Tra retaggi e ferite del colonialismo, se l’Europa é chiamata a tornare in Africa

Riccarda Lopetuso
Laureata in Giurisprudenza ed è docente in materie giuridico-economiche presso Enti di formazione. Scrive di integrazione europea, diritto costituzionale e geopolitica.

“Compete alle razze superiori un diritto, cui fa riscontro un dovere che loro incombe: quello di civilizzare le razze inferiori”.

 

 “Raccogli il fardello dell’Uomo bianco…

E ricevi la sua antica ricompensa:

il biasimo di coloro che fai progredire”. 

 

Il primo è un passaggio del celebre discorso sui fondamenti dell’Imperialismo rivolto dal Primo ministro francese Jules Ferry alla Camera dei Deputati nel 1885, all’apice dell’avventura imperialista transalpina. Il secondo, sono alcuni dei più significativi versi della poesia “Raccogli il fardello dell’Uomo bianco” del poeta inglese Rudyard Kipling.

Un Primo ministro ed un intellettuale, entrambi cittadini europei protagonisti, in maniera differente, delle avventure di due delle superpotenze europee impegnate nella corsa imperialista ottocentesca. Ad accomunare il discorso del politico, artefice dell’espansionismo francese, e il poeta noto per “Il libro della Giungla”, una costante: la giustificazione del Colonialismo.

Le parole di Ferry e i versi di Kipling forse inconsapevolmente hanno fatto da manifesto alla missione civilizzatrice dell’uomo bianco -l’uomo europeo- in Africa. Nello sfondo della corsa all’Imperialismo che ha caratterizzato l’Ottocento europeo, una persuasione quasi auto imposta che ha guidato l’azione delle potenze europee: gli europei appartengono ad una razza superiore e sono costretti a civilizzare i popoli africani. La presunta missione civilizzatrice è servita a coprire le ragioni economiche dell’espansionismo europeo in Africa, quasi che lo sfruttare popoli e risorse fosse una conseguenza inevitabile del compito affidato dalla storia agli europei.

Oggi, la stagione coloniale e imperialista è finita. Gli imperi coloniali in Africa non esistono più. Esistono e sono visibili, malgrado tutto, i retaggi e le ferite che quel periodo storico ha lasciato sul continente, sulla società e sul presente africano, minandone in alcuni casi anche il futuro. L’occupazione europea si è conclusa definitivamente negli anni ‘60 e da quegli Imperi sono sorti Stati liberi e indipendenti.

Eppure alcune regioni -vedi il Sahel e l’Africa dei grandi Laghi- faticano a instaurare solide democrazie, scosse come sono da corruzione, guerre civili o, come nel caso ruandese, dagli strascichi del genocidio del 1994, con i conti mai davvero chiusi tra vittime e carnefici.

Il periodo coloniale, il cui culmine fu raggiunto tra il 1870 e il 1970, ha coinvolto tutte le nazioni europee, dal piccolo Belgio all’Inghilterra, dalla Francia, regina dei colonizzatori, all’Italia. Anche la Germania non rinunciò all’avventura imperialistica. In fondo, nell’Ottocento dominato solo esclusivamente dalle potenze europee, crearsi un impero era una necessità, quasi un’ovvietà. Tutti volevano disporre delle immense ricchezze e risorse del continente africano, poco o nulla fruttate dai suoi popoli.

Terminata, talvolta drammaticamente, l’occupazione coloniale, la società africana è rimasta impregnata di retaggi del periodo, fondamentalmente per la lingua, con buona parte dell’Africa occidentale e centrale francofona.

Il caso più evidente di legami ancora presenti tra ex colonie ed occupatori è proprio quello francese. La Françafrique, durante la Terza Repubblica, si estendeva per cinque milioni di kmq, dall’Oceano Atlantico fino al lago Ciad. Gli Stati nazionali, sorti alla dissoluzione dell’Impero francese e localizzati nella fascia del Sahel, sono ancora fortemente legati alla Francia -e non solo per la lingua e per la moneta, il franco CFA. I francesi sono presenti militarmente nella regione del Sahel (Operation Barkhane ) per garantire la sicurezza in territori preda di terrorismo e traffici illeciti a causa della debolezza dei governi locali.

Le giovani e fragili democrazie africane sono minate da guerre civili e religiose e dalla corruzione, che costringono vaste aree del continente a vivere nell’instabilità permanente.

Instabilità figlia, talvolta, delle ferite mai rimarginate del periodo coloniale. Ancora oggi in Namibia i discendenti degli Herero, popolo locale annientato dai colonizzatori tedeschi per essersi ribellato, combattono nei tribunali per ottenere risarcimenti in denaro o, quanto meno, il riconoscimento da parte della Germania di uno sterminio pianificato.

Andando più a Nord, nella regione del Corno d’Africa, Eritrea ed Etiopia solo pochi mesi fa hanno firmato un importantissimo accordo di pace e riallacciato i rapporti. Una guerra -quella tra Etiopia ed Eritrea durata dal 1998 al 2000- causata, come spesso è accaduto in Africa, dalla definizione delle frontiere.

Nel 1885, quando si trattò di tracciare i confini africani durante lo “Scramble for Africa”, le potenze colonizzatrici agirono in base alla loro reale occupazione di territori che vennero poi delimitati secondo trattati territoriali basati su confini astratti e fittizi. Nessuno dei luoghi fu consultato, nessuno considerò i problemi geopolitici e le differenze che da sempre condizionano la vita nel continente: arbitrariamente furono destinate a convivere tribù ed etnie da sempre rivali, gruppi religiosi in lotta tra loro. Differenze che spesso sono sfociate nel sangue e in guerre.

Proprio la presenza perenne di conflitti attanaglia ancora oggi l’Africa. Guerre civili o religiose sono in corso in Sud Sudan, in Somalia, in Mali e nella regione dei Grandi Laghi tra Ruanda e Burundi.

Oltre ai conflitti, la piaga -sociale e politica- che avvelena i già fragili apparati statali è l’alta corruzione tra i funzionari. La Somalia è lo stato africano più corrotto secondo l’ultima analisi dell’Ong Transparency International. Un problema, quello della corruzione, che impedisce lo sviluppo del sistema economico e infetta irrimediabilmente le classi dirigenti africane.

A rendere costantemente instabile il continente e a spingere masse di persone a spostarsi verso altri luoghi è, immancabilmente, il terrorismo di matrice islamica.

La Jihad in Africa ha causato negli ultimi anni migliaia di vittime, concentrate soprattutto nella martoriata Nigeria -con il nord del paese in balia dei guerriglieri di Boko Haram- e in Somalia, dove imperversa Al-Shabaab. Altri gruppi meno organizzati di guerriglieri affiliati ad Al Qaeda operano in Kenya e nel Sahel, tra Mali e Burkina Faso.

I pericoli causati dal terrorismo e dalle guerre civili, oltre alle carestie e mancanza strutturale di risorse idriche, sono i motivi che più di ogni altra cosa spingono gli africani a lasciare le loro comunità per provare a raggiungere l’Europa nella speranza di un futuro migliore.

Le carestie, vere e proprie emergenze umanitarie, hanno colpito duramente nell’ultimo anno la Somalia e la regione del Sahel, creando una crisi alimentare che mette in pericolo la vita di milioni di persone, soprattutto bambini.

Le aspettative per i prossimi anni sul futuro dell’Africa non sono incoraggianti. Anzi. I cambiamenti climatici, la siccità e la desertificazione di vaste aree del continente, unite al crescente aumento della popolazione, porteranno sempre più africani a lasciare le loro terre. Una migrazione che potremmo definire quasi necessaria e inevitabile.

L’Europa, la porta a cui busseranno sempre più africani nei prossimi decenni, si è mostrata impreparata e frammentata nell’affrontare i problemi africani, su tutti quello delle migrazioni. In realtà, con uno sguardo forse più cinico, potremmo pensare che solo l’ondata migratoria degli ultimi anni ha svegliato alcune coscienze, nonché alcune cancellerie europee, sul dramma africano.

Gli stati europei e l’Europa, intesa come Unione, hanno capito forse tardivamente di dover agire primariamente per garantire sviluppo e dare la possibilità concreta ai giovani africani di crearsi un futuro lavorativo nelle loro comunità. Ne sono esempio i rimpatri volontari dalla Libia gestiti dall’Oim, 13.000 nel 2018. Grazie all’impegno dell’Unione europea, inoltre, il 2017 e il 2018 hanno visto i flussi provenienti da Agadez -seconda città nigerina e porta del deserto- calare drasticamente.

Oltre ad essere il primo donatore al mondo di aiuti allo sviluppo, l’Unione è presente in Africa con diverse missioni, civili e militari.

Solo per quanto riguarda il Sahel -per garantire la sicurezza della regione e prevenire terrorismo e vari traffici- insieme all’Onu l’Ue appoggia la forza militare multinazionale G5Sahel. Prettamente europee sono le missioni civili Eucap Sahel Mali ed Eucap Sahel Niger. Ma non solo il Sahel che, considerato il caos libico è ormai frontiera esterna a sud d’Europa.

L’Unione Europea è presente con proprie missioni civili e militari anche in altre zone sensibili del continente africano. Missioni militari europee sono in corso in Somalia (Eutm Somalia), in Mali (Eutm Mali) e nella Repubblica Centrafricana (Eutm Rca).

Un’importantissima missione civile, inoltre, è la missione Eucap Somalia, avente lo scopo di addestrare il personale marittimo somalo nel controllo delle acque territoriali minacciate dalla pirateria.

Ancora sul controllo dei flussi migratori e sulle sue cause, si inserisce il Fondo fiduciario per l’Africa, istituito dalla Commissione europea dopo il vertice euro africano del 2015, l’European Union Emergency Trust Fund. Il fondo può contare attualmente su 4 miliardi di euro destinati a progetti nelle zone del Sahel, Corno d’Africa e Nord Africa, luoghi di origine e transito dei migranti. I maggiori contributori al fondo sono Germania e Italia.

In conclusione, è evidente che solo il divampare della crisi migratoria con tutte le conseguenze umanitarie, politiche e di credibilità del progetto europeo -dimostratosi più fragile di quanto pensassimo- ha aperto gli occhi ai governi europei.

Ancora una volta la storia sembra destinare l’Europa a un ruolo di primo piano nel futuro dell’Africa. Questa volta però, a differenza del periodo coloniale, non un ruolo di sfruttamento ma di aiuto serio nello sviluppo del sistema economico, nella costruzione di infrastrutture e nell’educazione e formazione dei giovani africani.