Articolo di Micol Meghnagi

Occupiamoci dell’Occupazione

Il mio orgoglio per Israele e il mio supporto per la libertà palestinese

In questi giorni ricordiamo la liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù in Egitto. Pesach ci ricorda che in tempi di crisi e di pericolo imminente non dovremmo solo fare affidamento sui miracoli per cambiare la nostra condizione ma, piuttosto, agire attivamente. Le nostre vite osservano in questi giorni cambiamenti drastici. Una sensazione d’imprevedibilità si è insinuata in molti di noi. Non sapere che cosa succederà dopo, non avere previsioni attendibili rende le nostre giornate inquiete e per certi versi interminabili.

Nella notte del Seder raccontiamo una storia di schiavitù ma anche di liberazione. Libertà e schiavitù, liberazione e oppressione sono sempre presenti e sempre possibili. Dobbiamo essere solidali con i nostri fratelli e sorelle di tutto il mondo e unirci alla lotta globale per la libertà e la giustizia collettiva. Ci vuole senz’altro coraggio, e fede per chi la ha, nel difendere i valori della libertà e della liberazione.Tzedachà e Tikkun Olam: “giustizia” e “riparare il mondo spezzato”, sono alla base della tradizione ebraica. Inclusione e impegno sociale. Nel pensiero collettivo e nelle politiche questi valori sembrano però disgregarsi lentamente. I muri, simbolici e non, sono stati costruiti e rafforzati nel corso dei secoli.

Le notizie corrono veloci, da una parte all’altra del mondo; così come le leggi, quelle ingiuste, che ci dividono e incatenano in classi sociali, in religioni, in etnie, in genere. Mentre vengono svelate le falle di un sistema radicalmente sbagliato, i conflitti e le guerre non si fermano, continuando a contare morti e disperazione.

Negli anni mi sono a lungo domandata come coniugare il mio orgoglio per Israele con il mio supporto per la libertà palestinese, respingendo attivamente l’idea di cadere in una contraddizione.

Come donna, ebrea, da sempre impegnata ad una composizione pacifica del conflitto in Medio Oriente, ritengo che sia arrivato il momento per la nostra comunità di uscire da quella narrativa che vuole gli ebrei acritici ad ogni costo. Dobbiamo cominciare a comprendere che è possibile parlare di occupazione ed essere allo stesso tempo “Pro-Israele”. Nella comunità ebraica americana e in quella britannica, opinioni del genere sono ormai entrate a far parte del discorso collettivo. In Israele, sono numerosi i movimenti giovanili – e non –  che portano all’interno della sfera pubblica un confronto su questi temi. Se si vuole realisticamente e moralmente prendere una posizione sul conflitto, allora è necessario opporsi all’occupazione della Cisgiordania, di Gerusalemme Est e all’embargo di Gaza. Noi tutti abbiamo bisogno di una pace reale e duratura nel Medio Oriente. Gli israeliani ne hanno bisogno. I palestinesi ne hanno bisogno. Proteggere la sicurezza di Israele e riconoscere la sofferenza del popolo palestinese sono due imperativi che devono cominciare a camminare insieme. Anche informarsi è un dovere morale. I residenti palestinesi in Cisgiordania sono soggetti alla legge militare mentre i residenti israeliani nella stessa terra sono soggetti alla legge civile israeliana, che conferisce loro diritti significativamente maggiori. Le politiche inerenti al mantenimento di una occupazione militare che va avanti da oltre 50 anni devono trovare la strada per un cambiamento. Coloro che hanno definito la loro prospettiva politica come “favorevole alla soluzione a due Stati”, ma non “contro l’occupazione”, non solo hanno abbracciato una contraddizione intrinseca, ma hanno anche scelto di non opporsi alla violazione dei diritti fondamentali.

In questo quadro è necessario riconoscere l’esistenza di un antisemitismo radicato, spesso legato all’ostilità nei confronti di Israele che delegittima e demonizza Israele per il solo fatto di essere, indipendentemente dalle sue politiche. La sinistra, come la destra, non è immune all’antisemitismo. Gli stereotipi antiebraici hanno avuto una lunga gestazione. Sono presenti sin dall’antichità e si sono trasformati nel corso del tempo. L’utilizzo di certe retoriche che ruotano intorno alla narrativa israeliana devono essere osteggiate. Paragonare Israele al nazismo o la drammatica situazione di Gaza alla Shoah, non solo è profondamente sbagliato, ma anche pericoloso. Quando i preconcetti sono radicati nel linguaggio, la cura delle parole diventa necessaria.

L’ala più estrema del movimento dei coloni è una minaccia non soltanto per la pace ma anche per la democrazia. Le ultime statistiche hanno mostrato che il governo israeliano rifiuta il 98% delle richieste di permessi di costruzione nell’area C della Cisgiordania, non lasciando ai palestinesi alcuna realistica opzione se non quella di costruire senza un permesso. Demolire le abitazioni, costruite senza permessi che non possono essere ottenuti, è eticamente sbagliato. Il sionismo, come noi lo intendiamo, come io lo intendo, ha il diritto di essere soltanto se riconosce il diritto dei palestinesi. Due paesi, fondati su eguali diritti per entrambi i popoli. Uno stato fianco-a-fianco e non contro. Il sionismo si fonda sui diritti naturali dei popoli all’autodeterminazione e all’autogoverno ed è in questo senso che questi diritti sono e devono essere propri anche del popolo palestinese. È un obbligo morale a cui non possiamo sottrarci e verso il quale dobbiamo impegnarci. L’accordo per la fine dell’occupazione è una condizione fondamentale per la libertà di entrambi i popoli, per la piena realizzazione della stessa Dichiarazione di Indipendenza di Israele e per un futuro di coesistenza pacifica. L’occupazione mette in pericolo la capacità di Israele di svilupparsi come società libera, democratica e aperta. Allo stesso tempo, organizzazioni terroristiche come Hamas, corrodono da dentro e danneggiano il movimento israeliano e palestinese che si batte per una giustizia sociale e politica. Hamas, come ogni movimento radical- fondamentalista, antepone la sua ideologia di morte agli interessi della sua stessa popolazione.

È scorretto credere che la sola fine dell’occupazione porterebbe ad una pace reale e duratura. Una azione del genere deve essere parte di un accordo più ampio che soddisfi la visione di entrambi gli Stati. Allo stesso modo, però, non possiamo e non dobbiamo chiudere gli occhi di fronte alla realtà: l’occupazione sta lacerando le basi della democrazia israeliana, così come l’annessione dei Territori Palestinesi sta normalizzando la cultura dell’illegalità. La soluzione, è vero, non è chiara. Ma fino a quando non proveremo a cercarla o a crearla, continueremo a contare vittime e a piangere sui loro corpi. La capacità di immaginare un futuro diverso ci permette di non rimanere schiacciati dal nostro passato, di immaginare che il mondo possa essere più giusto di come è adesso, ci permette di sognare. E a smuovere il mondo sono proprio i sognatori, coloro che hanno il coraggio di portare avanti una visione. Non si tratta di abdicare al senso di realtà ma di conservare vivo il sentimento della speranza senza il quale un progetto di vita e società non potrebbero mai darsi.  

Un Midrash rabbinico ci racconta che quando il popolo ebraico raggiunse il Mar Rosso durante l'Esodo dall’Egitto, le acque non si separarono fino a che una persona, Ben Aminadav, fece il primo passo in avanti. Ben Aminadav ebbe il coraggio di fare il primo passo verso l’ignoto e trovò la libertà. Con l’augurio di poter fare un passo in avanti. 

L’anno prossimo, in un mondo giusto.