Articolo di Claudio D'Aroma

Note in margine all’articolo di Marco Piantini “Quale europeismo? sette domande in attesa di risposta”

Pubblichiamo l'articolo con cui Claudio D'Aroma interloquisce con la riflessione di  Marco Piantini intitolata  "Quale europeismo? Sette domande in attesa di risposta" (pubblicato su questo sito il 3 luglio ) . D'Aroma  ha lavorato a lungo presso le Istituzioni europee e le rappresentanze regionali a Bruxelles.

La crisi dell’Unione Europea interseca la crisi del mondo occidentale. Si ha l’impressione che entrambi si ripieghino su se stessi. Negli Stati Uniti la crisi del ceto medio, dei gruppi sociali della “cintura della ruggine”, i piu’ colpiti dalla crisi del 2008, ha prodotto l’elezione alla presidenza di Donald Trump. La comparsa di movimenti nazionalisti - demagogici- identitari è un fenomeno comune ad Europa e Stati Uniti. Alla crisi gli USA rispondono con il protezionismo, con i dazi sui beni provenienti, innanzitutto, dalla Cina ma anche dall’UE – Nel corso del vertice NATO del 14 luglio il presidente Trump ha messo in relazione il contributo europeo all’alleanza atlantica con possibili rappresaglie commerciali. Trump ha elencato, tra i nemici, anche l’Europa. È paradossale che la Cina, oggi, rappresenti il campione del liberoscambismo, cavallo di battaglia del liberalismo anglosassone.

Per comprendere la temperie culturale in cui viviamo pensiamo a Michel  Houellebecq. Un occidente senza più bussola morale – politica - ideologica. In “Soumission” i francesi, privi ormai di un progetto politico, eleggono un presidente islamico. Il nostro mondo non è più in grado di produrre “progetto” . Eppure produce tecnoscienza. E’ punto di riferimento, a livello globale, nella produzione di processi (produttivi, organizzazione sociale) che vengono presi a modello : la Cina ne è l'esempio più chiaro. Al dissolversi del vecchio mondo con le sue certezze ideologiche e lo status garantito del ceto medio non corrisponde la nascita di nuove certezze, di nuove forme di organizzazione sociale. L’occidente  resta all’avanguardia tecnoscientifica, allo stesso tempo perde la capacità di creare lavoro e di integrare il ceto medio (quanto lavoro somministrato e a termine oggi costituisce una quota importante del lavoro complessivo negli Stati Uniti e nell’Unione Europea. Jeremy Rifkin aveva intuito il fenomeno dai suoi albori - La fine del lavoro, 1995).

La fine delle certezze e di  futuro genera identitarismo, ripiegamento verso il noto. Interseca una globalizzazione che ha cambiato il mondo alla velocità della luce a cui è ben difficile adattarsi.

Mentre negli Stati Uniti il popolo della “cintura della ruggine” elegge Trump in Europa assitiamo, in tutti i paesi dell’Unione, al sorgere di movimenti identitari - populisti - demagogici. In Germania condizionano l’azione di governo “scoprendo a destra” la Cancelliera e la CSU,  in Italia vanno al governo. L’Italia, come sostiene Marc Lazar, è un laboratorio politico perché più fragile dal punto di vista politico - istituzionale. Il filtro della mediazione politica, che in Francia impedisce alla Le Pen di governare, in Italia è più sottile e lascia passare gli umori della pancia dell’opinione pubblica. Per certi versi, volendo azzardare  paragoni, siamo nel 1913, alla fine della grande espansione e globalizzazione della Belle époque e dall’altro negli anni venti e trenta, con la contrazione del commercio internazionale e la chiusura degli imperi coloniali, britannico e francese, in se stessi.

Questi fenomeni, appena accennati, incrociano la costruzione europea che non è stata fondata sulla partecipazione democratica, sulla costruzione dal basso. In questa fase, più che mai, i leader politici rispondono esclusivamente al proprio elettorato e “chiudono” alla responsabilità europea (per dirla con toni estremi). La cancelliera tedesca sta pagando caramente, oggi, l’apertura agli immigrati siriani (se pure necessaria alla struttura produttiva). Il conflitto tra democrazia, costruita a livello nazionale, e responsabilità europea esplode in tutta la sua portata. Il problema della legittimazione democratica è stato negato, messo da parte nel corso degli anni quando l’Unione Europea distribuiva benefici  e sembrava  potesse essere rinviato alle calende greche. Dopo la caduta del “muro” l’Unione ha giocato una funzione integratrice nei confronti dei paesi dell’Europa orientale, generava attrazione come modello unico nel suo genere.

 Un altro fenomeno si aggiunge a questo : la fine dell’equilibrio Stati Uniti - Unione sovietica e la gestione dell’ordine esterno affidata ai primi. Questa situazione produceva risparmi notevoli nel campo della sicurezza (ci siamo potuti permettere uno Stato sociale più generoso) e una “depoliticizzazione” dell’Unione europea. Ricordiamo che il primo tentativo di costruire un’Europa unita aveva visto al proprio centro ipotesi di unione politica, la Comunità europea di difesa. Caduta, nel ’54, a causa del voto negativo del Parlamento francese. Nascono, quindi, la Ceca e la Cee come risposta all’impossibilità di creare un’Euopa unita centrata sulla dimensione politica e militare. Vince l’ipotesi funzionalista che prevede un’integrazione progressiva partendo dalla dimensione piu’ neutra dal punto di vista politico, quella economica.

Il ritorno brutale della politica con la P maiuscola, con la presidenza Trump, accentua fenomeni che si leggevano appena dopo la caduta del “muro”. Gli Stati Uniti, dopo 70 anni, tornano a casa (le correnti isolazioniste stanno riprendendo vigore o è un fenomeno temporaneo?). L’Europa deve porsi il problema della propria sicurezza in prima persona affrontando i problemi che erano stati messi da parte nel ’54. Non solo maggiori spese in periodo di bilanci magri e bassa crescita ma soprattutto si pone per la prima volta, dalla fine della guerra, il problema dei nuovi equilibri militari e quindi politici. La Germania quale ruolo giocherà? Si assumerà responsabilità che fino ad ora ha accuratamente evitato? La politica spacca l’Europa al suo interno, la Nato si depotenzia,  i paesi baltici e di Visegrad temono la Russia che mostra i muscoli mentre i paesi mediterranei fanno i conti con gli immigrati che provengono dall’inarrestabile spinta demografica africana.

Inoltre, siamo in presenza di un duplice processo, apparentemente contraddittorio. Le Istituzioni acquisiscono potere, l’ordinamento europeo si espande ma si manifesta delegittimazione democratica, prima strisciante poi sempre più evidente. La Commissione ed il Parlamento europeo ampliano i propri poteri estendendoli a nuove materie, il PE è diventato colegislatore ma nei paesi membri tutto cio’ appare lontano, poco percepito dalle opinioni pubbliche.

Invece, il tema delle migrazioni è diventato ossessivo in tutta Europa. L’opinione pubblica percepisce la minaccia dell’”invasione” oltre l’evidenza dei dati numerici. L’Europa che invecchia ha bisogno di immigrati per mantenere attiva la propria economia e la propria struttura sociale. Certamente bisogna selezionare sulla base dei bisogni di ciascun paese.

Assistiamo ad una domanda rivolta dai cittadini ai propri governanti manifestamente incapaci di governare il fenomeno. I movimenti xenofobi crescono e, in alcuni casi, giungono al governo. Il risultato è il rimpallo delle responsabilità da un paese all’altro, la chiusura a riccio di gruppi di Stati membri, l’incapacità dell’Unione di dare risposte di dimensioni continenetali, perché tale è il fenomeno.

Le classi dirigenti, anche le piu’ illuminate, sono prese in un’impasse, incapaci di produrre governo a livello europeo.

 Da dove ricominciare per rilegittimare il progetto europeo? Le opinioni pubbliche sono inquadrate nel processo democratico nazionale. L’Europa è un sistema sovranazionale costruito dalle élites. I due sistemi sono profondamente interrelati. Il multi-level government funziona dal livello locale - nazionale verso quello sovranazionale e viceversa. Ma la legittimazione di questo complicato sistema si produce nella democrazia costruita a livello nazionale (un’analisi molto approfondita di queste problematiche si trova in Biagio De Giovanni, l’ambigua potenza dell’europa, 2002).

Sembra debole l’idea che il rilancio del progetto europeo passi attraverso nuove forme di comunicazione del valore del processo comunitario o attraverso nuove architetture istituzionali. Il nodo sta nel rilancio del progetto politico a livello nazionale che veda una riduzione dei danni collaterali prodotti dalla globalizzazione in termini di diseguaglianze. È necessario ridare fiducia ad un ceto medio frammentato, non piu’ percorso da linee di forza chiaramente leggibili (In quali nuove forme?). In sostanza, dar vita ad una nuova governance che riesca a tenere insieme le necessarie riforme al livello nazionale con le esigenze poste dall’economia globale per giungere a nuovi equilibri sociali. Vaste programme, avrebbe detto De Gaulle. Se non si ricostruisce, a livello nazionale, un rapporto positivo tra élites e cittadini intorno a progetti politici che svolgano funzioni di integrazione come è possibile pensare ad un rilancio del progetto europeo? Viceversa, se i gruppi dirigenti, in sede europea, non si fanno carico di problematiche di livello continentale, quali le migrazioni, come si può pensare che le opinioni pubbliche accettino il livello sovranazionale, vissuto solo come portatore e non risolutore di problemi? E’ la dialettica tra livello nazionale e comunitario che va rimessa in moto, pena lo svuotamento delle Istituzioni dell’Unione.