Articolo di Marcello Messori

Euro e mercato interno tra fragilità e unità politica

Pubblichiamo l'articolo con cui Marcello Messori interloquisce con la riflessione di  Marco Piantini intitolata  "Quale europeismo? Sette domande in attesa di risposta" (pubblicato su questo sito il 3 luglio ). Il Prof. Messori insegna presso la LUISS School of European Political Economy (SEP).

 

1. Le sette domande sull’europeismo, formulate da Marco Piantini all’apertura di questa discussione, sollevano questioni troppo complesse per essere affrontate in modo sistematico in un breve intervento da economista. Esse hanno, tuttavia, il pregio di suggerire anche sentieri laterali di analisi da percorrere mediante specifiche chiavi di lettura. In quanto segue, proverò a seguire due di tali possibili sentieri che delimiterò mediante altrettante chiavi di lettura espresse – per quanto possibile – nella forma di luoghi comuni.

Il primo sentiero mira a tenere almeno in parte distinte le fragilità, che connotano la venticinquennale costruzione dell’Unione europea e dell’euro area, dalla coeva e contraddittoria evoluzione dei sistemi economici avanzati e di quelli emergenti a livello internazionale. La chiave di lettura di questo sentiero è che la “separazione delle colpe” non deve nascondere “legami” diretti o indiretti. Il secondo sentiero prova invece a verificare le strette connessioni fra mercato unico, moneta unica europea e costruzione di un’unità politica. In tale caso, la chiave di lettura è che non tutte le case solide sono “costruite a partire dalle fondamenta”. Le innovazioni permettono, oggi, di creare blocchi separati di una casa in sequenze casuali e di assemblarli, poi, in modi efficienti; esse non permettono, invece, di rendere confortevoli ‘edifici incompiuti’.

Percorrere questi due sentieri solleva un interrogativo che è ineludibile dal punto di vista italiano: quale potrebbe essere il ruolo svolto dal nostro paese nel rafforzamento e completamento della costruzione europea? Una risposta ben fondata a tale interrogativo non è però possibile, in quanto essa dipende da un insieme troppo numeroso e imponderabile di variabili (economiche, politiche e istituzionali). A conclusione del mio intervento mi limiterò a enunciare una delle condizioni che si devono verificare perché l’Italia torni a svolgere funzioni positive e propulsive per l’evoluzione europea. 

2. Il primo sentiero parte fra la metà degli anni ottanta e l’inizio del decennio novanta, allorché si impone la nuova traiettoria innovativa della “tecnologia dell’informazione e della comunicazione” (ICT) e vi è la sistematica entrata di Cina, India e di altri grandi paesi emergenti nei mercati internazionali. Queste novità hanno prodotto una drastica cesura nei meccanismi di funzionamento dell’economia internazionale che, come sempre accade, ha avuto un profondo impatto sulla composizione sociale dei paesi più ricchi e dei paesi inseguitori e ha modificato le gerarchie fra aree economiche. Nel XIX secolo l’utilizzo dell’energia e delle macchine aveva tolto centralità economico-sociale e depauperato le corporazioni artigiane, stimolato fenomeni di luddismo a difesa delle vecchie occupazioni, determinato il predominio e – poi – il progressivo indebolimento del sistema economico inglese a vantaggio  di quello statunitense. Nei primi decenni del XX secolo, le nuove forme di organizzazione tayloristica del lavoro e la connessa esigenza di ampliare la domanda finale di consumo avevano avviato – soprattutto negli Stati Uniti – un lungo processo di rafforzamento della classe operaia e di ampliamento del ceto medio, sfociato nella golden age europea del secondo dopoguerra. L’ICT e la tendenziale unificazione dei mercati internazionali hanno interrotto tale processo che, dopo il fallimento della tragica variante dittatoriale in Europa (la Germania nazista e l’Italia fascista), aveva assicurato democrazia e benessere nei paesi avanzati ma riprodotto condizioni di povertà in gran parte del mondo.

Non è questa la sede per sostanziare i pochi cenni fatti all’evoluzione economico-sociale degli ultimi duecento anni. L’obiettivo di tali cenni è limitato: ricordare al lettore che la precoce obsolescenza di professionalità tradizionali e la connessa creazione di nuovi poveri, la finanziarizzazione dell’economia, la crisi del ceto medio, l’aumento dei lavori temporanei e la compressione salariale, la polarizzazione nella distribuzione del reddito e della ricchezza, la crisi delle rappresentanze e il connesso scollamento fra le élite e il resto della popolazione non sono fenomeni legati all’Unione europea o all’area monetaria europea. Si tratta, infatti, dell’impatto generale che l’ICT e la cosiddetta globalizzazione non governata hanno prodotto nei sistemi economici avanzati. A fronte di questi fenomeni negativi, una parte dei paesi emergenti si è imposta sulla scena internazionale realizzando una tumultuosa crescita economica e aumentando, anche in termini relativi, i redditi della propria popolazione.

Una parte dell’Europa ha saputo reagire con sorprendente rapidità ed efficacia a tali cambiamenti. Sfruttando processi già avviati da tempo, all’inizio degli anni novanta essa ha infatti trasformato una comunità di cooperazione commerciale e istituzionale in un’Unione europea, incentrata sul mercato unico e sull’armonizzazione delle connesse istituzioni economiche, e ha proceduto nella costruzione di un’area monetaria che si è realizzata con successo dopo pochi anni (1999). Queste iniziative hanno evitato l’emarginazione dei singoli paesi europei nel nuovo contesto internazionale. In un mondo ormai dominato da poche grandi aree economiche, l’Unione europea (Ue) e l’Unione economica e monetaria europea (UEM) si sono imposte come uno dei protagonisti della nuova fase economico-sociale. Ciò ha consentito a vari stati membri della UEM di recuperare i ritardi nell’introduzione dell’ICT e di svolgere funzioni di leadership nelle nuove catene internazionali del valore che hanno caratterizzato i processi produttivi internazionali.

Prima facie, tali considerazioni permettono di non attribuire alla Ue e alla UEM “colpe” che riguardano i nuovi meccanismi di funzionamento dell’economia internazionale. Il fatto è che gli impatti negativi di questi meccanismi non erano ineluttabili, ma sono stati il frutto della diffusa incapacità di governare la globalizzazione e di gestire le conseguenze dell’ICT sul mercato del lavoro mediante forme altrettanto innovative ed efficaci di protezione e di inclusione sociale. Proprio grazie alla sua capacità di assumere in pochi anni un ruolo da protagonista nel rinnovato contesto economico-istituzionale, l’area europea avrebbe dovuto fornire un contributo decisivo in tale direzione; e ciò è tanto più vero se si considera che i paesi europei si sono tradizionalmente vantati di essere attenti alla regolamentazione dei mercati e alla salvaguardia dello stato sociale. Pertanto, anche se vale il principio della “separazione delle colpe”, l’Unione europea è, quantomeno, rea di “legami di complicità”.

3. La costruzione dell’Unione europea e dell’euro area, definita dagli accordi di Maastricht, è stata però variamente criticata anche per il suo inappropriato disegno politico-istituzionale. Il secondo sentiero serve, quindi, ad affrontare la seguente domanda: l’attuale fragilità della UEM è l’inevitabile esito di una costruzione errata che, anziché partire da fondamenta comunitarie finalizzate a una qualche forma di integrazione politico-istituzionale, ha lasciato troppo spazio ad accordi intergovernativi e si è concentrata sul mercato unico e sulla moneta unica?  

Si potrebbe indebolire questa accusa di “economicismo intergovernativo” sulla base delle precedenti argomentazioni: se non si fossero realizzati il mercato e la moneta unica in un ristretto lasso di tempo, i singoli paesi europei sarebbero stati emarginati dal nuovo assetto internazionale così che l’eventuale successo di un più complesso e lungo disegno politico-istituzionale comunitario avrebbe riguardato un’area con peso ormai irrilevante per gli equilibri mondiali. Ritengo però che vi sia un’argomentazione complementare e, forse, ancora più forte a favore degli accordi di Maastricht: la path dependence. Sebbene molti padri nobili dell’Europa abbiano perseguito un’ideale federalista o altre forme di unione politica, l’effettiva costruzione europea ha privilegiato – fin dall’inizio – temi economici e si è incentrata sull’istituzione cruciale delle attuali economie avanzate: il mercato. Ne deriva che la via più lineare per rafforzare l’integrazione fra stati membri è stata quella di progredire su un terreno già arato da tempo: il rafforzamento del mercato unico. Pur essendo un’istituzione complessa, il mercato basa il proprio funzionamento su un semplice principio: gli scambi fra soggetti indipendenti che ne traggono benefici netti. Lo sviluppo degli scambi richiede, tuttavia, l’intermediazione di un equivalente generale ossia della moneta. Pertanto, la creazione di una moneta unica è stato un ingrediente imprescindibile per l’affermarsi del mercato unico. Il che chiarisce, fra l’altro, perché i Trattati europei debbano prevedere la tendenziale confluenza dei paesi della UE nella UEM. 

Naturalmente, vi sono molti modi per costruire un mercato unico e una moneta unica. Il principio della path dependence ci aiuta anche a capire perché sia stato più facile convincere gli stati membri a una parziale cessione della propria sovranità monetaria e delle posizioni di vantaggio delle proprie imprese sui mercati domestici, riservando spazi europei significativi alle decisioni intergovernative anziché concentrando tutto il potere in organi comunitari. Tale compromesso ha poi condizionato la concreta configurazione dell’unione monetaria e gli effettivi passi avanti del mercato unico. In questo senso, è emblematica la soluzione data al problema della compatibilità fra una politica monetaria centralizzata e politiche fiscali nazionali: la fissazione di un insieme stringente di regole, applicate – in ultima battuta – da organismi intergovernativi, piuttosto che l’attribuzione di poteri discrezionali di raccordo a istituzioni europee. Nonostante tutto, il progetto europeo ha una sua coerenza e una sua capacità di adattamento tanto che, pur se fra mille scricchiolii e altrettanti ritardi, è sopravvissuto alla peggiore crisi internazionale degli ultimi ottantacinque anni.

Si potrebbe discutere a lungo se, partendo da fondamenta politico-istituzionali di tipo comunitario, si sarebbe pervenuti a un disegno più robusto dell’unione monetaria e una più efficace raccordo con le politiche fiscali nazionali. Personalmente, sono convinto che la path dependence avrebbe finito per prevalere nell’ambito di un progetto pieno di difetti ma dotato di una sua coerenza. Fatto è che oggi la UEM ha costruito vari blocchi del proprio edificio ma è ben lungi dall’averlo completato. Le recenti tecniche di costruzione degli immobili consentono di assemblare moduli parziali, a prescindere dalla sequenza temporale della loro creazione; è sufficiente che tali moduli siano parti di un progetto stabile. Le crescenti spinte nazionaliste e il connesso rifiuto dell’edificio europeo da parte di quote significative di elettori fanno emergere i numerosi problemi, che rimangono aperti e che possono minare il futuro dell’unione. Nonostante ciò, ritengo che il progetto europeo di medio-lungo termine rimanga vincente e che i blocchi ancora da costruire siano realizzabili. Si tratta di porre gradualmente in atto quei processi di unificazione delle politiche fiscali fra i paesi della UEM, che corrispondono alle linee già delineate dalla Commissione europea e dalla Francia negli ultimi mesi del 2017. Questi processi sfoceranno in un bilancio della UEM e, dunque, in un sistema accentrato di tassazione.

Lo stringente principio, secondo cui non vi può essere prelievo fiscale senza rappresentanza, impone tuttavia un preventivo rafforzamento degli organismi europei eletti e, più in generale, di istituzioni comunitarie rappresentative. L’intrinseco legame fra tassazione e rappresentanza diventerà così lo strumento cruciale per completare l’edificio europeo, accrescere il grado di legittimazione democratica della UEM e sconfiggere le attuali spinte nazionaliste.

4. L’Italia vorrà e saprà fornire un apporto positivo a tale evoluzione della UEM? Come ho già detto all’inizio del mio intervento, non sono in grado di formulare una risposta argomentata al quesito. Mi sembra comunque utile richiamare una condizione che va soddisfatta perché questo apporto diventi anche soltanto possibile: il nostro paese deve recuperare fiducia nei confronti del progetto europeo e deve tornare a essere credibile agli occhi degli altri stati membri e delle istituzioni europee. A tale fine, vanno abbandonati tre atteggiamenti che sono stati propri a Berlusconi durante uno dei picchi della crisi dell’euro area (2011), sono stati ripresi da Renzi e sono un caposaldo dall’attuale governo giallo-verde: (i) far credere ai cittadini italiani che le debolezze strutturali e la bassa crescita della nostra economia siano imputabili alle regole e ai vincoli europei; (ii) ripetere che gli aggiustamenti macro- e micro-economici non servono a migliorare la competitività del nostro paese ma sono un costo che ci è arbitrariamente imposto dalle istituzioni europee; (iii) suggerire, come conseguenza, che l’economia italiana tornerebbe in piena salute se i nostri rappresentanti politici si adoprassero per sovvertire alla radice il funzionamento dell’unione monetaria.

Gli attuali equilibri politici italiani portano a escludere l’abbandono degli atteggiamenti (i)-(iii) nel breve termine. Anzi, il punto (iii) viene oggi rafforzato alimentando una pericolosa illusione: i governi italiani avrebbero l’effettivo potere di imporre il capovolgimento delle regole europee in quanto dispongono della pallottola d’argento: l’abbandono unilaterale della UEM e, quindi, della UE che porterebbe alla fine della costruzione europea. Come mostra il caso del Regno Unito, a parte la Germania e – forse – la Francia, nessuno stato membro è indispensabile per i futuri progressi della UEM. Anzi, un’applicazione severa della cosiddetta “Europa a più velocità” consentirebbe di consolidare l’euro area, emarginando i paesi riottosi nei vari gironi di una Ue con regole sempre più lasche e sostituite dalle sanzioni dei mercati. Il governo italiano deve, perciò, prestare molta attenzione: continuando a gridare “al lupo, al lupo”, rischia che qualche istituzione europea o qualche stato membro lo prenda sul serio e pretenda di verificare il bluff.