Articolo di Pasquale Ferrara

L’Europa (ri)pensata da fuori

L'Amb. Pasquale Ferrara, Ambasciatore di Italia in Algeria, già Segretario generale Istituto universitario europeo di Fiesole, interviene al dibattito sul futuro della UE e dell'europeismo. Le opinioni espresse sono da attribuire esclusivamente all’Autore a titolo personale, e non sono riconducibili in alcun modo all’istituzione di appartenenza

 

Nella sua riflessione sull’Europa concepita “da fuori”, Roberto Esposito afferma che la concentrazione su sé stessa della filosofia europea “le ha impedito di cogliere quello che avveniva al suo esterno, rovesciando i rapporti di causa ed effetto con esso”(p.6). Cambiando quello che c’è da cambiare, la condizione attuale dell’Europa soffre di un’analoga inversione del nesso di causalità. La crisi continua ad essere scambiata per un processo di degenerazione (solo) endogeno, quando invece è il “resto del mondo” e le sue dinamiche a definire, come una variabile indipendente, la sua stessa configurazione politica ed istituzionale europea. Detto in maniera più esplicita: l’arresto quasi totale del processo di integrazione – già da tempo claudicante – è esso stesso un effetto delle nuove spinte destrutturanti del sistema internazionale.

Cosa è accaduto? La forza d’urto dei cambiamenti mondiali (la traslazione del potere verso Oriente, le numerose fratture alle porte del continente, l’acutizzarsi della fenomenologia critica transnazionale, di cui le migrazioni non sono che una delle numerose manifestazioni) ha investito in pieno la vicenda politica europea prima che le istituzioni e le politiche dell’Unione avessero il tempo di adeguarvisi ed attrezzarsi per farvi fronte. La coincidenza delle innovazioni interne, peraltro dotate di una legittimazione solo incipiente (l’allargamento ad est, l’adozione della moneta unica) con la crisi finanziaria del 2008 e le sue devastanti conseguenze economiche in tutto l’Occidente, con l’impetuosa ascesa della Cina e dei Paesi emergenti e con l’esplodere di conflitti e l’approfondirsi di tensioni nelle regioni limitrofe dell’Europa (il “Vicinato” orientale e meridionale), ha prodotto un effetto ottico distorcente nella percezione dell’opinione pubblica e dei cittadini europei. L’arretramento nelle condizioni e nella qualità della vita è stato infatti interamente – quanto erroneamente - addebitato alle istituzioni ed alle politiche europee a partire dalla metà degli anni 2000, in concomitanza con il tramonto delle illusioni riformiste e costituzionali dell’Unione.

Le risultanti di questo abbaglio di natura anzitutto storico-ermeneutica sono molteplici e tutte nefaste. In primo luogo, la sostituzione della “doppia legittimità” dell’Unione (dei popoli e degli stati) con la “doppia defezione” (dei governi e delle società) nei riguardi del livello istituzionale europeo, percepito ormai, a seconda della prospettiva politica, come un pervasivo apparato tecno-globalista eterodiretto o, al contrario, come una macchina inutilmente dispositiva incapace di incidere né nelle questioni sociali e di giustizia né nelle funzioni “regaliane” (politica estera, difesa, tassazione).  Quello che è certo, è che si manifesta un grave risentimento di una parte consistente del “popolo europeo” contro l’Europa-apparato. Il fronte dei critici dell’Europa annovera movimenti anti-Euro, anti-europei e anti-globalizzazione tout court. E’ la critica del cosiddetto “embedded liberalism”, il neo-liberalismo di contesto, articolato a livello di istituzioni di Bruxelles, e che ha caratterizzato le politiche dell’Unione degli ultimi decenni, senza un corrispondente “embedded egalitarianism”, un egualitarismo di contesto, le cui leve sono rimaste invece saldamente a livello di governi nazionali. Percezioni e letture che sono alla base delle tendenze “social-xenofobe”, e che incrociano il malessere identitario con il timore della perdita della prosperità sociale.

Tuttavia, la rappresentazione dell’Ue come una realizzazione del liberismo imperante nel modello economico globale e del dominio della finanza transnazionale dovrebbe rendere ragione della circostanza che il principale “agente” della deregolamentazione e della finanziarizzazione dell’economia, vale a dire la Gran Bretagna della City, è restato fuori dall’Euro, esattamente per conservare la latitudine decisionale atta a creare le migliori condizioni ambientali per i capitali e gli investimenti finanziari. In realtà l’integrazione, così come è venuta strutturandosi da Maastricht in poi, piuttosto che essere un monolitico progetto egemonico, è piuttosto il risultato di visioni sociali, economiche e politiche in aspra competizione tra loro, in un’arena in cui la politica interna degli Stati membri ha svolto ed è destinata a svolgere ancor più in futuro un ruolo centrale e determinante.

In secondo luogo, una lettura “da fuori” dell’Unione la rappresenta, in modo liquidatorio, come un insieme introverso ed insicuro, oltre che come un fascio di condizionalità o di ermetismo politico e securitario. L’Europa, osservata ad esempio dalla sponda sud del Mediterraneo, viene talvolta interpretata in modo superficiale e caricaturale come una collezione rapsodica di impotenze rispetto alle principali crisi internazionali, in combinazione con un protagonismo velleitario e declaratorio privo, spesso, di conseguenze apprezzabili. Se queste sono sicuramente letture strumentali, al contempo appare palpabile la delusione, per chi ci osserva “da fuori”, rispetto a sistemi politici che corrono il serio rischio dell’autoreferenzialità e che appaiono dotati di una insufficiente proiezione strategica, come tale non necessariamente vincolata ai cicli elettorali di ogni tendenza. Le innegabili sconfitte dell’Unione (in primo luogo la decisione della Gran Bretagna di abbandonare la Ue), come pure il sorgere di nuovi “blocchi” nel cuore del continente (gruppo di Višegrad, Europa mediterranea, intesa franco-tedesca) sono percepite, “da fuori”, talvolta con compiacimento, come conferma del nazionalismo come opzione politica fondamentale, talaltra con preoccupazione, come sfaldamento dei processi integrativi, con ripercussioni anche nei contesti regionali che già sperimentano situazioni di impasse (si pensi, tra i molteplici casi, alla paralisi di fatto del progetto di Unione del Maghreb Arabo, che forse, in altre condizioni, avrebbe potuto giocare un ruolo anche per disinnescare la crisi libica). In questo come in altri contesti geo-culturali, la vera politica estera dell’Unione è la sua forza di attrazione, e risiede proprio nella capacità evocativa e mimetica del processo integrativo. Le “divisioni” di cui dispone l’Unione sulla scena mondiale sono le sue competenze, le sue porzioni di sovranità condivisa, le sue politiche di coesione. Se tali convergenze perdono di rilevanza interna e tendono a rallentare, anche la dimensione esterna dell’Unione inevitabilmente ne risente. La connessione tra interno ed esterno trova in questa dinamica un’ulteriore riprova. Non si intende qui evocare la trita retorica del “soft power” europeo o del “leading by example”; si tratta, piuttosto, di prendere coscienza del fatto che l’integrazione è in sé stessa una politica estera strutturante, come ha ampiamente dimostrato l’allargamento e come è ancora evidente, ad esempio, nell’aera dei Balcani, dove la liquidazione definitiva dei conflitti etno-nazionali e delle loro conseguenze avvelenate dipende strettamente dall’esito del percorso di avvicinamento all’Unione. Da questo punto di vista, l’Ue, pur con tutti i riallineamenti interni e le correzioni di rotta, ha ancora un ruolo da svolgere solo a condizione che non rinunci alla sua funzione di “pioniere istituzionale”, capace di produrre “effetti di diffusione” sia attivi (attraverso l’interazione diretta con altre organizzazioni di cooperazione regionale) sia “passivi” (sul clima generale del multilateralismo, ad esempio, rispetto al nuovo bilateralismo “à la carte”). L’acceso dibattito sulla “secessione britannica”, sul pop-sovranismo e sul mercatismo globalista può essere l’occasione di una nuova e più matura consapevolezza delle responsabilità europee circa i modelli oggi in forte competizione: quello internazionale liberale rispetto a quello neo-nazionale; quello universalista rispetto a quello post-globale e comunitario; quello localista rispetto a quello transnazionale; quello multilaterale rispetto a quello multipolare; quello intergovernativo rispetto a quello integrativo. Tuttavia, nessun percorso di macro-rifondazione, per quanto critico e per quanto creativo, potrà mai assumere consistenza senza una micro-rifondazione dell’Unione a livello dei convincimenti soggettivi, della pratiche sociali, delle narrazioni sia nelle nuove piazze virtuali che nelle antiche piazze europee, sia nei luoghi della compressione del tempo che nei luoghi dell’estensione della memoria.

Riferimenti:

  • Roberto Esposito, Da Fuori. Una filosofia per l'Europa, Einaudi, Torino 2016
  • Tobias Lenz, Alexandr Burilkov, Institutional pioneers in world politics: Regional institution building and the influence of the European Union, “European Journal of International Relations” 2017, Vol. 23(3) 654–680
  • Simon Bulmer, Jonathan Joseph European integration in crisis? Of supranational integration, hegemonic projects and domestic politics, “European Journal of International Relations”, 2016, Vol. 22(4) 725–748
  • Élois Laurent, Mitologie economiche, Neri Pozza, Vicenza 2017 [2016]
  • Salvatore Settis, Cieli d’Europa. Cultura, creatività, uguaglianza, UTET, Torino 2017