L’Africa come rischio-opportunità

Stefano A. Dejak
Ambasciatore dell'Unione europea presso la Repubblica del Kenya

In un mondo sempre più piccolo, per tecnologia e sovrappopolazione, ricorre spesso l’immagine dell’Africa unicamente quale rischio, sostenuta da stereotipi mediatici di necessità (non ricordo alcun corrispondente italiano stabile, salvo la Rai, in Africa subsahariana). L’Africa si guadagna spazio sui nostri media per lo più in occasione di eventi traumatici, per venir troppo spesso dimenticata subito dopo. Tale percezione porta a catalizzare il dibattito soprattutto sulla fuga da quei rischi, ovvero l’emigrazione, correlata a un volenteroso, ma tuttora insufficiente, “aiutiamoli a casa loro”.  

Corollario di tale singolarizzazione è che la rilevanza percepita, persino fra le nostre stesse élite, delle politiche verso l’Africa resta laterale rispetto ai temi internazionali reputati ”importanti”, nonostante l’Africa sia dirimpettaia dell’Europa, ad essa legata dalla condivisione del Mediterraneo, e rappresenti un vasto mercato in rapida espansione (in un solo anno, la catena francese Carrefour ha aperto dieci supermercati solo a Nairobi). Disinteresse e superficialità nelle conversazioni su temi africani sostengono ed incentivano una tale marginalità, riproducendo pavlovianamente l’immagine di “un’Africa che non cambia”, la cui cifra resta un’abbacinante povertà commista a conflitti ed epidemie ma anche a regimi autoritari, e impedendo di riflettere sulle vere sfide che l’Africa subsahariana affronta ogni giorno, come se non ne valesse veramente la pena. Sfide che in altri paesi dell’Unione ricevono più articolata attenzione di quella, residuale e talvolta oleografica, dedicatagli dai media italiani.

Ciò traspare persino nella trattazione dei conflitti sulle sponde mediterranee, ove l’interesse politico si commisura alla spada di Damocle di un inquietante “liberi tutti” delle migliaia d'immigrati provenienti dall’Africa subsahariana. Una riflessione su chi quegli immigrati siano e perchè siano pronti a sfidare mille volte la morte, oltreché l’inferno in terra assicuratogli dai nuovi mercanti di schiavi del XXI secolo, appare per converso di rado. Come fare perché proprio a loro sia risparmiato un calvario che ne azzera la dignità resta un tema sepolto nelle cronache o in rari reportages “di nicchia”. Mentre, invece, proprio questo dovrebbe essere il punto di partenza per ragionare sensatamente di relazioni fra Europa ed Africa.

Indiscutibilmente, il dato dirimente è la crescita demografica africana che va gonfiandosi in un vero e proprio tsunami, la cui energia e dinamismo dovrebbe garantire l’impeto allo sviluppo delle società africane e che, invece, potrebbe presto investire l’Europa per mera assenza di prospettive. L’impatto sulle realtà interne ai diversi Stati membri dell’Unione Europea istigherebbe prevedibili reazioni isolazioniste, all’improbabile rincorsa di una Fortress Europe che la geografia stessa difficilmente consentirebbe.

L’Europa è pur cresciuta per secoli anche grazie a migrazioni d’ogni tipo e genere, non ultima quella del dopoguerra dall’Europa meridionale (Italia inclusa) verso quella del Nord. Tale dato pare, tuttavia, più un remoto ricordo che una lezione della storia, cui la stagnazione demografica europea apre spazi spontanei ove commisurato a politiche di accoglienza che guardino agli immigrati come forza lavoro invece di relegarli ai margini delle nostre società.

Pertanto, l’impatto più rilevante riguarda gli stessi paesi africani: quello che minaccia di minare ogni sforzo di sviluppare strutture di governo che promuovano una crescita economica equilibrata, tale da diffondere i propri benefici effetti a ogni livello sociale. L’impetuosa onda descritta da piramidi demografiche con il 75% delle popolazioni subsahariane composte di giovani o adolescenti è il maggior problema delle classi dirigenti africane, come dimostrato, una volta di più, dal rovesciamento d’uno dei più longevi dittatori africani (Omar Al Bashir, 1989-2019), ma anche da diffuse effervescenze altrove, quando la crescente disoccupazione giovanile si trasforma in sommossa verso regimi che ne ignorano le aspirazioni. L’effimera fiammata delle cosiddette Primavere arabe di qualche anno addietro rischia, dunque, di trovar presto plurimi emuli a sud del Sahara, vanificando anche le più raffinate strategie politiche per contenere i conflitti e ingenerare uno sviluppo sostenibile nei Paesi africani emersi dalla decolonizzazione dello scorso secolo. 

Al cuore delle nazioni africane

L’elefante nella stanza d’ogni nazione africana è la dimensione etnico-tribale, identità primaria delle sue diverse componenti. L’identità nazionale, con corrispondente coscienza dell’esigenza di uniformare la condivisione delle risorse, è pertanto residuale rispetto alla competizione fra le sue singole componenti etniche.

Quell’enorme nota a piè di pagina della Guerra Fredda nota come decolonizzazione africana rappresenta, oggi, per gran parte degli europei una storia remota se non opportunamente rimossa. Ai più sembra naturale reagire a ogni riferimento africano al neocolonialismo come ad un diversivo per giustificare i problemi del periodo postcoloniale, ovvero i regimi autoritari di troppe nazioni africane. Per gli africani stessi, però, il processo di nation-building che l’Europa ha vissuto fra il XVI e il XIX secolo rappresenta, in realtà, un irrisolto problema quotidiano. Subito dopo la decolonizzazione, non a caso, si vide una proliferazione di regimi militari (spesso ispirati al socialismo d’osservanza sovietica) quale antidoto al palese rischio di frammentazione tribale. Quel rischio resta. Anzi, è proprio qui che può svilupparsi una fondamentale incomprensione sulla sua centralità. Talvolta, senza neppure rendersene conto si ricade su narrative che rischiano d'essere recepite quali pedagogiche dai partners africani, senza rendersi davvero conto di quanto tale sensibilità discenda da un passato che li ha segnati più profondamente di quanto percepibile a prima vista.

Non vi è dubbio, ad esempio, che sia questo uno dei moventi della popolarità della campagna condotta dalla Cina in Africa subsahariana come “cooperazione Sud-Sud”. Che tale campagna porti con sé anche la proposta d’un capitalismo autoritario risulta non di rado un rafforzativo d’interesse per molti africani.

Come governare la fragilità intrinseca di nazioni africane minate dalla competizione interna per le risorse pubbliche, se non preferendo alla governabilità democratica una dose di autoritarismo quale antidoto al crescente spettro dell’anarchia di folle sobillate dai social media? È questo un punto che oggi anima il dibattito fra molti africani, nella riflessione sulla propria evoluzione politica ed economica.

A troppi sfugge quanto il retaggio della decolonizzazione sia tuttora rilevante a sud del Sahara, persino in termini di tensione fra stato-nazione e identità tribali. Per questo, senza un’oculata riflessione sulle prospettive evolutive di tale tensione, ogni ricetta di sviluppo rischia d’incespicare nel groviglio liquidato univocamente con il termine di “corruzione”. La realtà è che quello che in Europa è (sacrosantemente) percepito quale crimine nei confronti della collettività, in Africa subsahariana assume aspetti ben più complessi diventando funzione della competizione fra i singoli gruppi etnici, ciascuno contrassegnato dalla scarsità delle risorse. Pertanto, tale competizione è percepita come inevitabile corollario delle identità etniche, ove il mors tua vita mea riveste ancor oggi un significato quasi letterale: all’interno di ogni “contenitore nazionale” la maggiore prosperità d’una componente etnica avviene a spese di quella minore di altre. Anche per questo, appare così vivo il dibattito africano fra centralizzazione e devoluzione. Non solo questo: le identità tribali si riferiscono spesso a strutture interne che non sempre contemplano un’equa distribuzione delle risorse all’interno del gruppo. Ciò incide negativamente sull’evoluzione di una vera democrazia dell’economia e di conseguenza fa aumentare la disparità fra pochi ricchi e troppi poveri, con una classe media in crescita ma ancora lontana dall’essere dominante.

Di fronte alla tensione fra identità tribali e nazioni d’origine coloniale, l’antica soluzione dei padri del panafricanismo (Azikiwe, Nkrumah, Nyerere, Kenyatta), sintetizzata nello slogan Africa Unite!, appare quanto mai attuale per affrancare i gruppi etnici africani dalla gabbia di stati nazionali per lo più disegnati nel 1885 dagli interessi coloniali europei. Può forse apparire paradossale che un motto disatteso dagli stessi neo-indipendenti stati africani torni oggi ad avere non solo attualità politica ma, soprattutto, senso concreto per uno sviluppo economico effettivamente sostenibile delle giovanissime società subsahariane.

Si tratta, invece, della più semplice delle verità. 

Oltre i confini nazionali

Un aspetto delle realtà africane spesso sottovalutato sono i processi d’integrazione regionale in atto in Africa subsahariana. Eppure, siamo proprio noi europei ad aver risposto all’apocalittica fase della nostra storia fra il 1914 ed il 1945 con il più concreto progetto d’integrazione al mondo: l’Unione Europea. Per converso, non credo che interrogando i nostri studenti universitari su sigle quali ECOWAS, EAC, IGAD, SADCC, riceverei molto di più di sguardi interrogativi. Invece è proprio qui che si situa una chiave delle relazioni fra l’Unione Europea e i propri partners in Africa subsahariana.

Fra gli stessi africani, l’epoca delle soluzioni semplicistiche volge al termine. Il dilagare della presenza cinese in Africa subsahariana negli ultimi vent’anni ha difatti prodotto anticorpi più obiettivi e spesso assai critici. Come prestatore di riferimento (86 miliardi di dollari nel 2000-14, con altri 20 miliardi l’anno dal 2015 in poi) delle ingenti somme richieste dai grandi progetti infrastrutturali da cui dipende lo sviluppo economico africano, la Cina s’è distinta per aver tradotto il proprio tied-aid nella proliferazione di imprese cinesi sul suolo africano, raramente creando posti di lavoro fissi per gli africani per via dell'importazione massiccia di lavoratori cinesi (in Africa orientale negli ultimi nove anni ne sono arrivati 117.000). La Cina è riuscita a soppiantare le imprese europee soprattutto nel settore della costruzione di grandi opere, un tempo dominato da imprese italiane e tedesche.

Emergono oggi opportunità notevoli per l’Unione Europea e il proprio sistema imprenditoriale, decisamente più virtuoso di altri in termini di trasferimento di know-how e di creazione di posti di lavoro per gli stessi africani. Un’analisi molto più sobria va diffondendosi fra gli stessi africani di fronte al crescente peso del debito verso la Cina, che impone ai bilanci africani tagli allo sviluppo interno, e alla crisi di un settore privato che si vede dilazionato all’infinito il pagamento di commesse pubbliche per far fronte al reintegro del debito. Inoltre, la Cina presta limitata attenzione ai processi d’integrazione regionale, che non fanno parte della sua storia politica.

Una chiave di volta di tale approccio risiede proprio nel guardare ai processi d’integrazione subsahariani con maggiore attenzione e con un realismo che qualifica una visione strategica tesa a trasformare le sfide del presente in opportunità per un futuro migliore. Ovviamente, i vari processi d’integrazione regionale nell’Africa subsahariana registrano realtà fra loro assai differenti, ma è proprio qui che risiede la sfida da cogliere: sostenere un’architettura d’integrazione subregionale che sottenda e rafforzi la dimensione continentale oggi rappresentata dall’Unione Africana.

Uno strumento a tal proposito d’indubbio rilievo sono i progetti di cooperazione transfrontaliera. Parecchi stati africani soffrono, infatti, di contenziosi territoriali a rischio d’inasprimento delle relazioni fra stati vicini, se non di conflitti, riducendo la disponibilità all’integrazione regionale. Se vi è una lezione che l’Unione Europea ha insegnato innanzittutto ai suoi stessi cittadini è che l’abolizione delle frontiere fra gli stati membri ha risolto plurimi contenziosi transfrontalieri imperniati su minoranze etniche inquietate dalla percezione di discriminazione. In tal senso, l’Italia stessa ha diverse esperienze virtuose da addurre allo sforzo in proposito promosso dall’Unione Europea in Africa subsahariana. L'Unione Europea ha, infatti, sviluppato in Africa diversi progetti cross-border, funzione della propria positiva esperienza storica e, di norma, assai apprezzati dai partners africani.

Ma se la cooperazione transfrontaliera rappresenta un aspetto dei processi di cooperazione regionale, ovviamente non può esserne che una delle componenti. La vera sfida è come portare ad effettiva fruizione dei processi di integrazione regionali africani un sostegno ancor più vigoroso da parte di chi, l’Unione Europea, ne è partner naturale di riferimento. Talvolta, infatti, sfugge la sostanziale convergenza sull’integrazione regionale fra il paneuropeismo sviluppatosi in reazione alle guerre mondiali ed il panafricanismo che ha sotteso i processi di decolonizzazione e le “seconde liberazioni” da regimi tardo-coloniali solo trent’anni addietro.

L’Unione Europea ha già avviato relazioni dirette fra Bruxelles e l’Unione Africana, istituendo una propria rappresentanza diplomatica separata dall’analoga delegazione UE di stanza ad Addis Abeba per l’Etiopia. Facendo leva su tale avvio di relazioni fra blocchi regionali, potrebbe allora apparire conseguente considerare l’istituzione d'incarichi UE mirati presso le organizzazioni subregionali africane più promettenti (in luogo degli attuali “accreditamenti secondari”). Non si tratta, si badi bene, di una proliferazione burocratica, giacché basterebbe improntarli alla massima concretezza: snelli nella struttura ma, soprattutto, agili nella capacità di interagire al contempo con la sede dell’organizzazione regionale e con i governi dei suoi stati membri. La loro funzione sarebbe, soprattutto, quella di promuovere con rinnovata iniziativa un fattivo dialogo fra l’Unione Europea nel suo complesso e gli analoghi sforzi d'integrazione regionale promossi dagli africani stessi, che oggi ricevono attenzioni non sempre prioritarie. 

Il commercio vettore della job-creation

Si tratta, pertanto, di rispondere alla comprensione che nessuna delle nazioni africane può consentirsi singolarmente di sviluppare le reti infrastutturali e le economie di scala essenziali al loro sviluppo se non con un approccio effettivamente regionale. L’Unione Europea potrebbe, allora, recar loro un più strutturato sostegno, imperniato sull’esperienza del processo d’integrazione europea in ogni settore critico per una sostenibile integrazione subregionale africana (come, ad esempio, nel rilevante caso dei trans-european networks). Parallelamente, sarebbe opportuno rinvigorire strategie commerciali che diano maggior impulso ai progetti di job-creation promossi su scala per lo più nazionale.

L’attuale traiettoria degli Accordi di Partenariato Economico (EPA), riferiti proprio alle organizzazioni subregionali, promossi dall’Unione Europea in Africa subsahariana, registra risultati diversi nei vari raggruppamenti regionali. Laddove in Africa meridionale (SADCC) gli EPA procedono bene, in altre aree africane sono invece ostacolati da dinamiche locali che meriterebbero un’azione mirata ad un’effettiva fruizione dei loro innegabili vantaggi per l’ulteriore promozione dei flussi commerciali euro-africani, intesa quale vettore di job-creation. Del resto, la sete d’integrazione e cooperazione commerciale in Africa è facilmente ravvisabile nell’accordo tripartito fra COMESA-EAC-SADCC prima, ed oggi dal nuovo Accordo di Commercio Continentale Africano (AfCTA) che muove i primi passi proprio nei nostri giorni.

Occorre porre a disposizione dei nostri partners africani, riuniti nelle rispettive organizzazioni subregionali, strumenti commerciali di traino alla creazione di posti di lavoro imperniati sullo sviluppo di filiere settoriali in grado di generare valore aggiunto sia complessivo, sia nelle singole parti delle catene produttive e distributive; ad esempio nei settori manufatturieri connessi all’agricoltura e al settore ittico. Realisticamente, è questa una leva per superare le costrizioni rappresentate da economie non di rado improntate ad eredità economiche d’epoca postcoloniale e, soprattutto, esposte all’invasione di prodotti manifatturieri asiatici che precludono ogni prospettiva di sviluppo a troppi settori manifatturieri africani atti, in teoria, a un take-off economico coerente con la crescita demografica. Per far ciò, occorrerebbe trarre il massimo vantaggio dalla palese disparità delle bilance commerciali fra i paesi africani e la Cina Popolare (a tutto svantaggio degli africani), soprattutto se comparate a quelle con l’Unione Europea, che assorbono percentuali spesso maggioritarie delle esportazioni africane.

Tuttavia, il tallone d’Achille di tale realtà risiede nella prevalenza, a tutt’oggi, di esportazioni africane non lavorate, destituite di valore aggiunto (e, quindi, della necessaria job-creation). Come nel caso degli EPA, la dimensione preferenziale per affrontare tale sfida dovrebbe essere a livello subregionale, incoraggiando specializzazione e diversificazione fra le singole economie dei raggruppamenti subregionali africani, con ricadute positive anche ai fini d’un maggior sviluppo dello stesso mercato interno subregionale. L’evoluzione verso esportazioni a crescente valore aggiunto sui mercati europei diventerebbe, allora, un vantaggio per l’Unione Europea che pochi altri possono offrire, fornendo ai nostri partners africani una concreta prospettiva per rispondere alle loro impellenti esigenze di job-creation. Ciò consentirebbe di rispondere concretamente alla necessità di creare, pressoché ovunque in Africa subsahariana, posti di lavoro in una misura attagliata alla crescita demografica, sulla base della consapevolezza che, senza simile risposta, risulterà sempre più difficile evitare l’instabilità che ne scaturirebbe. 

Rafforzare il Partenariato euro-africano

Senza addentrarsi nelle complessità delle singole dinamiche politiche in atto nelle varie regioni africane, basti qui evidenziare che gli obiettivi che abbiamo delineato rappresentano un’opportunità da cogliere come Unione Europea, dal momento che nessuno dei suoi stati membri può individualmente confrontarsi con la magnitudine dell’esplosione demografica in atto in Africa.

Il rafforzamento del Partenariato euro-africano non può che passare per una più attiva strategia di sostegno alla creazione di opportunità economiche e posti di lavoro per le giovani masse dell’Africa subsahariana. Un approccio, questo, già in rapida evoluzione nell’Unione Europea, con lo sviluppo d'innovative soluzioni (ad esempio: il blending degli aiuti pubblici con fondi d’investimento privati o i nuovi Fondi Fiduciari creati a Bruxelles negli ultimi anni, dal Fondo di Investimento Esterno all’Alleanza per l’Africa) al quale va associata anche una sensibilità alle “soluzioni africane ai problemi africani” che ponga avanti a tutto la considerazione realistica che la mera sommatoria degli interessi degli stati membri europei potrebbe non essere all’altezza delle urgenti esigenze di sviluppo economico e politico del continente africano. Anche per prevenirne, in un futuro non così remoto, la prevedibile trasmissione di una più diffusa instabilità, se aumentasse la divaricazione fra masse giovanili e capacità delle economie sub-sahariane. Che nessuno riuscirebbe a limitare alle sole nazioni africane.