor Orban, ostacolo permanente nel processo decisionale, ma a volte pure utile alibi per rinviare o non fare.
Tra i segnali positivi, soprattutto l'impegno ad attuare il piano One Europe One Market, vale a dire la realizzazione delle raccomandazioni del Piano Letta sul Mercato Unico. Scadenzario preciso di misure legislative e non, da adottare da qui al prossimo anno.
Importante e concreto, facile prevedere battaglie tra chi metterà l'accento sulle semplificazioni e la deregolamentazione e chi invece sul rafforzamento degli strumenti e del governo europeo. E poi lo sblocco del prestito di 90md all'Ucraina e l'accordo su un ulteriore pacchetto di sanzioni contro la Russia.
Infine, la coalizione dei volenterosi per Hormuz, voluta e diretta da Macron e Starmer, con sostegno di Germania e Italia, raccoglie ormai più di cinquanta paesi, mostrando una certa ripresa di iniziativa militare e diplomatica europea in nome dell'autonomia strategica, senza gli Stati Uniti.
Sul lato negativo, l'evidente incapacità di identificare azioni concrete e coordinate per affrontare la crisi energetica.
Ma soprattutto resta in alto mare la questione dei mezzi con cui affrontare queste ed altre sfide. Sul quadro finanziario multi annuale sono state spese solo parole di un ottimismo difficile da giustificare visto che le posizioni tra i governi divergono fondamentalmente tanto sugli obiettivi di spesa, quanto sulle nuove, indispensabili, risorse proprie.
Riappaiono terminologie del passato, come paesi frugali, necessità di un bilancio snello, flessibilità nazionali. La sfasatura rispetto alla dura realtà che l'Unione deve affrontare è enorme, quasi incredibile.
Se il rapporto Letta muove i suoi passi, almeno sulla carta, quello di Draghi (e gli 800-1200 md di euro di investimenti all'anno necessari al rilancio europeo) sembra essere dimenticato. Così come pure l'esperienza fatta nel gestire la crisi del Covid attraverso l'emissione e la gestione di debito comune.
Mentre è tutta l'architettura finanziaria europea che deve essere ridisegnata e potenziata per dare credibilità e una possibilità di successo all'azione che l'Unione afferma di voler intraprendere, si risente parlare di tetto all'1% e di rinazionalizzazione della spesa. Competitività, sostenibilità energetica e sociale, sicurezza, difesa e perfino allargamento, tutto dentro.
È l'outlet dell'autonomia strategica.
Barcellona, 18-19 Aprile. - Un fantasma si aggira per il mondo, i Progressisti.
Una settimana prima dell'appuntamento a Cipro, il premier spagnolo Pedro Sanchez ha trasformato Barcellona nell'epicentro di una mobilizzazione progressista globale. Si tratta della quarta Riunione in difesa della Democrazia, ma soprattutto la prima Global Progressive Mobilisation.
Ne è emersa una piattaforma politica internazionale con l'obiettivo di difendere la democrazia, creare un'alternativa al trumpismo, promuovere la pace e l'ordine internazionale e riformare l'ONU, ritenuto ormai incapace di facilitare la soluzione dei conflitti globali e la weaponisation delle relazioni economiche.
Iniziativa politicamente importante per contrastare l'Internazionale sovranista che sente di avere, malgrado gli alti e bassi, il vento favorevole e di fronte alla quale le forze democratiche, progressisti inclusi, hanno dato l'impressione di giocare di rimessa.
Particolarmente vero in Europa, dove ormai convivono due maggioranze: il blocco tradizionale pro europeo (PPE, S&D, Liberali Verdi) su cui dovrebbe formalmente poggiarsi il lavoro della Commissione e la variabile PPE, ECR, Patrioti, Nazionalisti, spericolato e spregiudicato strumento per "sbloccare" decisioni su dossier controversi promosso da Manfred Weber.
Democrazia, transizione verde giusta, IA e trasformazione digitale, politica economica che combini solidarietà, servizi pubblici di qualità, lavoro dignitoso, multilateralismo inclusivo e fondato su regole: questi i pilastri della piattaforma progressista.
La presenza di Lula, Ramaphosa, Petro e altri leaders del Sud Globale ha naturalmente ampliato i confini di questa piattaforma, specie nella mobilizzazione in favore del multilateralismo e, più in generale, di una governance globale più equa e rappresentativa.
Due limiti sono però apparsi evidenti.
Da un lato Sanchez si proietta come la nemesi di Trump in Europa e gli va dato gran credito per questo. Tuttavia, come è stato osservato, raramente riesce ad essere un motore dell'Unione. Le sue iniziative, al netto degli obiettivi di politica interna, raramente hanno permesso di costruire coalizioni a Bruxelles. La coppia, in crisi, franco-tedesca, resta al centro del sistema, con la frequente partecipazione della Polonia. La Spagna testimonia, mostra i suoi successi, ma strategicamente non dà la linea.
Dall'altro, il partenariato con il Sud Globale non riesce esplicitamente a darsi l'obiettivo di trasformarsi in alleanza. Il comune denominatore resta a livello dei macro principi e non è ancora chiaro se e come questo possa trasformarsi in un progetto politico condiviso attraverso il quale, per esempio, orientare e controllare l'azione della Commissione nella definizione delle linee di politica industriale, della transizione energetica, della creazione di value chains col Sud, dei progetti strategici promossi dal Global Gateway. Eppure è chiaro che solo attraverso azioni concrete comuni col Sud Globale si può rafforzare davvero il multilateralismo e una autonomia strategica credibile e sostenibile. Il livello di aiuto pubblico allo sviluppo europeo va certo difeso e promosso il ruolo della società civile. Ma non è con questo che i Progressisti possono caratterizzare la loro azione.
Orgoglio e progressismo, e poi?
Roma, 25 Aprile. - PPE: ritorno alle radici o iniziativa di distrazione di massa?
Al Salone delle Fontane di Roma, il PPE ha celebrato i suoi 50 anni di esistenza, rivendicando-non a torto-un ruolo fondante e di leadership del processo di integrazione europea, nonché il fatto di essere tutt'oggi la forza politica più forte del continente.
La scelta del 25 Aprile non è casuale: il messaggio è ricordare che le radici del PPE stanno nella lotta contro il nazi-fascismo, ancoraggio che distingue il centrodestra europeista dalle destre nazionaliste.
Volendosi barriera a populismi e sovranismi nazionali, il manifesto programmatico del PPE, è tutto orientato in favore di una sovranità strategica europea (Difesa Comune complementare alla Nato, indipendenza economica, sicurezza energetica, controllo delle frontiere e lotta all'immigrazione clandestina, sicurezza dei cittadini).
Ma la sorpresa è venuta dalla proposta, avanzata da Manfred Weber e Letizia Moratti, di aprire una nuova fase costituente per arrivare ad adottare una Costituzione per l'Europa. Dopo aver già difeso l'abolizione del diritto di veto e, più recentemente, aver rilanciato l'idea della fusione in una sola persona del ruolo di Presidente della Commissione e di Presidente del Consiglio Europeo, la proposta di lanciare i lavori per dare all'Europa una Costituzione, completa per così dire il quadro istituzionale secondo il PPE (o almeno secondo Weber).
Tra le tante idee avanzate per modificare i Trattati, questa appare come la più ambiziosa perché oltre alla semplificazione dei meccanismi istituzionali rilancia la base di valori comuni (le radici giudaico-cristiane e liberali, la democrazia e i diritti umani) attraverso una Carta da discutere con i cittadini europei. Quindi non esercizio tecno-diplomatico, ma processo di popolo. Va ricordato che l'Unione avrebbe oggi una Costituzione (e non il Trattato di Lisbona) se questa non fosse stata respinta nei due referendum francese e olandese del 2005.Quindi l'dea non è certo nuova.
Tuttavia, è anche vero che così come la Costituzione che fu proposta nel 2004 era volta a ridisegnare in profondità l'architettura istituzionale europea per gestire il grande allargamento e la riunificazione del continente e voleva quindi anche cambiare la terminologia dello strumento di governo (frutto del lavoro della Convenzione e non della solita Conferenza diplomatica intergovernativa) , così oggi da molte parti si avanza l'idea di un reset che inquadri la nuova situazione.
Dopotutto, le basi per l'autonomia strategica economica e politica, per un'Europa militarmente credibile, per un ulteriore allargamento, per governare le trasformazioni economico-sociali e ridefinire il modello europeo, per gestire le geometrie variabili, richiedono non aggiustamenti tecnico-istituzionali, ma molto di più.
Altrimenti, l'Unione rischia di cambiare pelle senza una bussola politica d'orientamento. Oppure di non cambiarla affatto, bloccata da unanimità non gestibili dai soli meccanismi diplomatici. Oppure, infine, di cambiarla seguendo faglie e lacerazioni intergovernative che, anche se ipoteticamente volte a conseguire risultati condivisibili, rischierebbero di svuotare dall'interno la costruzione europea.
Popolari, non populisti, e quindi?
Collegare i tre eventi può essere utile per capire la situazione in Europa.
L'Unione è nuovamente, e in modo molto più grave che in passato, scossa da crisi che, seppur di origine esterna, fanno lievitare preoccupanti fattori di divisione interna. Fattori profondi e trasversali: nessuno mette formalmente in dubbio l'importanza dell'Europa, ma la si disgrega nel merito degli obiettivi e dei mezzi. Le Istituzioni ondeggiano paurosamente, spesso ostaggio della tempesta: sguardo al centro, lunghe occhiate a destra, raramente a sinistra.
Risultato, una sensazione di mal di mare politico e di cabotaggio continuo, malgrado tutto. Le forze politiche europeiste, popolari e socialdemocratici in testa, lanciano iniziative importanti, ma parallele e separate. Per rispondere alle attese della grande maggioranza dei cittadini europei, ora devono avere il coraggio di convergere.
Il nodo centrale è ritrovare rapidamente il percorso su cui procede il vero motore dell'Unione: l'alleanza tra Popolari, Progressisti, Liberali e Verdi. Un'alleanza aperta, ma anche "arco costituzionale europeo", per essere chiari e fermi nei confronti di sovranisti e nazionalisti di ogni sorta e colore, per essere chiari e fermi sui valori fondanti del modello sociale, democratico e sovranazionale europeo.
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*Membro del Comitato Scientifico del CeSPI, Adjunct Professor, SciencesPo/Paris School of International Affairs, former Director General, EU Commission