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Politica

Quel muro che ha cambiato la storia dell’Europa

8 Novembre 2019
Michele Valensise

È passato molto tempo. Per chi oggi ha ventiquattro anni la distanza che lo separa dalla caduta del muro di Berlino è la stessa di quella che c’è tra me e il referendum su monarchia o repubblica in Italia: fatti lontani, acquisiti, che ormai coinvolgono poco. Un’intera nuova generazione ha solo una vaga idea degli avvenimenti del 1989 - annus mirabilis lo definì Giovanni Paolo II - in Germania e in Europa e di quanto essi cambiarono il corso della storia per milioni di persone, da Berlino a Varsavia, da Bucarest a Mosca e nel mondo. Al punto che sull’onda dello sconvolgimento dell’ordine internazionale, ingessato da decenni sulla cesura fisica tra Est e Ovest e sull’equilibrio del terrore, si arrivò a teorizzare la fine della storia. Profezia illusoria di un mondo unipolare e con valori uniformi, sul modello esclusivo dell’Occidente.

E’ giusto che adesso il trentesimo anniversario della caduta del muro sia occasione per tentare un bilancio di come quel profondo riassetto abbia modificato la Germania e l’Europa. Il che potrà servire a ripercorrere la storia a beneficio di chi non ha vissuto quella stagione in prima persona.

Non accadde tutto di colpo. La sera del 9 novembre 1989 quando Gūnter Schabowski, portavoce del governo della Germania Est, in conferenza stampa scivolò sulla risposta su quando la nuova regolamentazione dei transiti verso l’Occidente sarebbe entrata in vigore - colto alla sprovvista, rispose “per quel che ne so, da subito” - la pressione popolare per un cambio di passo all’Est era forte già da tempo. Nei mesi precedenti si erano moltiplicate le proteste, non solo nella Ddr, per rivendicare libertà di movimento e partecipazione democratica. I confini sino ad allora sigillati di Ungheria e Cecoslovacchia si aprivano da Est a Ovest per tanti tedeschi orientali, costretti a una tortuosa, insperata triangolazione per lasciare la Ddr e sbarcare nell’altra Germania, per troppo tempo vietata.

La sfida al regime si protraeva da mesi nelle piazze, nelle chiese, nelle università, mentre la nomenklatura di Berlino Est stentava a percepirne la portata. Ancora all’inizio di novembre i dirigenti della Sed, l’occhiuto partito-governo assoluto della Germania orientale, speravano di poter domare la rivolta con l’uso dei tradizionali strumenti di repressione. Sarebbero bastate le delazioni, la polizia, la delegittimazione. Imperdonabile sottovalutazione di un’ondata troppo potente per essere contenuta con mezzi ordinari.

Sullo sfondo pesava la novità del Paese guida, l’Urss di Gorbachov, stretta tra crisi e riforme, non più in grado di fungere da guardiano e protettore dell’ortodossia nei Paesi satelliti. Quasi che il Cremlino, alle prese con glasnost e perestrojka, avesse riconosciuto l’ineluttabilità di ascoltare l’appello accorato di Ronald Reagan di due anni prima, quando davanti alla porta di Brandeburgo il presidente americano aveva gridato con forza a Gorbachov di aprire finalmente quel muro.         

I sommovimenti venivano osservati con velata inquietudine dagli altri Paesi europei. Trapelava la preoccupazione che modifiche sostanziali dello status delle due Germanie, quelle che piacevano tanto da volere che ce ne fossero due, avrebbero pregiudicato l’equilibrio dei rapporti Est-Ovest, come esso era andato consolidandosi tra alti e bassi da una quindicina d’anni nello spirito di Helsinki. Inizialmente Francia, Regno Unito, Italia non brillarono per empatia nei confronti della spinta verso il superamento della frontiera inter-tedesca, troppo carico di incognite per l’Europa. Dall’altro lato dell’Atlantico, l’amministrazione americana fu più decisa nel sostenere l’aspirazione, ancorché confusa, dei tedeschi a un futuro diverso. Per ragioni meno ideali, dettate dall’affanno del sistema sovietico della fine degli anni Ottanta, anche da Mosca giunse una sostanziale luce verde agli sviluppi tumultuosi in corso. Ne è prova la freddezza di Gorbachov, a Berlino Est poche settimane prima della caduta del muro, con Honecker che ancora si illudeva su solidarietà e appoggi da Mosca.

Sicché non ci si stupì dieci anni fa, nel ventesimo anniversario del crollo del muro, quando i tedeschi associarono a un toccante ricordo dei fatti dell’89, accanto a Helmut Kohl, soltanto George Bush sr. e Michail Gorbachov, veri artefici della “svolta”, senza la partecipazione di leader europei, né protagonisti, né comprimari. E non era stato sorprendente che nei mesi dei febbrili negoziati “2+4” per la riunificazione dei due Stati, da novembre 1989 a ottobre 1990, il ministro degli Esteri Hans-Dietrich Genscher, nonostante l’amicizia, avesse respinto senza giri di parole la richiesta del collega italiano Gianni De Michelis di partecipare a quella trattativa (“this is not your game”). D’altra parte, riserve ed esitazioni sull’idea stessa della riunificazione si manifestavano in più di un settore della società tedesco-occidentale. Per lunghi anni quella aspirazione era sembrata a tanti una bandiera della conservazione, se non del revanscismo, certo da non sventolare con troppa disinvoltura.

Era stato Willy Brandt, patriota della sinistra al di sopra di ogni sospetto, a riconciliare con coraggio e lungimiranza il suo campo politico con la fine della separazione innaturale e dolorosa di un popolo e a salutare la realizzazione del sogno di superare le divisioni tra quanti avrebbero dovuto crescere insieme (es wächst zusammen was zusammengehört). Quella sera a Berlino, tra la folla inebriata davanti ai varchi aperti d’incanto sotto lo sguardo dei Vopos paralizzati dal fiume umano diretto all’Ovest, sulle possibili speculazioni politiche prevalevano di gran lunga la commozione, la solidarietà, la speranza.

In un tempo brevissimo (329 giorni) la Germania giunse all’unificazione ufficiale del Paese, voluta più di chiunque altro da Kohl, “il cancelliere dell’Unità”, e negoziata con determinazione e abilità da Wolfgang Schäuble. Inizia lì una nuova fase della storia tedesca ed europea, evidentemente con un accresciuto peso della Germania, ma tuttavia su un chiaro solco di continuità con l’impegno europeo dei decenni precedenti. I timori di una virata della Germania su una strada diversa da quella dell’intero dopoguerra, per imboccare un percorso nazionale autonomo, solitario (Alleingang) rispetto ai partner Ue, furono ridimensionati dai primi passi del Paese riunificato e dalla conferma della priorità del progetto di integrazione europea anche nella nuova Germania.

Sull’altare della costruzione europea la Germania sacrificò la propria moneta, il marco tedesco, che più che una valuta era un simbolo identitario di stabilità e sicurezza, beni assolutamente preziosi alle latitudini centro-europee. L’assenso all’introduzione dell’Euro non fu solo il prodotto di un baratto più o meno implicito con Mitterrand per vincere e controbilanciare le diffidenze dei partner per la riunificazione. Fu anche la prova che la Germania unita continuava a puntare con decisione all’Europa, come si vide con chiarezza negli anni seguenti al di là di critiche e recriminazioni per l’“egoismo” di alcune scelte di fondo di Berlino.

Certo, erano fondati i rilievi e gli appelli di coloro che all’indomani della crisi finanziaria del 2008 chiedevano una politica economica tedesca più espansiva, per rilanciare crescita e occupazione nei Paesi più colpiti. O la delusione, spinta fino al risentimento, di quanti contestarono il ritardo causato da riserve ed eccessive cautele tedesche negli interventi di stabilizzazione della Ue a favore di Paesi membri in difficoltà. Tra tutte, fu amara la constatazione di quanto il costo dell’aiuto alla Grecia fosse lievitato per le esitazioni iniziali, mentre un’iniziativa comunitaria più decisa e tempestiva avrebbe potuto essere risolutiva con oneri ben più contenuti per l’Europa.

Si affinarono poi, con il contributo essenziale della Germania, norme e procedure di solidarietà e assistenza, sul presupposto caro ai tedeschi che “la solidarietà non è una strada a senso unico”. Essa deve comportare cioè anche un impegno tangibile dell’assistito a far ordine in casa propria. È l’idea portante dell’era Merkel e del suo governo, condivisa da un ampio spettro di forze tedesche. Altrettanto diffusa è la convinzione, molto spesso ribadita dalla cancelliera, che nell’odierna congiuntura internazionale neanche un Paese rilevante come la Germania (con il mero 1% della popolazione del pianeta) potrebbe efficacemente perseguire da solo i propri interessi o affrontare con successo sfide globali inaudite, che richiedono coesione e coordinamento tra più Paesi, per noi innanzitutto nel quadro europeo.      

L’Europa resta insomma la bussola della politica tedesca. Se comincia ad affiorare persino una riflessione sulla necessità di un maggiore stimolo agli investimenti e alla domanda, su altri passaggi la direzione di marcia verso una maggiore integrazione europea appare indiscutibile. Lo si può vedere ad esempio nei passi tedeschi a favore di un più ampio ricorso al meccanismo del voto a maggioranza, anziché all’unanimità, in seno all’Ue. O sul tema dei flussi migratori, con qualche apertura significativa nei confronti delle esigenze dei Paesi di primo arrivo, in primis l’Italia. O ancora nella sostanziale adesione del governo tedesco a decisioni assunte dalla Banca centrale europea su impulso di Mario Draghi, nonostante l’opposizione della Bundesbank: significa restare in minoranza e accettare, nell’interesse comune, il volere della maggioranza.

Quali che potranno essere gli sviluppi della situazione politica interna, con le prospettive incerte della “grande coalizione” e della successione a Angela Merkel alla cancelleria federale, non è prevedibile che l’impegno europeo della Germania si affievolisca. C’è una radicata consapevolezza del ruolo che solo attraverso un’Ue più forte e autorevole ci si possa misurare con successo con i grandi, nuovi protagonisti sulla scena mondiale (Usa, Cina, Russia, India). Globalizzazione, mutamenti climatici, digitalizzazione, migrazioni sono i campi più importanti indicati lucidamente da Berlino per un rilancio delle strategie e delle politiche comuni europee. Per l’Italia è un’agenda di evidente interesse, da alimentare con contributi e proposte puntuali per far valere le nostre priorità. Potremo tra l’altro far leva sulla circostanza che, dopo l’infelice recesso del Regno Unito, in seno all’Ue si apriranno nuovi spazi di dialogo e di intesa per chi vorrà guardare avanti. La Germania sarà tra questi, l’Italia non dovrà mancare.

Intanto, a trenta anni da quel fatidico 9 novembre, è tempo di bilanci. Per evitare che le dovute celebrazioni finiscano per attrarre solo quanto “il sermone della domenica alla radio” (Ingo Schulze), occorre uno sguardo obiettivo su che cosa ha significato la riunificazione soprattutto per le regioni orientali, attraversate oggi da inquietudini e frustrazioni. A colpire non è solo il successo elettorale generalizzato dell’estrema destra nazional-sovranista, da ultimo in Brandeburgo, Sassonia e Turingia, che crea apprensione anche a Berlino. Si inizia a fare i conti con il perdurante divario tra Länder orientali e occidentali malgrado le imponenti iniezioni di liquidità e di investimenti profusi dal Bund all’Est durante tutti questi anni. Se poi si aggiungono nel computo i proventi del contributo di solidarietà mantenuto per decenni per il finanziamento delle regioni orientali, si può osservare che il problema non è soltanto economico.

Nell’ex Ddr sono ormai pochi i veri nostalgici del regime di Honecker, anche se non manca qualche rimpianto per un’organizzazione sociale che, pur tra controlli polizieschi e delazioni diffuse, garantiva uniformemente alcuni servizi di base senza troppa fatica da parte dei beneficiari. La modernizzazione e il livello economico delle province dell’Est sono incommensurabilmente migliorati rispetto a trenta anni fa, ma non al punto da raggiungere i parametri dell’Ovest del Paese.

Un divario notevole si registra nella composizione delle classi dirigenti delle due Germanie. All’Ovest solo il 2-3% dei dirigenti viene dall’ex Germania Est, però con un caso di massimo profilo, Frau Merkel. Nei Länder orientali invece i responsabili di vertice di istituzioni, imprese e altro risultano per oltre il 60% originari della Germania Ovest. D’altro canto, non si arresta l’esodo di giovani orientali che lasciano l’Est in cerca di opportunità di lavoro. Ma le analisi aggiornate mettono in luce soprattutto che negli anni successivi alla riunificazione è sembrato che quel colossale processo non abbia tenuto in debito conto la preservazione di un’identità sociale e culturale della Ddr, che comunque esisteva al di là di limiti e criticità del regime. Tanto che per alcuni più che di riunificazione sarebbe più calzante parlare di annessione dell’Est da parte dell’Ovest.  

Ora rivedere le scene di esultanza di quel lontano 9 novembre nelle strade di Berlino per la libertà improvvisamente riconquistata potrebbe comunque rafforzare l’impegno già avviato - in linea con l’appassionato monito del presidente della Repubblica Frank-Walter Steinmeier - per nuovi, più efficaci interventi di sviluppo dei Länder orientali. Uno snodo importante e una sfida stimolante, per vincere la delusione, riequilibrare i rapporti e fermare l’ascesa dell’AfD. E in ultima analisi, anche per applicare sul piano interno quei princìpi di solidarietà e integrazione che la Germania vuole perseguire in Europa nell’attuale fase, incerta ma non priva di opportunità per chi ha a cuore la crescita e il progresso comune.