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Politica

Alla ricerca di un compasso per capire la Germania. Coronavirus e nuove sfide per l’Europa

29 Maggio 2020
Deborah Cuccia

Il 2019 è stato un anno ricco di anniversari per l’Europa, dal ventennale dell’introduzione dell’Euro al quarantennale della prima elezione diretta del Parlamento europeo, senza dimenticare il trentennale della caduta del Muro di Berlino. Questa ricorrenza, insieme alle celebrazioni previste nell’ottobre 2020 per l’anniversario della “riunificazione” tedesca, avrebbe dovuto rappresentare un’occasione propizia alla discussione del ruolo di Berlino nell’Europa emersa dalle ceneri della conclusione del confronto bipolare.

L’emergenza sanitaria profilatasi fin dall’inizio del nuovo anno ed esplosa con inattesa virulenza sul continente europeo nel corso delle settimane e dei mesi successivi ha, però, lasciato in ombra ogni altro evento, ogni altra riflessione e, apparentemente, ogni altra priorità. D’altra parte l’attuale pandemia si inserisce in un quadro già di per sé complesso e, sicuramente, non facile da decifrare per i non esperti. L’Unione Europea è da anni in balia dell’azione congiunta di varie forze centrifughe, le dinamiche legate alla Brexit ne sono solo l’esempio più tristemente noto. Al suo interno è attraversata da crescenti tensioni e da una diffusa insoddisfazione verso le istituzioni centrali. In particolare due profonde fratture sembrano ormai dividerla. L’una scorre lungo l’antica frontiera est-ovest segnata fino al 1990 dalla cortina di ferro. Le ferite da essa lasciate sembrano, ancora trent’anni dopo il collasso del sistema sovietico, non essersi del tutto rimarginate. L’inserimento degli ex stati satelliti di Mosca all’interno della famiglia europea appare, a sua volta, aver portato a risultati contrastanti: convergenza e, pur con certi limiti, collaborazione in alcuni casi, sospetto e crescente diffidenza in altri. I fratelli Kaczynski, Václav Klaus, Vladimír Mečiar e, non ultimo, Viktor Orbán e le vicissitudini del suo partito, Fidész, all’interno del PPE sono solo alcuni esempi di questo clima di crescente tensione. L’altra frattura divide invece l’Europa lungo la direttrice nord-sud ed è tristemente salita alla ribalta attraverso le polemiche degli ultimi anni su temi quali migrazione e crisi economica. Il crack finanziario del 2008 e, parallelamente, le ondate migratorie degli ultimi anni hanno fornito in paesi come l’Italia e la Grecia un terreno propizio al rafforzarsi di forze populiste che hanno fatto di una roboante retorica anti-europea il proprio cavallo di battaglia.  Proprio attorno a questa seconda frattura ruoteranno le riflessioni di questo contributo.

Introduzione

La Germania si trova nel cuore di quest’Europa sempre più divisa, alla convergenza geografica ed ideologica delle sue principali fratture. Ciò che accade nella politica, nell’economia, ma anche nella società tedesca avrà, dunque, non solo una risonanza sempre più europea, ma anche un’influenza centrale sul futuro dell’Unione. Se questo sembra ormai innegabile, appare altrettanto difficile negare che l’immagine che della Germania si è radicata, e si radicherà nei prossimi anni, influenzerà, a sua volta, l’immagine che di Bruxelles si avrà negli altri stati membri dell’Unione. Proprio quest’ultimo aspetto è stato acuito dalla pandemia in corso.

In queste settimane si discute incessantemente della necessità di affrontare e di superare le asimmetrie strutturali che affliggono l’Unione sul piano economico, ma non è meno urgente affrontare le manipolazioni alle quali, all’ombra della pandemia, il passato viene sottoposto. Sullo sfondo del noto cliché della produttiva Europa settentrionale e della pigra Europa meridionale viene fatto sempre più frequentemente riferimento ad una determinata interpretazione del passato. Tale interpretazione è posta, al Sud, alla base della richiesta di una monetizzazione della memoria di guerra sotto forma di cosiddetti “corona-bonds”, al nord del rifiuto di concedere aiuto finanziario a paesi spesso percepiti come “viziosi” o “non sufficientemente virtuosi”. In Italia, in particolare, si moltiplicano rappresentazioni caricaturali del vicino tedesco. Tali immagini sembrano pericolosamente richiamare stereotipi e pregiudizi imbevuti di memorie post-belliche. In Germania, pur non mancando in alcuni contesti voci estremamente critiche nei confronti dell’Italia e degli altri paesi del Mediterraneo, il quadro offerto è, invece, più articolato e meno facilmente riassumibile in una dialettica pro-contro.

Una lettera aperta, promossa da storici italiani e tedeschi e di recente circolata in Europa, richiama la nostra attenzione sulla necessità di analizzare con lucidità le derive anti-germaniche che si stanno sostanziando con queste nuove narrazioni e le distorsioni che favoriscono l’irrigidimento delle rispettive posizioni nazionali. La definizione di un compasso utile alla comprensione della Germania attuale nel quadro europeo non può limitarsi ad un’analisi delle caratteristiche intrinseche a questo paese, ma deve, al contrario, passare attraverso la percezione che gli altri stati europei hanno di Berlino. Alla luce di queste premesse il rapporto tra Italia e Germania rappresenta un ottimo caso studio per comprendere meglio le attuali difficoltà dell’Unione. Esso, infatti, esemplifica al suo interno alcuni dei suoi principali talloni d’Achille.

Un Passato davvero passato?

Negli anni successivi alla conclusione della seconda guerra mondiale il rapporto tra i due paesi non è stato lineare, bensì complesso e tortuoso, con, sullo sfondo, un passato recente difficile da accettare e rielaborare. Alle esigenze politiche di collaborazione, di volta in volta suggerite o imposte ai due paesi dalle dinamiche del conflitto bipolare, e a quelle legate ad un processo di integrazione europea che negli anni Cinquanta muoveva i primi passi, si sovrapponevano, infatti, immagini e stereotipi che affondavano saldamente le proprie radici nel trauma rappresentato dai due conflitti mondiale e, ancor prima, nelle prime fasi post-unitarie.  La parola Germania e la percezione che di essa si aveva rimasero, in definitiva, ostaggio dell’allora polarizzazione interna all’Italia. Si contrapponevano due immagini, quella di una Repubblica Federale occidentale, cattolica e “latina”, da un lato, e quella di una Repubblica Democratica socialista e proletaria, dall’altro. La crescita elettorale e l’influenza del partito comunista su intellettuali e circoli culturali favorirono, tra gli anni Sessanta e Settanta, la diffusione del mito della DDR come la “migliore Germania”, rappresentata come più vicina allo stile di vita italiano e più consona ai suoi orientamenti. In entrambi i casi le questioni di fondo più delicate relative al passato rimasero fino alla fine degli anni Settanta al margine del dibattito. Solo a partire dal decennio successivo iniziarono a manifestarsi i primi timidi segnali di trasformazione. Sebbene non siano mancati anche in questa fase momenti di imbarazzo, la collaborazione tra i due paesi si è approfondita. A questo sviluppo hanno contribuito molteplici fattori. Tra essi alcuni erano strettamente legati alle dinamiche interne alla vita politica e sociale italiana, in particolare l’attenuarsi della polarizzazione interna, altri ad una nuova politica culturale attuata dalle Repubblica federale tedesca attraverso i propri istituti di cultura e le proprie fondazioni, altri ancora al ruolo di “mediazione” svolto dai lavoratori italiani che, nel corso dei decenni precedenti, erano emigrati verso la Germania. Non si deve inoltre dimenticare i cosiddetti fattori sistemici europei, quali la sempre più marcata trasformazione del turismo da fenomeno di élite a fenomeno di massa, l’avvio di programmi di scambio quali Erasmus e l’intensificarsi della circolazione all’interno dell’Unione. Tra i giovani le opportunità offerte dagli scambi scolastici ed universitari e tra i lavoratori quelle offerte dalla libera circolazione hanno favorito, infatti, una migliore conoscenza reciproca, non solo in Italia e in Germania. Nei mezzi di comunicazione vecchi stereotipi non venivano sostituiti nella loro interezza da nuove rappresentazioni, ma innegabili erano i segnali di una discussione sui loro fondamenti. Immagini quali quella del soldato nazista come emblema del tedesco sembrava, ad esempio, lentamente venire meno, altri elementi erano costantemente affiancati da nuove rappresentazioni nelle quali particolarmente rilevante era il peso dell’Europa.

In questo quadro il 1989 può essere paragonato all’irrompere di un pachiderma in un negozio di cristalli. Esso ha scardinato nell’arco di pochi mesi una delicata architettura faticosamente costituitasi nel corso del quarantennio precedente. Ha introdotto variabili nuove, che, nel giro di un anno, hanno modificato non solo la dimensione della Germania, ma anche la sovrastruttura europea nella quale essa era inserita. Dopo più di due anni dopo i fatti di Berlino nasceva con i Trattati di Maastricht l’Unione Europea.

Tanto per la classe politica italiana, quanto per la sua opinione pubblica, i fatti del 1989 furono un evento inatteso, ma, a differenza di svariate personalità di spicco, la popolazione reagì con quella che può essere definita come una vera ondata di entusiasmo. All’inizio del 1990 circa l’80% della popolazione italiana si dichiarava favorevole all’ipotesi di un’unificazione. Reazioni analoghe si registravano in Spagna, Portogallo e Grecia.

Ciò ha favorito l’emergere di una nuova immagine della Germania, che, tuttavia, non ha cancellato, bensì si è affiancata a quelle che l’avevano preceduta. In altre parole il 1989 è stato il catalizzatore di una serie di tendenze che erano progressivamente emerse nel corso degli anni Ottanta. Questo ha comportato la messa in discussione di una serie di stereotipi, il superamento di alcuni di essi, ma anche il riaffiorare di una latente germanofobia quantitativamente molto ridotta rispetto ai decenni precedenti, ma non del tutto scomparsa. In questo senso il 1989 non è stato un punto di arrivo, bensì di partenza per una serie di dinamiche che si sarebbero sviluppate negli anni seguenti. Il passato era passato, ma la sua lunga ombra aleggiava ancora sullo sfondo dei rapporti tra la Germania e i suoi partner.

Trent’anni dopo

Il quadro che si presenta ai nostri occhi all’inizio del 2020 è molto diverso. Italia e Germania sono assurte a simbolo di due diverse Europe. L’una è rappresentata da anni come sinonimo di incapacità di rispettare i criteri fissati con la nascita della moneta unica, l’altra come emblema della politica di austerità imposta da Bruxelles. Ai molti modelli che hanno letto la fase successiva all’ultimo conflitto mondiale alla luce della comunanza di interessi tra Roma e Bonn, si sono contrapposte dopo il 1990 teorie all’insegna del pessimismo o della strisciante alienazione.

Alla luce degli sviluppi di questo trentennio sembra che il continuare ad interrogarsi sulla risposta al quesito se Italia e Germania siano effettivamente entrate in una fase di irreversibile alienazione conduca in un vicolo cieco, che non aiuta alla definizione di un compasso utile alla comprensione della natura dei rapporti tra i due paesi. Nessun dato a livello politico, e ancor meno su quello economico e culturale, considerato singolarmente permette di fornire una risposta definitiva e incontestabile a questa domanda. Se potessimo costruire un diagramma dei rapporti tra i due paesi vedremmo infatti una continua oscillazione tra momenti di slancio e fasi di disaffezione. Nei primi anni Novanta le energie della classe dirigente italiana furono quasi essenzialmente assorbite dagli scandali che travolsero gli allora partiti politici e segnarono la fine della cosiddetta Prima Repubblica. In seguito fu necessario focalizzarsi sulle riforme economiche indispensabili per l’adozione dell’Euro. Da allora il paese fatica a definire un equilibrio stabile. La lettura e l’interpretazione di queste dinamiche appare, oggi più che mai, difficile a nord delle Alpi. Non meno difficile appare comprendere gli sviluppi spagnoli, portoghesi e, soprattutto, quelli greci. Stereotipi e cliché trovano in queste difficoltà un terreno fertile.  La Germania unita ha avuto, a sua volta, troppi obiettivi da conseguire sia a livello di armonizzazione interna, che di ridefinizione del proprio ruolo sulla scena internazionale, per potersi dedicare alla ristrutturazione dei suoi rapporti con Roma e, più in generale, per assumere pienamente nuove responsabilità europee. In questo senso il crollo del Muro di Berlino ha figuratamente lasciato un vuoto. Gli uomini politici che in Italia e in Germania, e non solo in esse, erano ancora accomunati dalle esperienze dell’ultimo conflitto e, alla luce di tale legato, avevano sostenuto il processo di integrazione europea abbandonavano, uno dopo l’altro, la scena politica. 

Conclusioni

I rapporti italo-tedeschi e, seppur con accenti talvolta diversi, più in generale quelli tra l’Europa centro-settentrionale e meridionale, sembrano essere rimasti imprigionati nelle contraddizioni irrisolte del 1990, tra esse quelle legate a un processo di integrazione europea sotto molti punti di vista incompiuto. Spesso leggendo le critiche rivolte dai media italiani a Berlino un dubbio si fa strada. Queste critiche sono rivolte alla Germania in quanto tale o Berlino diventa il bersaglio per criticare le decisioni assunte a Bruxelles, Strasburgo, Lussemburgo o Francoforte? Lo stesso si potrebbe d’altra parte affermare per le immagini caricaturali dell’Italia offerte non tanto in Germania, quanto piuttosto in altri paesi del nord Europa come l’Olanda. La Germania e con essa gli altri paesi europei hanno un volto chiaramente identificabile, un governo, un capo di stato, un ministro delle finanze. Lo stesso non può essere affermato per Bruxelles, la cui complessa struttura di potere meno facilmente si presta al processo di semplificazione necessario per la formazione di stereotipi.

In conclusione la bussola che questo contributo ha cercato di delineare ci ha condotti ad un nodo centrale, capire il ruolo della Germania, ma anche quello dell’Italia, implica il dare una risposta agli interrogativi che nel 1992 rimasero irrisolti. Questo vaso di Pandora non può non venire aperto. La Germania unita, paese che come nessun altro ha beneficiato del processo di integrazione europea, ha una particolare responsabilità storica da assumere. A loro volta l’Italia e gli altri paesi del Sud Europa dovranno infine affrontare lucidamente il proprio passato riconoscendo, al di là di ogni retorica populista, che responsabile del livello di indebitamento pubblico, delle inefficienze e distorsioni del sistema sanitario, nonché del mercato del lavoro non è stata l’introduzione della moneta unica, bensì le scelte prese in passato.

Se già la crisi economica aveva messo in luce i costi della “non Europa”, la pandemia lo ha fatto con ancora maggiore virulenza. I costi di una regressione nel cammino percorso dall’Unione sarebbero per tutti gli stati coinvolti incalcolabili, temporeggiare non costituisce una soluzione.

Procedere sulla strada tracciata richiederà però passi ambiziosi verso una maggiore cooperazione finanziaria, l’armonizzazione del quadro fiscale, un migliore e più stretto coordinamento frontaliero, nonché la definizione di un senso di appartenenza ad una medesima entità, che a sua volta dovrebbe agire come incentivo alla reciproca solidarietà. Si tratta di un percorso che imporrà non solo ulteriori forti rinunce in materia di sovranità nazionale, ma anche una maggiore e migliore conoscenza reciproca. Ciò a sua volta potrà concretizzarsi solo se l’Europa saprà parlare ai suoi cittadini e dar voce alle loro esigenze, che non sono le stesse degli anni Cinquanta. A quest’Europa i grandi mezzi di comunicazione nazionale nei vari paesi membri dovranno a loro volta dare finalmente una voce, cosa che, a differenza degli anni Ottanta, al momento rappresenta spesso l’eccezione e non la regola. Primi timidi segnali si intravedono attraverso le recenti interviste e le equilibrate prese di posizione del presidente del consiglio italiano, alle quali stampa e media tedeschi hanno dato adeguata risonanza. 

Emmanuel Macron ha affermato all’inizio della pandemia che il suo paese era in guerra, questo si applica all’Europa intera. La proposta formulata dal presidente francese e dalla cancelliera tedesca a favore in un “ricovery fund” sotto forma di trasferimenti e non di prestiti da erogare ai paesi in crisi potrebbe rappresentare un primo segnale incoraggiante in questa direzione.