Europa allargarsi o compiersi? Un bivio da superare, lo impone la geopolitica!
di
Luca Jahier*
24 Marzo 2026
Alla vigilia di una nuova stagione di allargamento – con l’Ucraina in prima linea – l’Unione europea si presenta come un paradosso storico: mai così necessaria, mai così incompiuta. Dentro uno scenario internazionale segnato da guerre, crisi sistemiche e declino del multilateralismo, l’Europa ne paga il prezzo maggiore, fino al rischio della sua possibile implosione ed è chiamata a decidere se restare una potenza normativa residuale o diventare un robusto attore geopolitico.
Siamo in una crescente “anarchia internazionale”. Le istituzioni globali appaiono paralizzate, il diritto internazionale è apertamente violato, le grandi potenze competono secondo logiche di forza bruta. In questo contesto l’Europa si scopre priva di una piena autonomia strategica, divisa al suo interno, incapace di agire con tempestività. È la fine di quell’ordine globale che per decenni ha garantito sicurezza e prosperità e dentro il quale l’integrazione europea ha potuto avanzare anche in modo significativo in molti campi.
Ma oggi la sua incompiutezza diventa il vero nodo. L’Unione resta una costruzione ibrida: mercato unico ancora frammentato (e solo questo ci costa oneri per 644 miliardi di qui al 2032), moneta senza unione fiscale, comunità di diritto senza politica estera e di difesa realmente comuni. Ciò che era sostenibile in un mondo relativamente ordinato diventa fragile in un mondo sconvolto da faglie sistemiche.
In questo quadro, la prospettiva di allargamento rappresenta insieme un’opportunità strategica e un rischio sistemico. L’ingresso dell’Ucraina, insieme a Moldova e Balcani occidentali, avrebbe un valore geopolitico evidente: estendere lo spazio europeo di sicurezza e democrazia, consolidando la forza di attrazione e di stabilizzazione dell’Unione.
La decisione di avviare i negoziati con Kyiv, insieme al rafforzamento del sostegno finanziario e militare, segna un passaggio storico. L’Unione ha dimostrato una capacità di reazione superiore al passato: dai pacchetti di assistenza macrofinanziaria all’uso del bilancio europeo e del debito comune per sostenere la resistenza ucraina. Non si tratta solo di solidarietà, ma di una scelta strategica: consentire all’Ucraina di negoziare una pace giusta, non una resa imposta. Con la recente decisione di aprire tutti i sei cluster dei negoziati di adesione senza ulteriori ritardi è avvenuto un ulteriore passaggio rilevane.
Tuttavia, proprio questo salto di qualità evidenzia il limite strutturale dell’Unione. Le decisioni restano lente, spesso condizionate da veti incrociati, e prive di una cornice strategica stabile. Il rischio è che l’eccezionalità delle risposte non si traduca in capacità permanente.
Per questo la vera questione non è se allargare l’Unione, ma come farlo. Un’Europa a 30 o più membri, se regolata ancora da meccanismi decisionali fondati sull’unanimità, rischia di diventare ingovernabile. L’allargamento deve diventare il motore di una nuova fase costituente: superamento del diritto di veto, estensione della maggioranza qualificata, rafforzamento delle cooperazioni rafforzate e costruzione di un nucleo di integrazione più avanzato.
Le recenti conclusioni del Consiglio europeo mostrano una consapevolezza crescente, ma ancora insufficiente. Da un lato, si registra un tentativo concreto di rilanciare il completamento del mercato unico, secondo le raccomandazioni del Rapporto Letta: integrazione dei servizi, unione dei capitali, rafforzamento delle catene del valore europee. L’agenda ‘One Europe, One Market’ intende rimuovere le barriere interne al mercato comunitario entro marzo 2027, delineando sei orientamenti da definire entro l’anno, a partire dal cosiddetto 28° regime per le società. Dall’altro, si insiste su sicurezza economica, autonomia strategica e competitività, riconoscendo implicitamente che l’Europa non può più limitarsi a regolare, ma deve anche produrre, innovare, proteggere.
E tuttavia, il passo resta incompiuto. Le decisioni adottate delineano più una roadmap che una vera svolta. Mancano alcuni snodi decisivi: una capacità fiscale comune stabile, una politica industriale europea dotata di risorse adeguate, un salto qualitativo nell’integrazione della difesa. La prova è l’inadeguatezza del quadro finanziario 2028-2034 proposto, i cui negoziati vanno a rilento. Sfumato un accordo sulla cosiddetta “negobox” del Consiglio sotto presidenza danese, improbabile si concluda sotto presidenza cipriota, si punta ora alla fine del 2026, sotto presidenza irlandese.
Il nodo è profondamente politico. Mentre si rafforza una spinta alla rinazionalizzazione, alimentata da governi che vedono nell’Europa più un vincolo che una leva, emerge una consapevolezza opposta: nessuno Stato europeo è oggi in grado di reggere da solo la competizione globale, né sul piano economico né su quello della sicurezza.
Questa tensione attraversa tutte le principali partite aperte. Sul piano economico, il ritardo nell’unione dei capitali continua a frenare gli investimenti e l’innovazione, mentre il risparmio europeo continua a finanziare economie concorrenti. Sul piano energetico, la transizione verde resta indispensabile, ma politicamente fragile, soprattutto nel campo energetico (come ben dimostrato dai differenziali di prezzo dell’energia elettrica tra Spagna e resto dell’Europa), se non accompagnata da strumenti di compensazione e investimenti comuni. Sul piano tecnologico, l’Europa regola ma non produce, con il rischio di una dipendenza strutturale nei settori più strategici.
Ancora più evidente è il ritardo sul terreno della sicurezza. La crisi del rapporto transatlantico, le guerre ai confini europei ed ora nel Golfo rendono urgente una capacità autonoma di difesa. Eppure, si continua a procedere per somma di politiche nazionali, senza una vera integrazione industriale, operativa e strategica.
La storia dell’integrazione europea insegna che i passi avanti avvengono proprio nei momenti di crisi. Quando il costo del non decidere supera quello del decidere, l’Europa trova la forza di avanzare. È accaduto con l’Euro, il COVID, il Next Generation EU, il sostegno all’Ucraina. Potrebbe accadere di nuovo, anche sul terreno della sicurezza e della capacità fiscale.
Accanto alle opportunità, però, si addensano le ombre. L’allargamento implica costi economici, tensioni redistributive, difficoltà di convergenza delle capitali. Inoltre, senza una chiara legittimazione democratica, rischia di alimentare ulteriormente lo scetticismo dei cittadini. Non bastano le pur consistenti evidenze dei vantaggi di questo salto: l’Unione europea deve tornare a essere una comunità politica percepita come utile e giusta.
Qui si gioca una seconda partita decisiva: quella del modello europeo. In un mondo segnato dalla competizione tra capitalismi in modo diverso “estrattivi”, l’Europa può ancora rappresentare una via distinta: una economia sociale di mercato capace di coniugare competitività, coesione sociale e sostenibilità. Ambizione che richiede strumenti adeguati: investimenti comuni, politiche industriali, integrazione sociale, capacità di governare le transizioni senza scaricarne i costi sui più deboli.
In definitiva, la sfida è passare da una logica confederale a una logica più integrata, anche attraverso un percorso pragmatico e differenziato. Non si tratta di un salto ideologico, ma di una necessità funzionale. Senza una maggiore unità politica, l’Europa rischia di restare un attore incompiuto in un mondo sempre più dominato da potenze compiute ed assertive.
L’allargamento può essere il catalizzatore di questo salto o il fattore che ne rivela definitivamente i limiti. Dipenderà dalle scelte dei prossimi due anni: se accompagnato da riforme potrà rafforzare l’Unione; se gestito senza visione, rischierà di accentuarne le fragilità.
L’Europa, ancora una volta, è davanti a un bivio. Non tra allargarsi o meno, ma tra restare incompiuta o diventare finalmente ciò che le circostanze storiche le chiedono di essere: un soggetto politico capace di agire, proteggere e orientare.
Non è un destino scritto. È una scelta. E il tempo per compierla non è infinito.
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*Gia Presidente del CESE 2018-2020, membro del Comitato Scientifico del CeSPI
Europa allargarsi o compiersi? Un bivio da superare, lo impone la geopolitica!
Alla vigilia di una nuova stagione di allargamento – con l’Ucraina in prima linea – l’Unione europea si presenta come un paradosso storico: mai così necessaria, mai così incompiuta. Dentro uno scenario internazionale segnato da guerre, crisi sistemiche e declino del multilateralismo, l’Europa ne paga il prezzo maggiore, fino al rischio della sua possibile implosione ed è chiamata a decidere se restare una potenza normativa residuale o diventare un robusto attore geopolitico.
Siamo in una crescente “anarchia internazionale”. Le istituzioni globali appaiono paralizzate, il diritto internazionale è apertamente violato, le grandi potenze competono secondo logiche di forza bruta. In questo contesto l’Europa si scopre priva di una piena autonomia strategica, divisa al suo interno, incapace di agire con tempestività. È la fine di quell’ordine globale che per decenni ha garantito sicurezza e prosperità e dentro il quale l’integrazione europea ha potuto avanzare anche in modo significativo in molti campi.
Ma oggi la sua incompiutezza diventa il vero nodo. L’Unione resta una costruzione ibrida: mercato unico ancora frammentato (e solo questo ci costa oneri per 644 miliardi di qui al 2032), moneta senza unione fiscale, comunità di diritto senza politica estera e di difesa realmente comuni. Ciò che era sostenibile in un mondo relativamente ordinato diventa fragile in un mondo sconvolto da faglie sistemiche.
In questo quadro, la prospettiva di allargamento rappresenta insieme un’opportunità strategica e un rischio sistemico. L’ingresso dell’Ucraina, insieme a Moldova e Balcani occidentali, avrebbe un valore geopolitico evidente: estendere lo spazio europeo di sicurezza e democrazia, consolidando la forza di attrazione e di stabilizzazione dell’Unione.
La decisione di avviare i negoziati con Kyiv, insieme al rafforzamento del sostegno finanziario e militare, segna un passaggio storico. L’Unione ha dimostrato una capacità di reazione superiore al passato: dai pacchetti di assistenza macrofinanziaria all’uso del bilancio europeo e del debito comune per sostenere la resistenza ucraina. Non si tratta solo di solidarietà, ma di una scelta strategica: consentire all’Ucraina di negoziare una pace giusta, non una resa imposta. Con la recente decisione di aprire tutti i sei cluster dei negoziati di adesione senza ulteriori ritardi è avvenuto un ulteriore passaggio rilevane.
Tuttavia, proprio questo salto di qualità evidenzia il limite strutturale dell’Unione. Le decisioni restano lente, spesso condizionate da veti incrociati, e prive di una cornice strategica stabile. Il rischio è che l’eccezionalità delle risposte non si traduca in capacità permanente.
Per questo la vera questione non è se allargare l’Unione, ma come farlo. Un’Europa a 30 o più membri, se regolata ancora da meccanismi decisionali fondati sull’unanimità, rischia di diventare ingovernabile. L’allargamento deve diventare il motore di una nuova fase costituente: superamento del diritto di veto, estensione della maggioranza qualificata, rafforzamento delle cooperazioni rafforzate e costruzione di un nucleo di integrazione più avanzato.
Le recenti conclusioni del Consiglio europeo mostrano una consapevolezza crescente, ma ancora insufficiente. Da un lato, si registra un tentativo concreto di rilanciare il completamento del mercato unico, secondo le raccomandazioni del Rapporto Letta: integrazione dei servizi, unione dei capitali, rafforzamento delle catene del valore europee. L’agenda ‘One Europe, One Market’ intende rimuovere le barriere interne al mercato comunitario entro marzo 2027, delineando sei orientamenti da definire entro l’anno, a partire dal cosiddetto 28° regime per le società. Dall’altro, si insiste su sicurezza economica, autonomia strategica e competitività, riconoscendo implicitamente che l’Europa non può più limitarsi a regolare, ma deve anche produrre, innovare, proteggere.
E tuttavia, il passo resta incompiuto. Le decisioni adottate delineano più una roadmap che una vera svolta. Mancano alcuni snodi decisivi: una capacità fiscale comune stabile, una politica industriale europea dotata di risorse adeguate, un salto qualitativo nell’integrazione della difesa. La prova è l’inadeguatezza del quadro finanziario 2028-2034 proposto, i cui negoziati vanno a rilento. Sfumato un accordo sulla cosiddetta “negobox” del Consiglio sotto presidenza danese, improbabile si concluda sotto presidenza cipriota, si punta ora alla fine del 2026, sotto presidenza irlandese.
Il nodo è profondamente politico. Mentre si rafforza una spinta alla rinazionalizzazione, alimentata da governi che vedono nell’Europa più un vincolo che una leva, emerge una consapevolezza opposta: nessuno Stato europeo è oggi in grado di reggere da solo la competizione globale, né sul piano economico né su quello della sicurezza.
Questa tensione attraversa tutte le principali partite aperte. Sul piano economico, il ritardo nell’unione dei capitali continua a frenare gli investimenti e l’innovazione, mentre il risparmio europeo continua a finanziare economie concorrenti. Sul piano energetico, la transizione verde resta indispensabile, ma politicamente fragile, soprattutto nel campo energetico (come ben dimostrato dai differenziali di prezzo dell’energia elettrica tra Spagna e resto dell’Europa), se non accompagnata da strumenti di compensazione e investimenti comuni. Sul piano tecnologico, l’Europa regola ma non produce, con il rischio di una dipendenza strutturale nei settori più strategici.
Ancora più evidente è il ritardo sul terreno della sicurezza. La crisi del rapporto transatlantico, le guerre ai confini europei ed ora nel Golfo rendono urgente una capacità autonoma di difesa. Eppure, si continua a procedere per somma di politiche nazionali, senza una vera integrazione industriale, operativa e strategica.
La storia dell’integrazione europea insegna che i passi avanti avvengono proprio nei momenti di crisi. Quando il costo del non decidere supera quello del decidere, l’Europa trova la forza di avanzare. È accaduto con l’Euro, il COVID, il Next Generation EU, il sostegno all’Ucraina. Potrebbe accadere di nuovo, anche sul terreno della sicurezza e della capacità fiscale.
Accanto alle opportunità, però, si addensano le ombre. L’allargamento implica costi economici, tensioni redistributive, difficoltà di convergenza delle capitali. Inoltre, senza una chiara legittimazione democratica, rischia di alimentare ulteriormente lo scetticismo dei cittadini. Non bastano le pur consistenti evidenze dei vantaggi di questo salto: l’Unione europea deve tornare a essere una comunità politica percepita come utile e giusta.
Qui si gioca una seconda partita decisiva: quella del modello europeo. In un mondo segnato dalla competizione tra capitalismi in modo diverso “estrattivi”, l’Europa può ancora rappresentare una via distinta: una economia sociale di mercato capace di coniugare competitività, coesione sociale e sostenibilità. Ambizione che richiede strumenti adeguati: investimenti comuni, politiche industriali, integrazione sociale, capacità di governare le transizioni senza scaricarne i costi sui più deboli.
In definitiva, la sfida è passare da una logica confederale a una logica più integrata, anche attraverso un percorso pragmatico e differenziato. Non si tratta di un salto ideologico, ma di una necessità funzionale. Senza una maggiore unità politica, l’Europa rischia di restare un attore incompiuto in un mondo sempre più dominato da potenze compiute ed assertive.
L’allargamento può essere il catalizzatore di questo salto o il fattore che ne rivela definitivamente i limiti. Dipenderà dalle scelte dei prossimi due anni: se accompagnato da riforme potrà rafforzare l’Unione; se gestito senza visione, rischierà di accentuarne le fragilità.
L’Europa, ancora una volta, è davanti a un bivio. Non tra allargarsi o meno, ma tra restare incompiuta o diventare finalmente ciò che le circostanze storiche le chiedono di essere: un soggetto politico capace di agire, proteggere e orientare.
Non è un destino scritto. È una scelta. E il tempo per compierla non è infinito.
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*Gia Presidente del CESE 2018-2020, membro del Comitato Scientifico del CeSPI