Medio Oriente: adesso riaprire il cammino del negoziato

di 
Piero Fassino

Adesso che finalmente i razzi di Hamas non cadono più sulle citta israeliane e l’esercito di Israele ha interrotto le operazioni militari su Gaza, è indispensabile attivare subito una iniziativa politica prima che i fuochi - come è accaduto in questi anni - si riaccendano.

Sono passati 28 anni dagli Accordi firmati da Rabin e Arafat a Washington sotto lo sguardo garante di Bill Clinton. Un tempo lunghissimo che ha sfibrato quegli accordi con continui stop and go, ripensamenti, reciproche recriminazioni. E nella esasperante lentezza di una pace che non arrivava mai sono cresciuti in entrambi i campi posizioni oltranziste e radicali che hanno messo in discussione il processo di pace.

È accaduto in Israele, dove il Premier Nethanyahu dichiarò che con Rabin era morta anche Oslo. Ed è accaduto in campo palestinese dove la lentezza dell’applicazione degli accordi di pace e i tanti ostacoli frapposti hanno via via indebolito Abu Mazen e l’Anp a vantaggio di una crescita di posizioni radicali, in particolare di Hamas che, dopo il ritiro unilaterale israeliano da Gaza, vi ha preso il potere trasformandola nella base logistica e militare dell’aggressione a Israele.

Così si è via via logorato il principio su cui erano fondati gli Accordi di Washington: il reciproco riconoscimento della esistenza su quella terra di due diritti ugualmente legittimi, il diritto di Israele a esistere, nella sicurezza e riconosciuto dai suoi vicini e il diritto al popolo palestinese a vivere in un proprio Stato. È esattamente dal ripristino di quel riconoscimento che deve muovere oggi la riapertura di un percorso negoziale. E lo si può fare rimuovendo tutto ciò che ha messo in discussione quel principio.

Al governo di Israele - quale che sia la sua composizione in corso in queste settimane - si deve chiedere di non proseguire in ulteriori insediamenti di colonie in Cisgiordania; di interrompere ogni forma espulsione della popolazione araba di Gerusalemme, riconoscendone i suoi diritti civili, politici e religiosi; di revocare la decisione, per ora soltanto sospesa, di annettere la Valle del Giordano.

E alla parte palestinese si deve chiedere di riconoscere i diritti di Israele: Abu Mazen e l’Anp lo hanno fatto da tempo, nonostante i molti ostacoli frapposti dalle autorità israeliane all’autogoverno palestinese sui territori concordati. E hanno riconosciuto i diritti di Israele i Paesi arabi che hanno sottoscritto gli Accordi di Abramo, con l’obiettivo di creare condizioni favorevoli alla ripresa di negoziati. Così come Egitto e Giordania hanno sottoscritto da tempo accordi di pace con Israele. Ma fino ad oggi non hanno riconosciuto i diritti di Israele i settori radicali palestinesi, a partire dalla Jihad e da Hamas, nel cui Statuto è scritto che obiettivo dell’organizzazione è la cancellazione di Israele dal Medio Oriente. Una posizione che nega la soluzione dei due Stati, inibendo in radice un negoziato. E se nell’opinione pubblica israeliana è cresciuta la diffidenza verso la creazione di uno Stato palestinese è perché si teme che - nell’eventualità di una vittoria di Hamas alle elezioni palestinesi - la Cisgiordania diventi un’altra Gaza. Ad Hamas si deve dire perciò con fermezza che battersi perché i palestinesi abbiano il loro Stato impone l’abbandono di ogni progetto di distruzione di Israele e il riconoscimento della sua legittimità. E lo si deve dire con altrettanta fermezza all’Iran, alla Turchia, a Hezbollah libanese che sostengono Hamas e Jihad.

Naturalmente non è secondario quali leadership assumeranno la guida in Israele e nel campo palestinese. Le elezioni in Israele - le quarte in due anni - hanno delineato ancora una volta un quadro precario con il Likud di Nethanyahu confermato primo partito di maggioranza relativa, ma in difficoltà a creare un’alleanza che abbia i 61 seggi necessari per avere la maggioranza alla Knesset. Tant’è che il Presidente israeliano Rivlin ha dovuto prendere atto del fallimento del mandato conferito a Nethanyahu, affidando un nuovo mandato a Lapid, leader di uno dei partiti dell’opposizione. Lapid ha avviato colloqui (in corso mentre va in stampa questo articolo) per formare una coalizione alternativa al Likud, interloquendo con uno spettro largo di forze politiche, da sinistra (Meretz e Labour) ai partiti centristi ad alcune formazioni religiose. In tale scenario si è inserita una significativa novità: la disponibilità di una delle due liste arabe presenti alla Knesset di partecipare alla coalizione di governo. Un’ipotesi radicalmente osteggiata da Nethanyahu e da Hamas, che entrambi non vogliono una partecipazione araba al governo di Israele. E questo tema non è affatto estraneo alla radicalizzazione delle scorse settimane che ha avuto tra i suoi esiti la temporanea sospensione della disponibilità del leader della lista araba.

Aperta è anche la competizione per la leadership in campo palestinese. Il decorrere del tempo senza che si giungesse a una soluzione e la politica di Nethanyahu di giudeizzazione di Gerusalemme e di continui insediamenti di colonie in Cisgiordania hanno fortemente indebolito Abu Mazen e l’ANP, resi più fragili anche dalle divisioni che lacerano da tempo Al Fatah. Non a caso tra le ragioni per cui Abu Mazen ha rinviato le attese elezioni presidenziali e parlamentari vi è il fatto che Al Fatah si apprestava a presentarsi alle elezioni con tre liste a fronte di una sola lista di Hamas, che avrebbe avuto evidenti maggiori chances di conquistare la leadership anche in Cisgiordania.

E infine va segnalata la grande manifestazione convocata all’indomani della cessazione delle ostilità militari dal fronte democratico e pacifista che ha visto migliaia di israeliani - ebrei e arabi - sfilare uniti per Tel Aviv reclamando la ripresa di un percorso di dialogo e di negoziato per restituire pace e sicurezza a israeliani e palestinesi. Un segnale di speranza dopo settimane di dolore e violenza.

Un quadro così complesso e gravido di rischi richiama la responsabilità della comunità internazionale che in questi anni ha colpevolmente assecondato un passivo trascorrere del tempo nell’illusione che ciò avrebbe consentito il superamento dei conflitti. È accaduto il contrario perché una criticità non risolta, con il tempo marcisce e produce più acuti conflitti. Anzi, anni di conflitti hanno scavato un solco di rancore, odi, spirito di vendetta rendendo più difficile che israeliani e palestinesi si siedano allo stesso tavolo se non c’è una robusta iniziava internazionale che convinca le parti a riprendere il cammino di un negoziato, accompagnandoli, assistendoli e facendosi garanti delle soluzioni convenute.

Sbloccare un conflitto che si protrae da più di 70 anni è peraltro indispensabile non solo per dare finalmente pace e sicurezza a due popoli, ma anche contribuire a un processo di stabilizzazione del bacino mediterraneo-mediorientale che, dallo Stretto di Hormuz a Gibilterra, è investito da una sequenza di guerre (Siria, Libia, Yemen), instabilità (dal Libano alla Tunisia al Sahel) che richiedono di essere sedati e volti a soluzioni politiche. Proprio quel che è accaduto in queste settimane in Medio Oriente ci dice che ai conflitti non c’è soluzione militare e che, per quanto difficile, bisogna perseguire con determinazione soluzioni politiche.