Articolo di Diletta Alese e Giulio Saputo

La narrazione oltre l’interregno: prospettive di analisi e azione per un europeismo critico

Pubblichiamo l'articolo con cui Diletta Alese e Giulio Saputo interloquiscono con la riflessione di  Marco Piantini intitolata  "Quale europeismo? Sette domande in attesa di risposta" (pubblicato su questo sito il 3 luglio ) . Giulio Saputo è Responsabile nazionale dell'Ufficio del Dibattito del Movimento Federalista Europeo, Diletta Aulese, Chair of Political Commission on Internal European Policies of Young European Federalists.

Gli europeisti devono recuperare una chiave di volta per comprendere il presente e trovare così la forza, non di realizzare un mondo utopico, ma di tornare ad immaginare il migliore dei mondi possibili. Per farlo, un passaggio obbligato è il ripensarsi, ricostruendo le trame storiche che hanno condotto alle drammatiche contraddizioni di un presente complesso; in questo senso sono senz’altro necessari gli interrogativi che Marco Piantini ha evidenziato alcuni giorni fa in un ottimo articolo pubblicato sul sito del CeSPI. Da parte nostra, vorremmo dare un contributo a partire da quelle basi sviluppando l’analisi della situazione europea attraverso una delle interpretazioni possibili, arrivando a delle conclusioni che ci auguriamo possano essere utili.

Quello che ormai è evidente, anche nella percezione collettiva, è di essere in un periodo di forte declino da tutti i punti di vista da cui si può guardare una società, una cultura. Stiamo vivendo nel pieno di quella che è stata definita una “crisi esistenziale”, una “crisi sistemica”, una “crisi di civiltà” o delle “crisi multiple” dell’Europa, a seconda dell’interpretazione che si preferisce adottare. Né le istituzioni nazionali, né quelle europee riescono a fornire ai cittadini una narrazione della realtà all’altezza delle necessità e dei valori che avevamo posto a fondamento delle nostre speranze dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Un esempio su tutti è quello delle migrazioni, caratterizzato dalla criminalizzazione della solidarietà umanitaria. Si sta normalizzando una quotidianità la cui routine si misura sul numero delle morti - ignorate o mediatizzate e presto dimenticate. Sta diventando "normale" dire che la conseguenza accettabile per determinate politiche è la tortura e la violenza su un insieme artificiosamente circoscritto di persone. La cosa ancora più inquietante, che crea dei parallelismi con un recente passato, è che ormai dalla propaganda dei media e dei social siamo passati alle prese di posizione istituzionali.

Non è la prima volta che assistiamo a questo stato di negazione dei diritti umani. Proprio la comparsa di forti masse di immigrati “apolidi” ci dovrebbe ricordare il classico di Hannah Arendt “Le origini del totalitarismo”. In quanto “fuorilegge”, allora, proprio come gli apolidi degli anni ’30, gli immigrati possono essere internati in campi “lager” perché sono espulsi dal consorzio umano. Non sono persone neanche nel gergo mediatico o politico, ma spesso solo dei “clandestini”. Questa segregazione di un gruppo umano la cui unica colpa è quella di esistere è stata il primo passo, nel secolo scorso, di un processo che ha condotto gli individui ritenuti “superflui” verso i campi di concentramento nella sostanziale indifferenza dell’opinione pubblica: “Anche i nazisti (…) prima di azionare le camere a gas, li hanno offerti al mondo constatando con soddisfazione che nessuno li voleva. In altre parole, è stata creata una condizione di completa assenza di diritti prima di calpestare il diritto alla vita”.

L’alternativa fra ignavia e azione esiste, al di là di qualsiasi giustificazione, mistificazione o retorica. Se subiamo, saremo colpevoli di immobilismo; se reagiamo: o diventeremo complici o avremo deciso di destarci - e forse sarà comunque troppo tardi. In ogni caso, dobbiamo essere consapevoli di stare tracciando i confini della nostra società.

Alle origini del processo

Ci troviamo come quell’indiano sui generis in “Coda di lupo” di De André che riflette, perse le coordinate culturali, ripetendo a se stesso “con un cucchiaio di vetro scavo nella mia storia, ma colpisco un po’ a casaccio perché non ho più memoria”. Se guardiamo al recente passato, il processo di integrazione europeo è stato spesso paragonato ad un ciclista in corsa: se si smette di pedalare, si finisce per cadere. Con questo principio, coi piccoli passi avanti e la cessione progressiva di sovranità da parte degli stati nazionali, si è costruita l’Unione europea dietro la protezione dell’ombrello NATO. Nelle idee a fondamento dei primi progetti comunitari, l’Europa avrebbe dovuto garantire la pace, superando la conflittualità endemica che affligge da secoli il continente fin dall’esistenza del sistema degli stati westfaliano. Il percorso con cui però si sono realizzate le istituzioni europee è stato differente. Ad un certo momento ha prevalso l’idea che per unire gli stati sarebbe stato necessario partire dall’economia, dal benessere e dai mercati. La svolta ha portato alla fondazione della Comunità Economica Europea (CEE) e all’inizio del cammino dell’Europa dei Trattati di Roma. Col fallimento della Comunità Europea di Difesa (CED) e della Comunità Politica Europea (CPE) ad essa legata, per molti anni le parole d’ordine di unità politica e democratica hanno svolto un ruolo secondario, quasi dimenticato, ma che è sempre stato determinante.

Sotto il tappeto del “boom economico” europeo si sono nascosti i passi mancanti di un processo lasciato inconcluso. I federalisti sono stati ridotti ad una piccola voce della coscienza degli europei, un “grillo parlante” che ha cercato di ricordare con costanza alla politica il perché esistesse questa Unione economica come tappa del percorso verso qualcosa di davvero più grande. Purtroppo queste parole d’ordine e queste sirene inascoltate difficilmente riescono oggi a sensibilizzare i cittadini perché sono state piegate a divenire un altoparlante, uno strumento per giustificare la difesa dello status quo o, ancora più spesso, di un preciso establishment politico in campagna elettorale. Diciamo che gli stessi euro-entusiasti sono stati disarmati negli anni della loro forza emancipatrice “rivoluzionaria” da una retorica istituzionale europeista e dalla costruzione di quello che possiamo definire un mito distorto e giustificatore dell’esistente. Per questo crediamo sia essenziale ripartire dall’interpretazione della realtà e dalla distanza che esiste fra un europeismo rivolto all’azione e la strumentalizzazione del passato di un europeismo di maniera che agisce per un misurato calcolo politico: è proprio da questa consapevolezza che dovremmo partire, non limitandoci a celebrare l’attuale assetto europeo ma ri-attivandoci come agente di cambiamento.

Uno sguardo sull’attualità

Il mondo è cambiato radicalmente dai tempi in cui gli stati europei erano delle potenze capaci di governare il mondo. Ci sono state almeno tre svolte dal punto di vista geopolitico successive alla Seconda Guerra Mondiale: siamo passati dall’equilibrio bipolare USA – URSS, al tentativo recentemente fallito dell’egemonia statunitense, fino al consolidarsi di una tendenza progressiva all’equilibrio multipolare dominato da potenze continentali (USA e BRICS). Per non perdere importanza, gli stati europei hanno messo insieme una sostanziale parte della sovranità, come la moneta, ma questo non è stato sufficiente per creare un vero attore internazionale. La realtà globalizzata non cambia più alla velocità delle stagioni, ma delle ore, e una governance non può sostituire la capacità decisionale e l’efficacia di un governo. Un click può significare l’inizio di un attacco di cyber-terrorismo o il trasferimento di milioni di dollari. Sappiamo che le risorse non sono infinite e stiamo passando il punto di non ritorno dello sfruttamento del pianeta. Le guerre non si combattono più esclusivamente fra paesi e siamo costretti a ridefinire gli stessi concetti di pace, stato, guerra e sicurezza. Stiamo assistendo da spettatori all’internazionalizzazione e alla tecnicizzazione dell’economia con la capacità della politica solo di assecondarne il processo. Falliscono i sistemi sociali e politici di intere nazioni ed è instabile larga parte del mondo costruito a tavolino durante la decolonizzazione, mentre cercano di spostarsi decine di milioni di persone per fuggire da guerre o povertà. In questo contesto, la capacità di problem solving delle istituzioni che abbiamo a disposizione in Europa spesso non è all’altezza. La mancanza della volontà politica di andare risolutamente verso la creazione di istituzioni democratiche sovranazionali, in questo ultimo decennio di crisi economica, ha creato uno scenario decisamente nuovo rispetto al recente passato dell’Unione europea. I piccoli passi compiuti non vanno più necessariamente nella direzione dell’unione politica.

C’è un tracollo di fiducia e di consenso verso il progetto di unione dell’Europa, la storia ne ha anche confutato l’irreversibilità del cammino. La “Brexit”, la sfiducia dei cittadini, le spinte centrifughe e il ritorno ad un forte nazionalismo di destra identitario, autoritario, xenofobo non sono più dei semplici campanelli di allarme, ma un fatto strutturale della nostra realtà. È, inoltre, sempre più forte il partito del grigio: tra il bianco e il nero, tra il progetto federale e il ritorno violento dei nazionalismi, a trionfare per il momento è la “palude”. Il riformismo senza bandiera, l’avanzamento verso la tecnicizzazione, l’intergovernativismo, la depoliticizzazione delle policies sono le risposte che caratterizzano un progressivo allontanamento delle istituzioni dai cittadini e i sintomi della crisi della democrazia rappresentativa. Si pensa alla stabilità di un sistema in crisi, ma sembra essere ancora lontana la possibilità di una via di uscita costituzionale nel breve periodo. Con il sogno della necessità del progetto europeo sta morendo anche quello che Elias definisce “il processo di civilizzazione” dei rapporti tra gli stati. L’interiorizzazione della violenza per una interdipendenza progressiva non ci pone più davanti a due strade tra “l’unirsi o il perire” di spinelliana memoria. Da un lato, le istituzioni europee non sono più “inconsistenti” o neutrali, ma agiscono in aree di policy sempre maggiori. Sebbene poco efficaci e frutto di un sistema prigioniero dell’unanimità del Consiglio, l’adozione di una politica economica elevata a dottrina di rapporto tra gli stati, l’esternalizzazione dei costi umani dei flussi migratori, la debolezza con cui si persegue la violazione dei diritti umani e il flebile intervento per la crisi democratica in Ungheria e in Polonia sono scelte percepite come “europee” dai cittadini e che colpiscono direttamente la società. Dall’altro lato, come previsto dai federalisti, gli stati nazionali sono in crisi, ma non sono quella “polvere senza sostanza” teorizzata da Einaudi. Pur non avendo alcuna possibilità di governare i fenomeni della globalizzazione, non possiamo ignorare che gli stati abbiano fatto sentire di nuovo con forza i residuati della loro sovranità tra la sospensione di Schengen, il ripristino delle frontiere e in certe misure di protezionismo. Esiste dunque una crisi sistemica, che colpisce tutto il sistema europeo, dagli stati nazionali alle istituzioni europee, ma non basta a definire la situazione contemporanea. Vivere la quotidianità dell’emergenzialismo, dell’incapacità della politica di risolvere problematiche insieme alla mancanza di governo per la globalizzazione, hanno causato una crisi di valori, della società, delle narrazioni che è decisamente totalizzante. L’Unione europea è passata rapidamente nel dibattito politico da capro espiatorio a promessa di redenzione contro il ritorno dei sovranismi. Il problema è che le proposte di avanzamento istituzionale non vengono portate avanti e non si dà l’opportunità di funzionare all’Unione vincolando le sue scelte a dei processi democratici, ma si preferisce “appaltarle” ad agenzie tecniche o bloccarle nei meccanismi intergovernativi. Così facendo abbiamo screditato anche le istituzioni sovranazionali per lasciare ogni afflato di trasformazione arginato nel mondo dell’irrealizzabile o dell’utopia in nome di un fantomatico realismo politico. L’impressione è di essere costantemente imprigionati in un circolo vizioso, che continua ad alimentarsi, di scadenze elettorali e continue decisioni straordinarie. Il pericolo di restare in questa situazione è che lentamente stia diventando accettabile il ritorno al sistema westfaliano con tutte le sue tragedie, e una rivalutazione del “Secolo Breve” senza riflettere sulle conseguenze di un mondo dominato dal nazionalismo competitivo. Non stiamo parlando di una crisi passeggera, questo è probabilmente l’autunno del sogno europeo, il sonno della politica (e della memoria storica) ha generato una situazione che non lascia più molto spazio al concetto di crisi-opportunità, quanto più a quello di “crisi-interregno” ben definito da Gramsci: “La crisi consiste nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”. La fine di un’epoca con la caduta del muro di Berlino non ha riguardato solo il socialismo, ma ha segnato un momento essenziale nella storia dell’integrazione europea con il passaggio dall’entusiasmo a quel progressivo allontanamento dei cittadini che è stato definito “post Maastricht blues”. Viviamo in un mondo privo ormai di grandi narrazioni e poggiato su un presentismo  portato avanti all’ossessione. Non ci soffermeremo qui sull’analisi del “deserto post-ideologico” o dell’imbarbarimento del linguaggio e dei nuovi media, ma possiamo già comprendere come questo terreno di povertà spirituale ed economica sia fertile per gli estremismi di ogni colore. Spesso vediamo confondere la fine delle ideologie e il rifiuto della politica con “una forma di saggezza senza tempo”, ma il presente ci chiede di prendere posizione per cercare di uscire da questa impasse democratica, istituzionale e identitaria, per decidere che mondo lasciare alle prossime generazioni.

Conclusioni

In questo contesto qualsiasi narrazione che promette di essere “antisistema”, come quella populista o quella nazionalista, rischia di avere una forte presa su una cittadinanza senza fiducia. Occorre, dunque, invertire questa tendenza e stimolare le persone a partecipare e a credere ancora nella democrazia e nelle istituzioni dandogli una nuova prospettiva radicale che vada ben oltre un timido riformismo. Dobbiamo tornare a pensare che lo stesso percorso di costruzione dell’Europa rappresentava una risposta alle degenerazioni del nazionalismo e del totalitarismo per favorire invece l’«unità nella diversità» di un continente come esempio e promessa di pace per il mondo. L’Europa deve tornare ad essere questa concreta utopia: un’occasione per tutti, non solo per una ristretta élite o perché rappresenta “il male minore” di un mondo senza futuro. Non basta più il solo rifiuto di una cultura e una pratica politica obsoleta ormai normalizzata, ma è essenziale ricostituire l’impegno per la costruzione di un nuovo ordine democratico a livello sovranazionale fondato sui principi dell’anti-fascismo. Allo stesso modo, non basta la mera opposizione al revanscismo nazionalista, ma diventa sempre più urgente un cambiamento istituzionale e costituzionale dell’Unione Europea.

In sintesi, non è più sufficiente la mera negazione e decostruzione delle idee illusorie del nazionalismo o del populismo, ma è necessaria una campagna di contenuto istituzionale e politico, una battaglia di civiltà sul piano continentale. A meno di un anno dalle elezioni europee, occorre pensare all’azione.

Da un lato, è necessario lo sforzo di tutte le forze progressiste per costruire un’egemonia “gramsciana” sul piano culturale e nel dibattito pubblico, elevando il livello dell’analisi e degli obiettivi sul piano continentale, lasciando in un angolo chi si ostina a rimanere schiavo del “nazionalismo metodologico”, parlando anche direttamente ai cittadini che hanno un disperato bisogno di risposte sia a destra (sicurezza e difesa) che a sinistra (welfare e diritti sociali). Una resa dei conti contro i nazionalisti nei diversi schieramenti, dunque, che non parli solo il linguaggio dei partiti, ma anche delle associazioni che hanno alla loro base valori cristiani, laici o radicali. Insomma, un’unica battaglia politica declinata secondo le differenti sensibilità e coerente rispetto ad un chiaro progetto d’insieme.

Dall’altro, per uscire dalla “profezia autoavverante” di una «guerra tra poveri», tra migranti ed emarginati, sarebbe necessario smettere di scontrarsi con le istituzioni europee sullo “zero virgola” per quanto riguarda le possibilità di fare deficit. Il problema non è il dito, ma la luna: il rilancio dello sviluppo per uscire dalla crisi economica va fatto sul piano europeo. È in Europa che deve essere pensata la tutela del cittadino, del lavoratore e non solo del capitale. Per avere dei risultati concreti servirebbe però un’Unione in grado di superare i suoi dissidi interni, politicamente forte, dotata di una politica estera, economica e fiscale unica e non ostaggio di alcuni governi colti da una deriva sempre più autoritaria. Per questo possiamo sperare in una rapida riforma del meccanismo istituzionale dell'area euro che crei gli strumenti necessari per far fronte a queste sfide politiche nel quadro di un processo democratico più ampio che stimoli e garantisca la reale partecipazione dei cittadini europei alla definizione del futuro della loro comunità di destino. In ogni caso, qualsiasi discorso sulla riforma dei Trattati perde di sostanza se non accompagnato da significative politiche immediate incentrate sulla solidarietà e sull’affermazione del significato stesso di “essere europei”.

Nel brevissimo termine, è possibile che il Parlamento Europeo, a maggioranza ancora fortemente europeista, resti immobile in questi ultimi mesi di mandato? Non possiamo permetterci di lasciare niente di intentato. Tra le strade percorribili c’è l’attivazione della procedura di riforma dei Trattati (art. 48 del Trattato di Lisbona) e la possibilità di dare un segnale politico tramite singole battaglie, ad esempio denunciando il Consiglio Europeo davanti alla Corte di Giustizia (art. 256) per la mancata gestione comune delle richieste di asilo e delle migrazioni (art.77-80) o tramite il ricorso alla disobbedienza civile delle organizzazioni e dei corpi coinvolti nelle operazioni di salvataggio.

L’obiettivo per gli europeisti di ogni provenienza non può più ridursi a mezze misure, ma si tratta di completare il sogno europeo, decidere in ultima istanza se tornare ad ascoltare quel vecchio “grillo parlante” per realizzare un esempio nel mondo di pace, democrazia e solidarietà o tornare agli anni ‘30.

Questa forse è la grande narrazione, “lo sforzo creativo” - probabilmente l’ultimo - che ci permette e ci permetterà ancora di avere fiducia nella politica, nelle istituzioni ma soprattutto, nel futuro. Contro ogni forma di Europa-fortezza, contro la securitizzazione dei processi migratori, contro la difesa dello status quo e contro la deformazione della politica e dei nostri valori in feticci obsoleti. Dobbiamo trasmettere al popolo europeo la prospettiva di essere una comunità di destino, superando la definizione esclusiva secondo categorie etniche o nazionali. Una via d’uscita potrebbe essere quella indicata da Cuisenier, che riprende l’esempio degli antichi greci, i quali, “insegnano che l’etnicità di un popolo, ciò che gli consente di avere un’identità di popolo, non risiede né nella lingua né nel territorio né nella religione né in questa o quella peculiarità, ma nel progetto e nelle attività che conferiscono un senso alla lingua, al possesso di un territorio, alla pratica di usanze e riti religiosi”.

È ciò che decidiamo di fare come europei che definisce il nostro stesso essere europei.

A tal proposito, concludiamo con l’esempio di “L’Europa è un’avventura” dove Bauman ricorda le parole di un noto poeta dell’avanguardia letteraria polacca: «Un giorno Wat si mise a rovistare fra i tesori e i rifiuti della sua memoria per svelare il mistero del ‘tipico europeo’, e alla domanda su quali fossero i suoi tratti caratteristici rispose così: «Delicato, sensibile, istruito, non viene meno alla parola data, non ruba l’ultimo tozzo di pane agli affamati e non denuncia i suoi compagni di cella al secondino...». Poi, dopo un istante di riflessione, aggiunse: «Uno così l’ho incontrato. Era armeno».