Dalla mediazione locale alle politiche globali: rendere operativa l’Agenda Donne, Pace e Sicurezza. Il contributo delle donne mediatrici.
A venticinque anni dall’adozione della Risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, l’Agenda Donne, Pace e Sicurezza (DPS) si confronta con un contesto globale profondamente mutato. I conflitti armati sono in aumento, più frammentati e prolungati; lo spazio per la mediazione e la diplomazia si riduce; la competizione geopolitica e la militarizzazione tornano a essere presentate come risposte prioritarie alle crisi. Parallelamente, il multilateralismo e il diritto internazionale attraversano una fase di forte indebolimento, mentre in molti contesti si registrano arretramenti sui diritti delle donne e una crescente polarizzazione politica e sociale (si vedano ad esempio: UN Secretary-General, Women, Peace and Security Report, 2025; Institute for Economics & Peace, Global Peace Index 2025).
È proprio in questo contesto che l’Agenda DPS dimostra la sua attualità. Non come un’agenda settoriale o “di genere”, ma come una agenda politica trasversale, indispensabile per affrontare le sfide contemporanee della pace e della sicurezza. Rendere operativa l’Agenda DPS significa riaffermare che partecipazione, inclusione e prevenzione non sono elementi accessori, ma condizioni strutturali per la stabilità e la sostenibilità delle soluzioni adottate. Significa al tempo stesso riconoscere che pace, sicurezza, sviluppo e uguaglianza di genere sono dimensioni strettamente interconnesse, e che ignorarne una indebolisce tutte le altre
Tuttavia, a fronte di un quadro normativo solido e di impegni politici reiterati, l’implementazione dell’Agenda DPS resta disomogenea e fragile. La questione non è più se l’Agenda sia necessaria, ma come renderla operativa in un contesto di crisi multiple e di riduzione degli spazi politici.
Partecipazione significativa e sostenibilità delle politiche di pace
L’Agenda DPS non soltanto riconosce l’impatto differenziato dei conflitti, ma guarda al modo in cui tale impatto si riflette – o non si riflette – nei processi decisionali. La partecipazione rappresenta un pilatro fondamentale, ma anche uno degli elementi più critici e vulnerabili. Nei negoziati di pace, nei cessate il fuoco, nei tavoli di riforma istituzionale e nei processi di ricostruzione, le donne continuano a essere sottorappresentate o coinvolte in modo marginale. A questo si aggiunge il mutamento profondo dei processi di pace contemporanei
Negli ultimi anni si è assistito a una contrazione dei processi di pace strutturati e inclusivi. In molti contesti si privilegiano accordi pragmatici e di breve durata, focalizzati sulla gestione immediata delle ostilità o su intese tecniche tra élite politico-militari, piuttosto che su percorsi trasformativi capaci di affrontare le cause profonde dei conflitti. Questo restringimento dei formati negoziali riduce ulteriormente uno spazio che era già limitato per la partecipazione delle donne e della società civile.
Le conseguenze sono ampie, sebbene spesso sottovalutate. La questione della partecipazione non riguarda soltanto un principio di equità, ma la qualità e la sostenibilità delle soluzioni adottate. Quando le prospettive di chi vive il conflitto in modo differenziato non sono integrate nella definizione delle risposte, le politiche rischiano di concentrarsi sulla stabilizzazione immediata più che sulla trasformazione del conflitto, oltre che a essere parziali e poco sostenibili nel tempo. L’esclusione limita la capacità di affrontare questioni strutturali come sicurezza quotidiana, accesso ai servizi, reintegrazione sociale e coesione comunitaria, che incidono direttamente sulla tenuta degli accordi nel tempo.
La partecipazione significativa delle donne non è dunque un obiettivo simbolico né una quota da rispettare, ma una leva strategica per migliorare l’efficacia delle politiche di pace.
Donne mediatrici e dimensione locale: contributi già esistenti
L’assenza o la marginalità delle donne nei formati formali non equivale alla loro assenza dai processi di pace in senso più ampio. In molti contesti, le donne svolgono già un ruolo attivo nella prevenzione delle escalation, nella gestione delle tensioni comunitarie e nella costruzione di spazi di dialogo informale. Esse mantengono canali di comunicazione aperti quando quelli istituzionali si interrompono, lavorano sulla riconciliazione e sulla coesione sociale nelle comunità colpite dal conflitto. È in questo spazio che le reti di donne mediatrici assumono un ruolo strategico. Esse non nascono solo per aumentare i numeri, ma per tradurre i principi dell’Agenda DPS in pratiche operative, collegando livelli locali, nazionali e internazionali e mettendo in relazione spazi formali e informali della mediazione (su questo si veda ad esempio: OSCE/MWMN, From Policy to Practice, 2025).
L’esperienza del Network delle Donne Mediatrici del Mediterraneo (MWMN), lanciato nel 2017 dal Ministero degli Affari Esteri italiano insieme all’Istituto Affari Internazionali e a WIIS Italy, è emblematica in questo senso (su questo: Teodorescu, Daga, From Resolution to Practice. 25 Years of the Women, Peace And Security Agenda The Role of the Mediterranean Women Mediators Network, IAI, Edizioni Nuova Cultura, 2025). Il network riunisce circa cento donne provenienti da contesti molto diversi del Mediterraneo e lavora lungo l’intero ciclo del conflitto, con un approccio multilivello (IAI, Parte III; Fellin 2021). Gli esempi concreti mostrano come contributo delle donne che ne fanno parte si traduca in pratica. In Libano, iniziative di mediazione comunitaria hanno utilizzato arte e cultura come strumenti di riconciliazione e prevenzione della radicalizzazione, rafforzando la coesione sociale in contesti altamente polarizzati. A Cipro, le mediatrici hanno mantenuto vivo il dialogo intercomunitario nonostante uno stallo politico prolungato, offrendo spazi di confronto che hanno alimentato anche riflessioni a livello istituzionale. In Libia e Siria, il network ha creato spazi sicuri di dialogo tra donne provenienti da aree e posizioni diverse, anche in momenti di stallo dei dialoghi e processi formali, collegando le prospettive e analisi emerse a interlocutori politici e multilaterali.
Queste esperienze dimostrano che la partecipazione non è un concetto astratto: è una pratica già in atto, che necessita solo di riconoscimento istituzionale e integrazione nei quadri formali.
L’Agenda Donne, Pace e Sicurezza come agenda politica trasversale
Uno degli snodi più rilevanti per il futuro dell’Agenda DPS riguarda anche il suo posizionamento politico. Troppo spesso essa viene trattata come un ambito specialistico o separato. Al contrario, l’Agenda DPS deve essere riconosciuta come una agenda politica trasversale, che incide direttamente sulle scelte di sicurezza, di politica estera, di cooperazione allo sviluppo e di gestione delle crisi.
Integrare la prospettiva di genere non significa aggiungere una dimensione correttiva a politiche già definite, ma ripensare il modo in cui vengono elaborate le priorità, allocate le risorse e misurati i risultati. Applicata alla pace e alla sicurezza, questa impostazione implica l’integrazione sistematica dell’Agenda DPS nella pianificazione strategica, nei bilanci pubblici, nei programmi di cooperazione e nelle iniziative multilaterali. Superare la frammentazione tra agende separate – come sicurezza, sviluppo, clima, migrazioni – è una condizione necessaria per affrontare conflitti che hanno cause e impatti interconnessi. (su questo, ad esempio le raccomandazioni del G7 Gender Equality Advisory Council, 2024 Report)
Rafforzare l’implementazione: priorità operative
Se l’Agenda Donne, Pace e Sicurezza deve diventare realmente uno strumento di trasformazione, occorre intervenire su alcuni nodi strutturali. In particolare:
1. Creare accessi strutturati ai processi decisionali
Le competenze esistono. Ciò che spesso manca sono meccanismi istituzionali stabili che garantiscano l’inclusione delle donne mediatrici nei team negoziali e di mediazione e nei processi decisionali. È necessario definire criteri trasparenti per la composizione delle delegazioni, prevedere formati inclusivi fin dalle fasi preliminari e istituire meccanismi permanenti di consultazione con esperte qualificate.
2. Integrare formalmente il livello locale nei processi multilivello
La mediazione comunitaria non può essere considerata un’attività parallela o accessoria. Essa rappresenta spesso il primo spazio di prevenzione delle escalation e di ricostruzione della fiducia. Occorre creare canali istituzionalizzati che colleghino stabilmente il livello locale ai processi nazionali e internazionali, assicurando che analisi e raccomandazioni prodotte sul terreno entrino nei formati negoziali ufficiali. In questo senso, è fondamentale rafforzare la capacità che le donne possano influenzare i processi e le riflessioni in corso, apportando la propria conoscenza e esperienza maturata sul campo in quanto costruttrici di pace, sicurezza e stabilità. Si tratta di riconoscere istituzionalmente e integrare nei quadri formali la partecipazione già molto attiva delle donne in canali e contesti informali.
3. Finanziare processi di lungo periodo
La prevenzione dei conflitti e la costruzione della pace richiedono tempo e investimenti adeguati. È necessario superare la logica dei finanziamenti annuali o a breve termine e sviluppare strumenti pluriennali e flessibili, capaci di sostenere iniziative di dialogo e riconciliazione nel lungo periodo, evitando discontinuità che indeboliscono i risultati raggiunti.
4. Valorizzare iniziative esistenti e di impatto come strumenti strategici
Tra queste, in particolare le reti di donne mediatrici, che costituiscono infrastrutture operative già attive, capaci di collegare contesti diversi e di mettere in rete competenze complementari. Rafforzarle significa capitalizzare esperienze esistenti, evitare duplicazioni e riconoscerle come interlocutori strategici nei processi di policy.
5. Integrare sistematicamente l’Agenda DPS nelle politiche estere e di sicurezza
Rendere operativa l’Agenda Donne, Pace e Sicurezza implica inserirla stabilmente nella pianificazione strategica nazionale e internazionale, nei documenti di sicurezza, nei programmi di cooperazione e nei meccanismi di monitoraggio, affinché non resti confinata a iniziative settoriali.
Ciò implica anche rafforzare lo sforzo di coordinamento tra agende, attori e iniziative, con figure preposte e tavoli di lavoro.
6. Rafforzare accountability e monitoraggio
L’effettività dell’Agenda DPS dipende dalla capacità di misurare i progressi e di rendere conto dei risultati. È necessario definire indicatori chiari, rafforzare i sistemi di monitoraggio e prevedere revisioni periodiche che consentano di valutare l’impatto delle misure adottate.
Conclusione
Dalla mediazione locale alle politiche globali, rendere operativa l’Agenda Donne, Pace e Sicurezza significa colmare il divario tra principi e pratica. In un contesto internazionale in cui i processi di pace sono sempre più rari e compressi, integrare le competenze e le prospettive delle donne non è un elemento accessorio, ma una condizione per costruire soluzioni più sostenibili e inclusive. L’Agenda DPS può svolgere questo ruolo solo se riconosciuta come una priorità politica trasversale e attuata con strumenti concreti, risorse adeguate e volontà politica coerente.