Immigrazione: fare i conti con la realtà

by 
Piero Fassino

L’annuale Report sulle dinamiche dell’immigrazione pubblicato da CGIA Venezia e Fondazione Moressa offre dati incontestabili e tendenze inequivoche. Nel 2025 su quattro lavoratori neoassunti, uno era straniero. In cifra assoluta significa che sono stati assunti 1.360.000 stranieri, pari al 23% del totale dei neoassunti nel 2025.
L’analisi articolata per settori merceologici evidenza che sono stranieri ben il 42.9 % dei neoassunti in agricoltura, il 41.8% nel tessile-abbigliamento-calzature, il 33.6 % nelle costruzioni, il 26.7 % nei trasporti e nei servizi di pulizia. Percentuali anche più alte si registrano nella ristorazione e nei servizi di cura (colf e badanti).
Complessivamente, oggi in Italia i lavoratori dipendenti stranieri sono 2.2 milioni distribuiti in tutto il Paese, con punte di presenza in Emilia-Romagna, Toscana, Lombardia e Veneto.
Cifre che dimostrano come la presenza di lavoratori stranieri sia un dato sempre più strutturale che colma un vuoto di manodopera nazionale. D’altra parte, soltanto pochi mesi fa, Confindustria ha stimato in 800.000 i posti di lavoro vacanti per mancanza di offerta. Senza i lavoratori stranieri molte imprese sarebbero costrette a ridurre la loro attività e i relativi investimenti, con pesanti effetti negativi sulla crescita economica, sulla produzione di ricchezza e sulla sua distribuzione.
A tutto ciò, si aggiunga la costante crescita di stranieri impegnati in attività di lavoro autonomo. Come risulta dall’indagine che da anni il CeSPI conduce sulla inclusione finanziaria dei migranti, vi è stata e vi è una costante crescita di conti bancari, depositi, mutui e linee di credito intestati a cittadini stranieri, a conferma della strutturalità della loro presenza in ogni settore della vita economica e sociale del nostro Paese.
Una presenza che peraltro produce un saldo attivo per le casse dello Stato: i lavoratori immigrati contribuiscono al prelievo fiscale come tutti i dipendenti, ma essendo più giovani usufruiscono in misura minore di pensioni e prestazioni. Ed è perciò destituita di fondamento la tesi di un drenaggio di risorse pubbliche a danno degli italiani.
Non meno falsa è l’evocazione di “invasioni” a cui si vorrebbe mettere un freno con politiche di “reimmigrazione” che se mai fossero perseguite metterebbero in ginocchio le nostre imprese. La verità è che ci si deve porre l’obiettivo di “trattenere” gli immigrati, la cui presenza colma il gap demografico derivante dal basso tasso di natalità della popolazione italiana. E quand’anche la natalità si alzasse, la sua incidenza positiva sul mercato del lavoro si produrrebbe solo a lungo termine.
Così come è irresponsabile utilizzare strumentalmente la legittima domanda di sicurezza che può e deve essere garantita ai cittadini con una scrupolosa applicazione di leggi e norme, a partire dall’allontanamento effettivo dall’Italia di chi compie reati o atti illeciti. Ma lo si può e lo si deve fare senza restringere diritti e tutele per chi ha scelto di costruire qui il futuro suo e dei propri figli. E ogni giorno lo fa rispettando le leggi e contribuendo con il suo lavoro alla crescita del Paese.
Con un approccio responsabile e realistico va affrontata e gestita anche l’immigrazione irregolare, che va contrastata con maggiore efficacia per contenerla e ridurla, ma anche con la consapevolezza che in ogni caso una quota di ingressi irregolari, per quanto ridotta, continuerà a esserci. Anche perché il rimpatrio è subordinato a condizioni - accordi di riammissione con i Paesi di origine e identità certa dell’immigrato - che spesso non sussistono. Per cui, anziché rinchiudere gli irregolari nei CPR, un limbo senza prospettive, sarebbe più saggio regolarizzarli in ragione che possano inserirsi nel tessuto sociale. Ricordo che è quel che ha fatto da ministro degli Interni Roberto Maroni (fondatore della Lega), con due successive sanatorie per circa 700.000 immigrati irregolari, che oggi sono pacificamente inseriti nella vita del nostro Paese. Segnalo che una tale soluzione la propose due anni fa l’Associazione degli Artigiani di Treviso, capitale di quel nord-est produttivo che ogni giorno soffre della mancanza di manodopera.
Intendiamoci: nessuno sottovaluta gli impatti che si producono quando in una comunità entrano persone che parlano un’altra lingua, praticano un altro credo religioso, hanno altre abitudini alimentari e vivono la loro quotidianità personale e familiare con consuetudini differenti. E sappiamo che di fronte a ciò che non si conosce la prima reazione non è allargare le braccia per accogliere, ma mettere le mani avanti in un istinto di difesa.
Ma proprio per questo l’immigrazione non può essere abbandonata alle sue dinamiche spontanee, mentre serve una politica che “liberi l’immigrazione dalla paura” attivando strumenti, servizi, risorse che promuovano e sostengano una vera e completa integrazione fondata sui diritti e i doveri di cittadinanza, andando al di là di una caritatevole accoglienza.
Ma questo è possibile se chi ha responsabilità istituzionali o politiche o sociali abbandona la troppo facile tendenza ad assecondare pregiudizi e un clima di sospetto e di colpevolizzazione verso chiunque parli un’altra lingua o abbia la pelle scura. Anche perché il carattere multietnico, multireligioso e multiculturale della società in cui viviamo è una realtà irreversibile che richiede politiche capaci di coglierne e valorizzarne le opportunità. Più e prima lo si fa, più ne deriveranno benefici per tutti.