Articolo di Valeria Giannotta

Elezioni amministrative in Turchia: un segnale d’allarme per Erdoğan?

İl 31 marzo 2019 verrà ricordato come il giorno delle elezioni al cardiopalma, in cui la Turchia ha dimostrato che nel gioco democratico tutto è possibile. Hanno destato sospetti e malcontenti queste prime elezioni indette dopo il passaggio al sistema presidenziale voluto da Erdoğan, forte della vittoria plebiscitaria del 24 giugno 2018. Pur avendo ottenuto la maggioranza a livello nazionale e il controllo di 15 città metropolitane oltre che di 24 province, il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) del presidente Erdoğan ha subito una seria battuta d’arresto sia a Istanbul, cuore pulsante del business turco, che nella capitale Ankara. In quella che si è profilata una lotta all’ultimo voto, lo scarto tra i candidati AKP e quelli del Partito popolare repubblicano (CHP) in queste due città è stato minimo, ma utile a espugnare gli storici baluardi dell’AKP.

Per più di vent’anni sia Ankara che Istanbul sono stati governati da amministrazioni conservatrici di centro-destra e, con la fondazione dell’AKP nel 2002, hanno gravitato sotto il programma di ‘servizio alle persone’ proposto dallo stesso leader fondatore Erdoğan. Lui stesso nel 1994, quando militava nel partito islamista Refah, ha ricoperto l’importante carica di sindaco di Istanbul ma venne arrestato nel 1998 per un proclama pubblico che ‘inneggiava all’İslam’, allora percepito come una minaccia per l’ordine precostituito a marchio kemalista. Ma certamente erano altri tempi e nel frattempo le logiche interne della Turchia sono cambiate e il Paese ha assistito a una profonda trasformazione.

Nel processo di aggiustamento interno l’AKP l’ha fatta da padrona, uscendo vincente da 16 tornate elettorali e facendo delle due più grandi città del Paese la propria roccaforte. İn un certo senso, la tendenza è stata confermata anche questa volta: l’AKP ha ottenuto la maggioranza del supporto popolare (44%) e, rispetto a giugno 2018. ha registrato un aumento del consenso del 2%. In coalizione con il Partito nazionalista MHP, la cosiddetta Alleanza del Popolo ha ottenuto il 51,6% dei voti rispetto al 37,5% incassato dall’Alleanza Nazionale formata dal partito repubblicano (CHP) e il partito nazionalista IYI (Buon partito), che hanno presentato candidati congiunti nelle maggiori municipalità. La designazione di Mansur Yavaş ad Ankara ed Ekrem İmamoğlu a Istanbul si è confermata vincente e i fattori che hanno contribuito al loro trionfo sono molteplici. Entrambi gli esponenti repubblicani sono ben noti a livello territoriale per la buona performance nei rispettivi distretti di Beypazari ad Ankara e Beylikdüzü a Istanbul. Il legame con la città di appartenenza e il contatto con la propria base sociale è stata senza dubbio una discriminante importante che ha invece giocato a sfavore dell’AKP. La strategia messa in campo dal partito di governo, infatti, si è basata principalmente sulla candidatura di personaggi con un importante profilo politico nazionale. Lo spessore di Bınalı Yıldırım, già Primo ministro e Presidente del Parlamento turco, tuttavia, non è bastato a convincere gli abitanti del Bosforo così come traballante è stata la simpatia accordata nella capitale a Mehmet Ozhaseki ex sindaco della città anatolica di Kayseri.

Nonostante lo scivolone al vertice metropolitano, l’AKP mantiene comunque il controllo della maggior parte dei distretti (24 a Istanbul e 19 ad Ankara), confermando la propria capacità aggregativa e di attrazione dei settori tradizionalmente conservatori. In fondo questo è uno zoccolo duro, come sancito dall’estesa conquista delle città anatoliche battute una a una personalmente dal presidente nei suoi tour elettorali, secondo la logica di politica di prossimità. Essere tra la gente, indirizzare i propri messaggi alle masse, fare campagne elettorali al ‘dettaglio’, è da sempre la principale forza dell’AKP e di Erdoğan, riconosciuto come ‘uomo del popolo’. Da città in città la sua propaganda si è concentrata sulle urgenze del Paese, dalla lotta al terrorismo alla garanzia della sicurezza interna, dalla sostenibilità dell’economia all’idea di beka (sopravvivenza della nazione). Facendo leva sulle contingenti minacce poste alla Turchia, il linguaggio politico dell’AKP è stato ampiamente influenzato dalle istanze nazionaliste proprie dell’alleato MHP, alienando però le simpatie di alcuni settori della società, compresi i curdi conservatori delle grandi città.

Viceversa, nel sud-est Anatolico le tradizionali roccaforti curde sono state mantenute dall’HDP (Partito Democratico del Popolo) con importanti eccezioni che vedono l’avanzare dell’AKP. Si tratta di territori strategicamente importanti nella ‘lotta al terrore’ dichiarata contro il fuorilegge PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan) che proprio in quelle zone ha goduto di ampie simpatie. Negli ultimi anni, un gran numero di municipalità poste in regime di amministrazione giudiziaria, soprattutto a seguito dei decreti emergenziali post-golpe 2016, oggi hanno optato per gravitare sotto l’ala del Partito di Stato AKP. Lo stesso presidente Erdoğan si è detto compiaciuto del risultato ottenuto, inteso come un ‘successo di ogni cittadino nella logica di sopravvivenza nazionale’. L’accento sull’importanza dell’unità nazionale è stato il collante dell’alleanza con il MHP che, seppur con un supporto nazionale in declino -evidente nella perdita di alcune roccaforti della costa meridionale (Adana e Mersin)- non solo è riuscito a espandere la propria sfera di azione, ma nei casi in cui ha presentato propri candidati, è riuscito a sottrarre potere all’AKP, agendo come una sorta di cavallo di Troia.

In ogni caso, nella logica elettorale il dato economico ha sparigliato il gioco. Dopo il cosiddetto ‘miracolo turco’, il cui architetto è stato proprio il partito al governo con la sua spinta riformista-liberale, negli ultimi anni l’economia ha subito una brusca battuta d’arresto fino ad entrare recentemente in una fase di recessione. A partire dal 2002, la Turchia ha registrato altissimi tassi di crescita (con punte eccezionali come il 9,5% del 2010 e l’8,8% del 2011). Dal 2012, però, la crescita ha subito un rallentamento con valori inferiori alla soglia teorica del 5% che le autorità turche ritengono necessaria per fare della Turchia uno dei 10 Paesi più sviluppati al mondo entro il 2023, anno in cui ricorre il centenario della Repubblica. Le cause principali di tale rallentamento sono rappresentate dalla debolezza della domanda interna, dagli effetti negativi delle turbolenze che hanno colpito alcuni mercati di sbocco delle esportazioni turche e dalla congiuntura economica di alcuni Paesi dell’Unione Europea, ma soprattutto dalla crisi con l’America di Trump. Inoltre, a seguito dell’instabilità interna del biennio 2015-2016, circa 9 miliardi di dollari di capitali stranieri sono fuggiti dalla Turchia e il paese ha cercato di colmare il deficit con riserve proprie, incoraggiando le banche a attivare i rubinetti del prestito. L'espansione del prestito ha avuto un importante impatto sull’inflazione, che ha raggiunto picchi del 20%, e il recente aumento dei prezzi del 22% evidenzia che la crisi non è purtroppo destinata a ridursi. In questo quadro un ruolo importante ha giocato la crescita del tasso di disoccupazione (11%), percepito in aumento in quanto la crescita dell’economia non sembra sufficiente ad assorbire la forza lavoro. Davanti al costante deprezzamento della lira turca sul dollaro, il governo, pur non avendo adottato misure fiscali che gli alienassero le simpatie dell’elettorato, è stato comunque punito nelle grandi città.

Il voto del 31 marzo mette in evidenza tutta la complessità di un Paese che, a cavallo tra Europa e Medio Oriente, presenta tratti peculiari della propria storia politica e di una democrazia in fieri. Per quanto inaspettato e sorprendente, se si considera la posizione predominante dell’AKP all’interno dello spettro politico turco in cui vige un esecutivo presidenziale e un fragile sistema di controlli e contrappesi, il risultato elettorale non era per nulla scontato. In quella che è una democrazia bloccata dalla logica maggioritaria, le tradizionali fratture sociali hanno giocato un ruolo fondamentale nel posizionamento del voto, ma non solo. Sono le nuove problematiche e la trasformazione del sistema politico -riflessa da quella avvenuta all’interno dell’AKP che, da movimento di protesta, ha gradualmente assunto le sembianze di partito “pigliatutti” fino a diventare partito di Stato- le discriminanti fondamentali, a cui si aggiunge anche una certa stanchezza da parte dell’elettorato. Negli ultimi cinque anni i cittadini turchi sono stati chiamati a esprimersi a cadenza regolare sul futuro del Paese. Senza contare lo shock psicologico vissuto dalla popolazione a fronte dei ripetuti attacchi terroristici e del tentato golpe del 2016. Innalzare il discorso politico dal livello territoriale a quello nazionale, con continui riferimenti alle questioni interne e internazionali, ha pagato il prezzo di incrementare la distanza tra i cittadini e il centro del potere e di concedere maggior spazio di manovra all’opposizione, garantendo importanti avvicendamenti.

Da queste elezioni, percepite come referendum contro Erdoğan comunque le si osservi, sono emersi diversi vincitori. Nella logica maggioritaria, l’AKP rimane vittorioso, ma non più invincibile, anche se in una prospettiva partecipativa il vero trionfo è lo zelo democratico dei turchi e il loro orgoglio nazionale. Tuttavia, poiché l'aritmetica parlamentare è enormemente a favore di Erdoğan e del suo AKP e non è prevista alcuna tornata elettorale prima del 2023, gli sviluppi futuri dipenderanno dalla ripresa di uno spirito pragmatico e riformatore in chiave liberale sia a livello economico che politico. Risanare l’economia e garantire la maturità democratica del Paese è, dunque, la vera sfida da affrontare così come è opportuno un momento di riflessione interna da parte di tutti gli attori politici oltre che l’autocritica di chi –come Bruxelles- non perde occasione per condannare la Turchia allo status di ‘candidato’ indesiderabile, non incentivandone lo spirito liberale.