Articolo di Riccarda Lopetuso

Scossa dal vento, ma ancora luogo di democrazia e pace

Riccarda Lopetuso interviene nella riflessione sul futuro dell'Ue. Riccarda Lopetuso è laureata in Giurisprudenza ed è docente in materie giuridico-economiche presso Enti di formazione. Scrive di integrazione europea, diritto costituzionale e geopolitica.

La fine del 2018 aprirà uno scenario sconosciuto per l’Europa. Nuove elezioni, decisive ed incerte, in un modo che non avremmo mai immaginato pochi anni fa. Perderemo uno stato membro, ma rappresentiamo ancora una meta da sognare e da raggiungere per un’altra regione già parte dell’Europa a livello storico e geografico.

Per una Gran Bretagna che andrà via, la nostra Unione si aprirà ai Balcani - ai giovani serbi, albanesi, macedoni e montenegrini desiderosi di entrare nella nostra famiglia.

Ma è inutile nasconderlo, è il buio a prevalere, almeno apparentemente, in questi mesi. Oggi, come un’estate di 104 anni fa. Allora l’Unione Europea non esisteva, era solo un sogno, o lo era stato, per rivoluzionari, re, scrittori e statisti. Eppure, quando ci si riferiva all’Europa non si indicava solo uno dei cinque continenti, ma un modo di pensare, di vivere. Il posto dove tutto era nato, dove tutto parlava di civiltà, di progresso, di democrazia, ma anche di guerra e voglia di predominio.

Il 3 agosto del 1914 il tramonto su Londra doveva essere bellissimo in quella sera di mezza estate, eppure un uomo lo guardava tristemente dalla finestra del suo ufficio sopra San James Park.

Lui era Edward Grey, Ministro degli esteri inglese. Da poche ore il Parlamento britannico aveva votato l’entrata in guerra dell’Inghilterra al fianco della Francia nel primo conflitto mondiale.

Il Ministro Grey guardava con nostalgia le luci di Londra che si spegnevano per la prima serata di guerra. “Le luci sull’Europa si stanno spegnendo, e non le rivedremo più nel corso della nostra vita”, pare abbia detto in quell’occasione Grey al suo segretario. Quelle di Edward Grey possono sembrarci delle parole malinconiche di un uomo romantico, un lamento per un’epoca di pace e benessere che terminava con la Prima Guerra Mondiale. In realtà, col senno di poi, con ciò che sappiamo oggi, possiamo definire quelle parole del gentiluomo britannico come una profezia. Niente sarebbe stato più lo stesso, non solo per i morti e le città distrutte. Al termine della guerra l’Europa avrebbe perso il suo primato a discapito della potenza emergente: Gli Stati Uniti. Dopo la prima guerra mondiale l’Europa avrebbe mostrato al mondo la sua faccia peggiore. Sarebbero arrivati i totalitarismi, rossi e neri. E di nuovo un’altra guerra, peggiore della prima. In quell’estate del 1914 le luci sull’Europa si spensero per non riaccendersi mai più, secondo alcuni.

Non si sono mai spente, invece, sostengono altri, ed io sono tra loro. Forse si sono semplicemente offuscate durante gli anni di follia. Cos’era accaduto in quegli anni di follia e quale insegnamento possiamo trarre dall’estate in cui si spensero le luci sull’Europa? Al termine della Prima Guerra mondiale, com’è noto, venne creato un organismo intergovernativo con lo scopo di prevenire i conflitti e garantire la cooperazione economica e sociale: la Società delle Nazioni. Tra i critici della Società delle Nazioni c’ è un giovane economista italiano vicino alle idee socialiste. Scrive al direttore del Corriere della Sera Albertini firmandosi Junius. Considera l’organismo appena creato a dir poco inutile, la sua critica è totale. Gli stati aderenti alla Società delle Nazioni non hanno rinunciato alla propria sovranità a favore di un organo intergovernativo e questo, inevitabilmente, porterà altre guerre. “L’idea della società delle nazioni è infeconda e distruttiva? Essa è fondata sul principio dello stato “sovrano”. Questo è oggi il nemico numero uno della civiltà umana, il fomentatore pericoloso dei nazionalismi e delle conquiste. Il concetto dello stato sovrano, dello stato che, entro i suoi limiti territoriali, può fare leggi, senza badare a quel che accade fuor di quei limiti, è oggi anacronistico ed è falso. […] Invece di una società di stati sovrani, dobbiamo mirare all’ideale di una vera federazione di popoli, costituita come gli Stati Uniti d’America o la Confederazione elvetica. (Contro il mito dello Stato Sovrano). Dietro lo pseudonimo di Junius si nasconde un uomo che trent’anni dopo diverrà Presidente della Repubblica Italiana: Luigi Einaudi. È considerato europeista ante litteram e non si può che essere d’accordo. Nel 1947, a Montecitorio, in merito alla firma del Trattato di Pace di Parigi, Einaudi interviene in aula da Vicepresidente del Consiglio. Il suo è un discorso meraviglioso, parla di fede, di guerra e di libertà. Soprattutto, è un discorso europeista, di speranza per un Europa finalmente pacifica. Affida all’Italia, al suo e nostro paese, un ruolo di primo piano nella costruzione del progetto europeo.

“Non basta predicare gli Stati Uniti di Europa ed indire congressi di parlamentari. Quel che importa è che i parlamenti di questi minuscoli stati i quali compongono la divisa Europa, rinuncino ad una parte della loro sovranità a pro di un Parlamento nel quale siano rappresentati, in una camera elettiva, direttamente i popoli europei nella loro unità, senza distinzione fra stato e stato ed in proporzione al numero degli abitanti e nella camera degli stati siano rappresentati, a parità di numero, i singoli stati. Questo è l’unico ideale per cui valga la pena di lavorare; l’unico ideale capace a salvare la vera indipendenza dei popoli, la quale non consiste nelle armi, nelle barriere doganali, nella limitazione dei sistemi ferroviari. […] La sola via d’azione che si apre dinnanzi è la predicazione della buona novella. Quale sia questa buona novella sappiamo: è l’idea di libertà contro l’intolleranza, della cooperazione contro la forza bruta. L’Europa che l’Italia auspica, per la cui attuazione essa deve lottare, non è un’Europa chiusa contro nessuno, è una Europa aperta a tutti, un’Europa nella quale gli uomini possano liberamente far valere i loro contrastanti ideali e nella quale le maggioranze rispettino le minoranze e ne promuovano esse medesime i fini, sino all’estremo limite in cui essi sono compatibili con la persistenza dell’intera comunità. Alla creazione di quest’Europa, l’Italia deve essere pronta a fare sacrificio di una parte della sua sovranità”. (Discorso alla Costituente, 29 luglio 1947).

La sovranità, il tema che torna, prepotentemente, oggi come 70 anni fa. Che un ente sovranazionale intergovernativo sottragga sovranità agli stati nazionali è cosa fin troppo ovvia. I paesi che costituiscono l’Ue uniscono le loro sovranità nazionali, a volte anche perdendola a discapito dell’Unione per guadagnare una forza e un’influenza mondiale che nessuno di essi potrebbe acquisire da solo. Questo significa che non sempre attraverso l’Ue perdiamo sovranità, anzi, stando insieme e agendo da europei contiamo di più. Questo è il concetto che sfugge ai tanti sovranisti, nostrani e non. In un mondo globalizzato e dominato da giganti economici quali Usa, Cina e Giappone - l’Italia, la Francia, l’Olanda o la Polonia, da soli e fuori da un contesto comunitario e unitario, quale forza e peso internazionale avrebbero? Se avessimo dovuto, noi italiani, contrattare un accordo commerciale con il Giappone, avremmo avuto lo stesso potere contrattuale che ha avuto l’Unione nel firmare il Jefta, la storica intesa di libero scambio con il Giappone? Difficilmente questo concetto arriva ai cittadini dell’Unione, bombardati, da anni, da messaggi negativi riguardanti l’Europa e le sue politiche. “Ce lo chiede Bruxelles”, è l’antifona ripetuta dai governanti degli stati membri quando devono far digerire ai loro cittadini decisioni difficili o austere. L’Integrazione Europea, quel progetto che i nostri nonni vedevano come un sogno e una speranza di pace, è descritta ai giovani di oggi come una gabbia, un qualcosa di distante e in collisione con l’amor di Patria. Se dovessi essere io a descrivere l’Unione Europea a un giovane asiatico o americano, utilizzerei altre immagini.

Ai più romantici mostrerei le geometrie di vetro e le luci fredde di Palazzo Europa; o Palazzo Berlaymont con le sue bandiere continuamente scosse dal vento - un vento, chiaramente, non solo atmosferico. Direi che per me, per noi che ci siamo nati, è un luogo di Democrazia e Pace, prima di tutto. Quella Comunità nata per “Servire la pace”, come sperato da Robert Schumann nella sua celebre dichiarazione. Perché pur tra i presunti fallimenti e momenti bui come questo, l’Unificazione europea, pur se criticata e da alcuni rinnegata, ha assolto al compito atteso, ovvero un Europa trionfatrice negli ideali di solidarietà, pace e soprattutto difesa di popoli e uomini liberi.