Africa – Europa: una visione comune dello sviluppo sostenibile

Mario Lubetkin
Vice direttore generale della FAO

Africa e Europa tra passato e presente

Le relazioni tra Europa e Africa affondano le radici nella storia. Una storia multisecolare segnata da rapporti politici, culturali ed economici estremamente asimmetrici, con l’Europa che ha imposto al continente africano il suo dominio in nome della “missione civilizzatrice”. Negli ambiti della politica, della cultura e dell’economia, le evoluzioni endogene del continente africano sono state interrotte, costringendo i popoli e i territori a sottostare alle logiche della “occidentalizzazione del mondo” che hanno caratterizzato i rapporti dell’Europa con tutti i popoli non europei. Le indipendenze africane hanno segnato un evento di rottura di questo “incontro-scontro”, come lo definisce lo storico africano Joseph Ki-Zerbo. I popoli e le culture del continente si sono riappropriate della propria soggettività storica con l’intento dichiarato di voler vivere da sé e per sé. La storia torna ad essere patrimonio degli africani che devono, tuttavia, ridefinire il proprio rapporto con il resto del mondo, a cominciare dal “padre coloniale” europeo. L’Africa e l’Europa dunque tra passato e presente, tra storia e divenire: un rapporto inevitabilmente carico di sofferenze ma aperto alle reciproche sfide delle nuove forme di convivenza. È ormai una convinzione radicata che i due continenti sulle sponde del mediterraneo sono destinati ad un futuro comune per via di un intreccio di interdipendenze ed interconnessioni di natura politica, culturale ed economica.

La solitudine geopolitica dell’Africa e la ricerca di nuovi interlocutori

Dopo la caduta del Muro di Berlino l’Africa ha conosciuto una certa solitudine geopolitica causata dall’esaurirsi delle logiche della guerra fredda che aveva trasformato la scena africana in uno dei terreni delle rivalità tra Est e Ovest. Inoltre, l’Unione Europea era impegnata nelle politiche di convergenza che hanno portato agli accordi di Maastricht ma, soprattutto, riscopriva l’Europa orientale e le immense possibilità economiche che si aprivano di fronte ad economie comuniste esangui, bisognose di investimenti e di modernizzazione. In quegli anni l’Africa resta sola, con il peso insostenibile di un debito che soffocava le sue economie e determinava la crescente pauperizzazione delle popolazioni urbane e rurali. Erano gli anni della stagnazione economica, del crollo vertiginoso dei prezzi delle materie prime, della fine degli investimenti pubblici in infrastrutture di base, delle micidiali siccità che colpivano il Corno d’Africa e la regione del Sahel, della pandemia dell’Aids che minacciava di sterminare intere generazioni, dei conflitti sanguinosissimi e del genocidio in Ruanda. Rispetto a questa situazione di generalizzata prostrazione, in ambienti europei si teorizzava dell’afro-pessimismo di coloro che preconizzavano una inevitabile apocalisse finale per i destini dei popoli del Continente.

Il soccorso cinese e la fine della relazione esclusiva Europa-Africa

A metà degli anni 1990 la storia del continente è tornata a correre sulle gambe di Nelson Mandela, nuovo leader del Sudafrica post-apartheid, che rilancia l’ideale panafricano e promuove programmi economici e infrastrutturali coerenti con questa visione; corre sulle gambe di un rafforzamento delle entità regionali, che diventano motore d’integrazione con timide e significative cessioni di sovranità in materia di regimi fiscali, libera circolazione dei beni e delle persone, convergenze economico-finanziarie e/o monetarie. È anche il momento in cui il continente si apre a nuovi interlocutori, soprattutto asiatici ma non solo. I nuovi attori, Cina in primis, ma anche Brasile, Giappone, Turchia, Russia, Arabia Saudita, gli Emirati e il Qatar rappresentano una novità di rilievo nel rapporto dell’Africa con la globalizzazione. Si allarga lo spettro delle relazioni globali: nuovi attori non europei attuano linee d’intervento economico-finanziario e inedite modalità di sviluppo delle infrastrutture e di gestione del debito che costringeranno l’Europa ad aggiornare i suoi strumenti di cooperazione e di relazioni politiche.

Molti analisti hanno parlato del nuovo “scramble for Africa” per significare la ritrovata potenzialità africana, simile solo a quella determinatasi all’indomani della rivoluzione industriale, quando le potenze coloniali cercarono nel Continente materie prime per la nascente industria e sbocchi commerciali per il surplus produttivo.

Luci e ombre sullo scenario africano attuale

“L’Africa è divenuta, con i recenti accordi dell’Unione Africana, un enorme mercato di libero scambio, sulla falsariga dell’Europa ai suoi primi passi, con una popolazione di 1 miliardo e 200 milioni di persone. Una popolazione giovane, che diverrà di 2 miliardi e 500 mila nel 2050 e il doppio nel 2100. Un continente con età media 19 anni, composto da 54 nazioni, con una classe media che raggiungerà a breve i 400 milioni di persone, individui-consumatori, l’equivalente dell’intera Europa. Un continente, dunque, più sicuro di quanto si creda: nel 1990 vi erano il 19% dei conflitti, oggi il 6%” (Repubblica, 2018). A questi dati bisogna aggiungere una dinamica di crescita in costante aumento nonostante il recente calo degli ultimi tre anni determinato dal crollo delle materie prime e dal rallentamento delle economie della Cina e dei BRICS con i quali i rapporti economici si erano intensificati notevolmente.

Non mancano ombre e contraddizioni a questo scenario tutto proiettato al futuro. È il caso della povertà che tocca quasi il 50% della popolazione che vive con meno di due dollari al giorno; dei servizi, in un continente dove il 53% della popolazione non ha ancora l’energia elettrica nei villaggi; dell’ urbanizzazione incontrollata che sta congestionando gli spazi urbani senza servizi né lavoro; della manodopera, composta da giovani (ogni anno tra i 10 e 15 milioni si affacciano sul mercato dell’impiego) senza prospettive. E tanti altri gironi dell’inferno si posso descrivere che gravano sul presente del continente, a cominciare dai devastanti cambiamenti climatici destinati a modificare in profondità territori e comunità incentivando ulteriormente la spinta migratoria interna ed esterna.

Ciò nonostante l’Africa è di nuovo in marcia. E questa è una buona notizia che l’Europa deve registrare per poter sviluppare nuovi strumenti per soddisfare il suo “bisogno d’Africa”. Potrebbe sembrare paradossale ma l’Europa ha bisogno dell’Africa e deve velocemente ritrovare il suo posto come interlocutore del suo diretto dirimpettaio per la creazione di quello spazio euro/africano assai utile all’una e all’altra. L’Europa dallo sviluppo consolidato, con livelli di coesione territoriale e di welfare importanti, resta un modello da guardare con interesse da parte di paesi africani che crescono senza inclusione sociale e con costi ambientali rilevanti.

Agricoltura e ambiente: l’Africa come palestra di sostenibilità?

In Africa la veloce crescita della popolazione influisce sulla capacita dei singoli paesi di assicurare uno sviluppo stabile e sostenibile. Inoltre, il continente è alle prese con devastanti cambiamenti climatici che stanno modificando gli ecosistemi e di conseguenza i livelli di vita delle comunità costrette ad emigrare.

La sfida dei cambiamenti climatici e dei loro effetti non è solo una sfida africana. Essa è globale e, a fortiori, europea non solo per gli effetti sui processi migratori. Da qui la necessità di politiche concordate e comuni per la salvaguardia dei territori (Muro verde per attenuare gli effetti della desertificazione; interventi nei sistemi produttivi e di consumo; attenuazione o eliminazione delle conseguenze nocive delle industrie estrattive o non. Un ruolo importante in questa lotta comune assume l’agricoltura.

La produzione alimentare rappresenta la principale attività economica delle aree rurali che, in assenza di infrastrutture irrigue, dipende pesantemente dalla piovosità naturale. Dagli anni 1970 si assiste ad un declino generalizzato delle precipitazioni e all’aumento della povertà nelle aree rurali. I cambiamenti climatici sono causa ed effetto di diversi processi ambientali che agiscono sul sistema naturale di un territorio in cui siccità, scarsità d’acqua, erosione dei suoli possono aggravare il rischio di conflitti dovuti alla povertà e agli shock economici. L’insicurezza alimentare è di conseguenza una minaccia per lo sviluppo africano. Si stima che il 65% della popolazione attiva in Africa sia impegnata in attività agricole che rappresentano circa 32% del PIL del continente. L’economia agricola è destinataria di flussi costanti d’investimenti che mirano alla modernizzazione del settore.

Una delle sfide maggiori che l’agricoltura africana deve affrontare è quella dell’aumento della produttività. Il futuro dell’agricoltura in Africa dipende dalla capacità di creare le condizioni per una rivoluzione verde sostenibile che tenga insieme i mutamenti climatici, i bisogni sociali e il ruolo dei piccoli produttori, l’uso di tecnologie sostenibili in partenariato con le istituzioni scientifiche locali.

Alcune linee di azione possono essere utili:

  • la costruzione d’infrastrutture sostenibili è fondamentale per l’agricoltura. Esse riguardano la gestione delle risorse idriche; il miglioramento e l’espansione delle infrastrutture energetiche;
  • lo sviluppo dei sistemi finanziari e l’accesso al credito sono conditio sine qua non per promuovere lo sviluppo agricolo perché garantiscono l’inclusione sociale permettendo di ridurre le disuguaglianze;
  • la creazione di reti locali, nazionali e regionali per rafforzare la capacità delle istituzioni di concepire progetti integrati e duraturi.

Molti sono gli strumenti varati dalle istituzioni africane per incentivare la produzione agricola e riaffermati dalla “Dichiarazione di Malabo” (2014) che punta all’accelerazione della crescita agricola e all’integrazione dei piccoli produttori nei circuiti di valore.

Di questa rivoluzione verde l’Europa può e deve diventare un alleato strategico. Il terreno comune di quest’alleanza sono gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile che coinvolgono tutti i paesi del mondo. L’Europa potrebbe essere a fianco dell’Africa per trasformarla in una palestra strategica per un nuovo modello di agricoltura e di sviluppo sostenibile attraverso partenariati pubblico-privato nell’alleanza per una rivoluzione verde in Africa, in collaborazione con il Gruppo consultivo per la ricerca agricola internazionale (CGIAR) e la FAO.

Agricoltura: tra migrazioni e sviluppo inclusivo, il contributo dei giovani africani

L’ONU stima che nel 2050, quando gli abitanti della Terra saranno 9,8 miliardi, l’Africa avrà raddoppiato la sua popolazione, che dagli 1,2 miliardi di oggi sarà arrivata a 2-2,5 miliardi di persone. Attualmente il Pil mondiale è prodotto per poco meno del 43% nei paesi ricchi (che ospitano 1,2 miliardi di abitanti, cioè circa il 17% della popolazione planetaria), mentre i restanti 6,3 miliardi di persone, quelle più povere (circa l’83% degli abitanti della terra), si spartiscono poco più del 57% di questo stesso PIL. Al continente africano, che detiene quasi il 17% della popolazione mondiale, spetta meno del 5% di questa ricchezza.

Questa sperequazione tra popolazione e ricchezza consumata, insieme ai conflitti e al cambiamento climatico, è certamente una delle concause delle migrazioni. Esse rappresentano un nodo importante nei rapporti tra Africa e Europa ed è un fenomeno che potrebbe diventare un terreno di positiva collaborazione tra le due sponde del mediterraneo in progetti che potrebbero coinvolgere la popolazione giovane del continente che necessita di 10/15 milioni di posti di lavoro ogni anno, pena l’implosione sociale e/o l’emigrazione.

L’Africa ha una popolazione giovane e dinamica in cerca di opportunità di crescita. Circa 60% dell’intera popolazione africana ha meno di 25 anni. È fondamentale utilizzare questo “dividendo demografico” come leva per lo sviluppo economico anche attraverso l’agricoltura per combattere il flagello della fame e creare nuovi posti di lavoro. Molti studi dimostrano che lo sviluppo agricolo nel continente ha maggiore impatto di altri settori nelle strategie di contrasto della povertà. Secondo la Banca mondiale il settore dell’agrobusiness potrebbe generare un mercato di mille miliardi di dollari entro il 2030.

In quest’ottica nel 2018 il governo del Ruanda, la FAO e l’Unione Africana, insieme ad altri organismi regionali ed internazionali, hanno organizzato una conferenza dal tema: “L’impiego dei giovani nell’agricoltura come soluzione efficace per eliminare la fame e la povertà in Africa: impegno per l’uso delle nuove tecnologie della comunicazione (ICTs) e l’imprenditoria giovanile”, che propone tre linee di azione:

  • giovani e imprenditoria: politiche mirate ad incoraggiare e sostenere la creazione di aziende agricole; strumenti finanziari pubblici e privati e valorizzazione delle catene di valore locali;
  • innovazione digitale per superare i vincoli relativi alla catena di valore;
  • politiche locali e nazionali per valorizzare l’immagine della vita rurale e creare le condizioni per fermare l’esodo verso le città. Formazione ed incentivi alla nascita e al consolidamento di start-up agricole con valore tecnologico e redditività alti.

L’Africa ha bisogno di definire chiaramente il suo ruolo nella globalizzazione: lo sviluppo agricolo sostenibile per nutrire la sua popolazione e creare posti di lavoro per i suoi giovani ne è il fulcro.

Conclusione

Esistono interdipendenze e interessi reciproci tra Africa e Europa nella comune ricerca di uno sviluppo sostenibile che tenga conto dell’inclusione sociale, della valenza ecologica dello sviluppo e della necessità di un autentico dialogo culturale. In questa cornice, la questione migratoria potrebbe diventare il punto di partenza per contrastarne le cause e agevolare al contempo la ricerca africana di un suo modello di sviluppo sostenibile. Gli attori pubblici e privati europei hanno un ruolo importante nell’aprire laboratori di pensiero e di azione con interlocutori africani alla ricerca di un nuovo partenariato euro/africano in grado di superare gli ingombranti residui della storia coloniale.