Articolo di Rocco Cangelosi

Prima di tutto solidarietà e unione sociale

Pubblichiamo l'articolo con cui Rocco Cangelosi interloquisce con la riflessione di  Marco Piantini intitolata  "Quale europeismo? Sette domande in attesa di risposta" (pubblicato su questo sito il 3 luglio ). L'Amb. Cangelosi   è Consigliere di Stato, già Consigliere diplomatico del Presidente Giorgio Napolitano.

Mi permetto di inserirmi nel dibattito meritoriamente aperto dal CeSPI sulla base di un articolo di Marco Piantini sul futuro dell'Unione europea.

Le domande poste da Piantini sono del tutto pertinenti ma come dice Vincenzo Grassi ne provocano molte altre.

L'analisi della attuale situazione dell'Unione Europea condotta sia da Piantini da Grassi da Moscovici, Perissich ed altri é brillante e condivisibile. Mancano tuttavia le risposte a una crisi complessa e articolata che rischia di condurre al fallimento del progetto europeo.

Indugiare troppo sulle analisi per quanto possano essere utili e puntuali e ricercare le cause remote della crisi europea  significa perdere in partenza la battaglia con le forze populiste che spingono per far cadere il muro delle regole che l'Europa attuale si è data.

Il dibattito sul futuro dell'Unione europea rischia di divenire incandescente in vista delle prossime elezioni europee dove più che le proposte si confronteranno i sentimenti.

I difensori dell'Unione attuale fanno leva soprattutto sui sentimenti di paura e incertezza che potrebbe provocare il crollo della costruzione comunitaria e soprattutto la tenuta dell'euro.

Paure legittime e fondate, ma che non fanno presa su gran parte di cittadini europei che considerano che il proprio tenore di vita e la propria sicurezza sia stata messa in pericolo proprio dalla costruzione europea.

Barricarsi dietro a una posizione conservatrice dell'esistente basandosi sul rispetto dei vincoli di bilancio e del mantra della crescita è una posizione perdente.

Occorre passare all'offensiva.

La richiesta che prevale è quella di protezione e sicurezza nel senso più lato del termine.

L'Europa attuale non fornisce risposte sufficienti a questa domanda basilare e induce i cittadini a rifugiarsi sotto lo scudo del sovranismo dello stato nazionale.

Continuo a pensare che sia necessario uscire da questo stallo partendo  dal presupposto che l'acquis si difende con una forte offensiva sul settore sociale, dando vita a una nuova unione destinata ad affiancarsi a quella attuale per poi confluirvi nel tempo. Ne hanno parlato Maurizio Ferrera e Franz Vandenbrouke, ma le  loro proposte sono state accolte con scetticismo dagli stessi rappresentanti del dialogo sociale.

L'Europa quale è venuta configurandosi con il Trattato di Lisbona ha assunto caratteri sempre più intergovernativi e a causa dei veti incrociati non appare più in grado di operare quella profonda trasformazione che sarebbe necessaria per far fronte alle sfide epocali alle quali é confrontata. Essa appare pertanto  condannata ad operare sempre più in un quadro dove prevale la regola dell'unanimità. I tentativi di riforma lanciati, dal rapporto dei cinque Presidenti, alle più recenti proposte avanzate dal presidente della Commissione Junker hanno dato finora scarsi risultati o ancor peggio  sembrano destinati a cadere nel dimenticatoio.

La drammatica situazione economica e occupazionale venutasi a creare in numerosi Stati membri sta logorando il tessuto sociale, che deve essere alla base di ogni forma di integrazione

La contraddizione dominante nell'immediato sembra rappresentata dallo scontro tra lo sviluppo della governance tecnocratica, pilotata dalle logiche finanziarie e l'emergere di istanze democratiche e di equità e giustizia sociale che, pur non mettendo in discussione l'Europa come idea e progetto politico, contestano l'attuale modello di integrazione che non dà prospettive per il futuro e non è ritenuto in grado di poter arginare le drammatiche disuguaglianze prodottesi tra i vari strati della popolazione. Un modello che, in estrema sintesi, viene soprattutto percepito come l'Europa della finanza e delle banche.

Né una nuova idea di Europa potrà emergere dall'alveo dell'attuale Consiglio europeo, ripiegato nella difesa dei rispettivi interessi nazionali, senza dare ascolto alle istanze di rinnovamento che provengono dal profondo della società civile.

L'Unione europea non può fare a meno di un suo demos che si può costruire solo intorno a obbiettivi condivisi, in grado di coinvolgere emotivamente gran parte della popolazione.

La dimensione sociale ne rappresenta l'aspetto più rilevante, in una congiuntura storica che vede crescere il numero delle persone a rischio di povertà, la disoccupazione giovanile, l'esclusione sociale. I capi di Stato e di Governo ne sono consapevoli e non manca Consiglio europeo che non se ne occupi. Sin dalla fine degli anni ’90 le Istituzioni europee hanno cercato di perseguire l'obbiettivo di una dimensione sociale destinata ad accompagnare lo sviluppo e la crescita dell’Unione. La Strategia di Lisbona, varata nel 2000,  aveva rappresentato l'aspetto saliente del percorso, attraverso il quale i capi di Stato e di Governo si erano  ripromessi  di rendere l'economia europea la più dinamica e la più competitiva nel mondo, accompagnando la crescita con migliori posti di lavoro e maggiore coesione sociale. Ma sin da allora il tentativo di dare un volto sociale all'azione comunitaria si è confrontato con una continua tensione per riportarla invece nell'alveo della mera dimensione economico-finanziaria e, in particolare, della disciplina di bilancio. Nel caso della Strategia di Lisbona il coordinamento verso l'alto nel campo delle politiche sociali ha subito stentato a decollare e, a metà percorso, con l'insediamento della prima Commissione Barroso, la strategia è stata rifocalizzata (anche nominalmente) su growth and jobs  crescita e occupazione relegando le politiche sociali ad un ruolo ancillare e settoriale rispetto a quello centrale e trasversale che si riconosceva alle politiche economiche e finanziarie. E una dinamica che tende ciclicamente a riproporsi, almeno osservando le più recenti vicende della Strategia Europa 2020 varata alla fine dello scorso decennio come seguito della Strategia di Lisbona e da subito impostasi per l'attenzione riservata, per l'appunto, al rafforzamento della dimensione sociale.

Nel quadro della strategia 2020, la Commissione Junker ha posto il pilastro dei diritti sociali al centro dell’attenzione, lanciando un’ampia consultazione con le autorità nazionali e le parti sociali, nella consapevolezza che la presenza di oltre 120 milioni di persone a rischio di povertà o esclusione può rappresentare un grosso vulnus per la coesione sociale dell’intera Unione, come dimostrano i venti populisti che soffiano attraverso tutto il continente. La consultazione lanciata dal presidente Junker si è chiusa senza grandi risultati e gli entusiasmi e le aspettative suscitate dal ritorno dell'agenda sociale nei programmi delle Istituzioni europee sono andate deluse. In effetti il documento Junker mira essenzialmente a ricondurre la tematica al dialogo sociale, nel quadro di un confronto meramente formale e superato dalla storia tra organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro, senza imprimere una nuova dinamica al dibattito sul Pilastro europeo dei diritti sociali, che avrebbe potuto  trasformare questa iniziativa  in un progetto per i cittadini europei, sempre più necessario oggi anche per fare fronte alla crescente ondata di antieuropeismo.  .

La scelta di puntare ,per uscire dalla crisi, su politiche  economiche essenzialmente basate sull' austerità al fine di recuperare la fiducia dei mercati, mal si concilia con il programma contenuto nella strategia 2020 che avrebbe dovuto mettere a fuoco interventi organici per combattere radicalmente povertà, disoccupazione e esclusione sociale, mentre si à preferito concentrarsi sui cosiddetti margini di flessibilità per permettere politiche espansive, ritenute suscettibili di per sé di assicurare una maggiore coesione sociale. L'impressione, in sintesi, è quella di un passo indietro rispetto ad un percorso che già poca strada aveva fatto con la Commissione precedente. D 'altra parte anche i recenti Consigli europei si  sono limitati a ribadire l'importanza che riveste per l'occupazione, la crescita e la competitività un mercato unico basato sulle quattro libertà, tralasciando di affrontare la problematica sociale sottostante che affligge una larga fetta della popolazione europea.

Per superare questa situazione di stallo occorre tornare alle origini, recuperare il metodo lanciato da Jean Monnet nel lontano 1950, il metodo delle integrazioni successive , parziali, graduali. Concentrare l'azione di alcuni Stati su uno specifico obbiettivo, come fu all'inizio con la Ceca. Se nel 1950 l'idea vincente fu  quella di mettere  sotto un'unica autorità  la produzione del carbone e dell’acciaio, adesso l'idea che deve prevalere è di mettere insieme le risorse per lanciare un'Unione sociale che risponda alle necessità più impellenti dei cittadini: il lavoro, l'assistenza sociale e sanitaria, l'istruzione, la riqualificazione  professionale per far fronte al fantasma della disoccupazione tecnologica che minaccia milioni di lavoratori.

La realizzazione di un'Unione sociale appare propeudetica a tutto il resto se vogliamo evitare il dissolvimento dell'integrazione europea. Se l'Unione riguadagnerà la fiducia dei suoi cittadini, operando nel settore che più li tocca da vicino, sarà più facile trovare il consenso per realizzare le altre politiche, a partire da quella della sicurezza e della difesa. Occorre una visione condivisa di un'Europa sociale che migliori le condizioni economiche e sociali dei lavoratori. L'Unione sociale deve affrontare una crisi di fiducia. I lavoratori sono alle prese con il calo del tenore di vita, la diminuzione del potere d'acquisto e l'aumento del lavoro precario, insieme con l'ansia per l'impatto della libera circolazione e della migrazione.

L'obbiettivo iniziale dovrebbe essere la creazione di un mercato unico del welfare che potrebbe essere realizzato grazie a una cooperazione rafforzata tra alcuni Paesi o dando vita, mutatis mutandis, a un social compact sulla falsariga di quanto è stato fatto per il fiscal compact. Come la Ceca metteva in comune le risorse del carbone e dell'acciaio, i paesi promotori dovrebbero mettere in comune a vantaggio dei propri cittadini i rispettivi sistemi di welfare che andrebbero armonizzati e ottimizzati. Si dovrebbe partire da una Schengen sociale per giungere

alla creazione di una nuova organizzazione con caratteristiche federali, operante di concerto con l' Unione esistente e che si avvale delle sue Istituzioni, promossa inizialmente da un numero ristretto di Paesi .Gli obbiettivi della nuova comunità dovrebbe essere essenzialmente la crescita ,l'occupazione, la sicurezza sociale, la gestione delle politiche migratorie e del lavoro, le politiche di solidarietà.

L’Unione sociale dovrebbe mirare a: mettere i diritti sociali in primo piano; garantire la convergenza verso l'alto per tutti i lavoratori; promuovere l'occupazione di qualità; garantire la non regressione e le interpretazioni legali a beneficio dei lavoratori; coprire tutti gli Stati membri dell'Ue; includere sia i diritti che i parametri di riferimento; rispettare e rafforzare il dialogo sociale, la contrattazione collettiva e i contratti collettivi.

L’Unione sociale dovrebbe disporre di un fondo destinato all'occupazione e alla crescita finanziato con una tassa di carattere federale gestita dall’Alta Autorità, alla quale dovrebbero essere delegati ampi poteri, sulla base delle indicazioni adottate dal Consiglio dei Ministri in codecisione con il Parlamento. Le decisioni dell'Unione sociale dovrebbero essere adottate a maggioranza qualificata, senza diritto di veto da parte degli Stati membri.

Gli investimenti del Fondo dovrebbero essere indirizzati ai settori dell'energia (reti energetiche europee); dei trasporti; delle telecomunicazioni; dell'innovazione; della ricerca; della promozione delle key enabling technologies(microelettronica, nanoelettronica, fotonica, nanotecnologie, biotecnologie, materiali avanzati, sistemi di fabbricazione avanzati) della formazione e dell'ambiente, secondo la logica delle partnership pubbliche / private.  )

L'Unione sociale dovrebbe assicurare:

- una  forma di assicurazione europea contro la disoccupazione ,con un assegnazione di fondi consistente in relazione alla congiuntura economica

- un  contributo europeo alla lotta all'indigenza e alla povertà da riconoscere  ai propri cittadini  in condizioni di indigenza e di disoccupazione di lungo periodo (almeno 15 milioni di cittadini ;il 5% più povero) , mediante un assegno europeo contro la povertà e servizi di sostegno alla formazione e all'inclusione sociale , comunque , ove possibile per età e salute dei beneficiari , a fronte dello  svolgimento di attività socialmente utili ,con assegnazione annua progressiva/crescente .

-pari opportunità̀ e accesso al mercato del lavoro: sviluppo delle competenze e apprendimento permanente, sostegno attivo all'occupazione per aumentare le opportunità̀ di occupazione, per agevolare la transizione tra status differenti e migliorare l'occupabilità individuale.

-  eque condizioni di lavoro ed equilibrio adeguato e stabile tra diritti ed obblighi dei lavoratori e dei datori di lavoro, come pure tra flessibilità̀ e sicurezza per agevolare la creazione di posti di lavoro, le assunzioni e l'adattabilità̀ delle imprese e promuovere il dialogo sociale.

-  protezione sociale adeguata e sostenibile e accesso a servizi essenziali di elevata qualità, comprese l’assistenza sanitaria e l’assistenza a lungo termine, per garantire una vita dignitosa e la protezione contro i rischi e consentire il reinserimento nel mercato del lavoro.

L 'Unione sociale dovrà altresì valorizzare   il ruolo delle forme di economia partecipativa e delle imprese dell'economia sociale, sulle quali la stessa Commissione Europea sembrava aver  concentrato la sua attenzione nella strategia 2020,  favorendo le iniziative sull'imprenditoria sociale e sulla social innovation  destinate a produrre al tempo stesso valori economici e sociali contribuendo alla produzione di capitali umani senza i quali l'Europa diventerà un deserto di regole e moneta, su cui faranno scorribanda i populisti.

Questo tentativo di dar vita a un Europa diversa, per quanto difficile e ambizioso, può essere la risposta alla crisi destruens attraversata dalla costruzione europea.

L’Europa deve funzionare come spazio di solidarietà tra i suoi membri di fronte ai rischi della globalizzazione, aiutando i trasferimenti di risorse tra i territori, incoraggiando le iniziative economiche comuni, ponendo fine alla concorrenza sui salari, regimi fiscali e tassi sui prestiti. 

Non può esistere una politica economica  al di fuori di una dimensione sociale che combatta le diseguaglianze, promuova il lavoro  e l'occupazione attraverso scelte politiche non democraticamente determinate. Non si può infatti pensare di uscire dalla crisi dell'Europa attraverso soluzioni tecniche Una crisi  come quella attuale può essere risolta riformando le istituzioni esistenti, eliminando gli ostacoli giuridici, morali e sociali che si frappongono alla realizzazione di una vera e propria coesione sociale, senza la quale  parlare di moneta, difesa, sicurezza diventa un discorso per i soli addetti ai lavori senza un reale impatto per  il popolo europeo.

Ma le risorse dove si trovano? Allargare la spesa sociale non significa

ignorare i vincoli di bilancio come sostengono i populisti.

Si tratta di indirizzare le risorse verso gli obbiettivi sociali incrementando il bilancio con risorse proprie tratte da una tassazione federale. L'Unione sociale dovrebbe nascere  come abbiamo detto, intorno a un primo nucleo  di Paesi determinati a raggiungere questo obbiettivo seguendo il metodo di monettiana memoria che condusse alla creazione della prima comunità finalizzata al perseguimento di una specifica finalità. Può sembrare questa una scelta visionaria. Ma di ampie visioni ha bisogno l'Europa. Come per il passato politique d'abord e tutto il resto seguirà.