Articolo di Silvia Francescon

Per una coalizione riformista europea

Silvia Francescon, Direttrice dell’European Council of Foreign Relations a Roma, interviene al dibattito sul futuro della UE e dell'europeismo.

La sfida per un’Europa unita, forte, in grado di essere rilevante e influente nel mondo è enorme. E si sa, per affrontare le grandi sfide è necessario avere coraggio. Invece viviamo in un mondo di paure, cresciamo figli nella paura, ci alimentiamo di fake news interamente improntate sulla paura, parliamo di cambiamento ma noi per primi non vogliamo cambiare; meglio – sicuramente molto più facile - lamentarsi. Sia ben chiaro: le paure non vanno derise, ma comprese e vinte con politiche volte a combattere quelle diseguaglianze che ritengo essere il vero nodo da affrontare per combattere la sfiducia dei cittadini.

Viviamo nell’epoca più avanzata quanto a tecnologia, industria, istituzioni, norme e diritti civili. Dall’abisso umano e politico in cui eravamo precipitati a seguito delle guerre mondiali abbiamo risalito la china dello sviluppo nazionale e globale, fino ad arrivare alla creazione di un nuovo ordine europeo che garantisce pace da settant’anni. Nonostante ciò, l’Unione europea è a forte rischio. A dimostrazione del fatto che sia che si tratti di diritti, di pace, di democrazia, anche in Europa, nulla può essere dato per acquisito, né tantomeno per scontato.

Il mio punto di partenza è molto semplice e diretto: con un Medio Oriente in fiamme a sud, una Russia sempre più assertiva e divisiva a est, con Trump che scarica gli alleati storici ponendo a rischio letale multilateralismo e diritto internazionale, una Cina attore primario nella scena globale, ed una crisi finanziaria che ha lasciato strascichi importanti, dove pensano di andare i 28 stati membri da soli? A me la risposta sembra univoca: non possiamo prescindere dall’Europa, non possiamo sopravvivere senza Europa. Se questa è la base di partenza, il dibattito non può che essere “quale Europa?”.

Il contributo di Marco Piantini solleva punti cruciali sul futuro dell’Unione. Certamente la necessità richiamata di sviluppare una “visione critica e plurale dell’europeismo” è fattore chiave per dare all’Unione la capacità di rispondere efficacemente ai tentativi di indebolimento interno. Partendo dalla questione principale, ossia un’analisi oggettiva e critica di cosa sia stato l’europeismo in questi anni e di cosa si intenda per europeismo nel 2018, prendo spunto dai 7 elementi proposti da Piantini.

Parto subito con la questione più critica e più criticabile: le classi dirigenti europee sono consapevoli della fragilità odierna dell’Europa? A cui lego il terzo quesito sui successi e fallimenti dell’Europa.

Se la crisi economico-finanziaria del 2007-2008 sembra quasi superata, vi è un’altra crisi che è emersa gradualmente e che abbiamo sottovalutato per troppo tempo: la crisi di fiducia e di cooperazione tra le classi dirigenti e tra stati membri. L’espressione più visibile è l’attuale mancanza di coesione e di sfiducia fra gli stati membri nella gestione della questione migratoria: 28 stati membri con 28 strategie ed interessi diversi e nessuna visione comune e condivisa. Un vero peccato perché quando l’Europa lavora insieme ha successo e lo ha già dimostrato nella propria azione esterna. Ma lo fa quasi esclusivamente quando si trova nella sua “comfort zone”, ovvero dove l’Ue è da sempre leader e champion e dove vi sono processi avviati da molto tempo, come nel caso dei cambiamenti climatici. A fronte del ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi, l’Ue sta infatti attuando una strategia concreta e propositiva, trovando nella Cina un interlocutore valido e responsabile. Lo scorso luglio, Ue e Cina hanno siglato un accordo per “intensificare la cooperazione politica, tecnica, economica e scientifica”, investendo maggiormente nell’uso di energia pulita. Reiterando la fondamentale importanza degli impegni assunti nell’Accordo di Parigi, alla COP 24 in Polonia UE e Cina si impegneranno ad intensificare i rapporti bilaterali per una progressiva diminuzione delle emissioni di CO2 da qui al 2030. Insomma, si va avanti anche senza gli USA, che lasciano spazio a nuove alleanze, perché sul clima non si può tornare indietro.

Al di fuori della “comfort zone”, però, l’UE deve trovare maggiore fiducia in sé stessa e nella forza della propria unità. Gli ingenui tentativi bilaterali di convincere Trump sulla pericolosità, anche sotto il profilo geopolitico, delle sanzioni contro l’Iran si sono rivelati controproducenti e hanno messo in luce la debolezza europea. Le sanzioni secondarie americane contro le nostre imprese non sono solo un enorme danno economico per le aziende europee, ma sottendono un attacco alla sovranità europea di determinare le proprie politiche economiche. Se l’Europa risponderà decisa e unita a questi attacchi, sarà in grado di far nascere un “orgoglio europeo”. L’Europe qui protège deve dimostrare concretezza e immediatezza di azione, solo così potrà ricevere il sostegno dei cittadini europei.

Da questa considerazione mi allaccio al tema democrazia: se le classi dirigenti non comprendono le fragilità del sistema che esse stesse hanno contribuito a creare, riescono almeno a vedere la crisi della questione democratica? Da anni si parla di come i cittadini europei si stiano allontanando dall’Europa e stiano perdendo fiducia nel progetto europeo. Credo la causa principale sia l’incapacità oggettiva nel comunicare cosa l’Europa ha fatto e cosa potrebbe ancora fare, ma anche il fatto di aver lasciato molto di incompiuto. Il risultato è visibile a tutti: l’emergere e la crescita dei partiti anti-establishment, anti-sistema e anti-Europa è un fenomeno che non si arresterà. La Brexit, seppur con le peculiarità del caso inglese, ha dimostrato come la retorica anti-europeista sia di facile successo e come, una volta innescata, sia praticamente irreversibile. Concordo con Piantini quando dice che anziché sprecare le energie, quasi ossessivamente, in dibattiti su sovranismi e populismi, la classe dirigente europeista dovrebbe rimboccarsi le maniche e ricominciare a lavorare per proporre ai cittadini qualcosa di concreto e tangibile e visibile. A me sembra che anche in Italia non vi sia alcuna proposta alternativa da parte dell’opposizione.

Penso sia necessario un “core group” di paesi che avanzino un’agenda europeista riformista e che abbiano la visione di dialogare con le forze emergenti in molti paesi per trovare un minimo comune denominatore su vari dossier, incluso quello politicamente più scottante dell’immigrazione (partendo, ad esempio, dal riconoscimento di frontiere esterne comuni). Come?  

Un modo potrebbe essere un’Unione flessibile che consentirebbe di gestire con pragmatismo le molteplici sfide che derivano da un contesto geopolitico in continua evoluzione. Attenzione: essere flessibili non significa non essere stabili e solidi. L’importante è definire la linea da non valicare per non cedere alle sirene di un’Unione à la carte, dove ciascuno prende in base ai propri interessi puramente nazionali ma nessuno dà. Oggi nel campo della sicurezza e difesa è pensiero condiviso che servano maggiori risorse, nuove tecnologie e condivisione di strutture e procedure. Il “modello sicurezza e difesa”, soprattutto in termini di processo e metodo da seguire, può essere esportato ad altri settori.

I cittadini hanno bisogno di misure concrete ed immediate. Solo così se ne riconquisterà la fiducia. L’assetto istituzionale attraverso cui i poteri legislativo ed esecutivo sono distribuiti in sede sovranazionale mostra sempre più chiaramente le falle di un processo iniziato nel 1992, con il Trattato di Maastricht, che ha portato la difesa degli interessi nazionali alle sue estreme conseguenze. Invece che orientarsi verso la definizione di un obiettivo comune, esso spinge gli Stati membri a divergere, scontrarsi, originando impasse decisionali. Serve uno sforzo che deve passare attraverso alcune “scomode” tappe obbligate a partire dall’adozione di nuovo sistema di voto, in seno al Consiglio Europeo, che scongiuri una irresponsabile applicazione del potere di veto da parte degli Stati membri, passando dunque dall’unanimità alla maggioranza qualificata.

Infine, una problematica di attualità, specialmente per l’Italia: come superare i confini della politica nazionale, con l’obiettivo di creare un’opinione politica europea e non più locale?

Guardiamo ad esempio a Bannon ed il suo piano per l’Europa. Bannon sta parlando a 28 opinioni pubbliche contemporaneamente e sta mostrando a queste 28 opinioni pubbliche, anche grazie ai leader nazionali che gli fanno eco, le falle e le fragilità europee mediante una strategia comunicativa ben delineata ed organizzata ma soprattutto inclusiva. Ovviamente non tutti condivideranno le sue idee ma tutti siamo raggiunti dal suo messaggio, comprensibile e semplice. L’investimento non è da poco: un movimento che ha risorse per 70 milioni, una sede a Bruxelles e una casa a Roma. Possiamo ancora stare a guardare? I leader europeisti e le opposizioni europeiste adotteranno finalmente un’agenda comune che sostituisca 28 voci nazionali? Le elezioni europee sono alle porte e a me sembra che vi sia troppa inerzia, mancanza di volontà e di un serio piano di lavoro.